Luigi Baldacci, E l’Italia scoprì il verismo dai consigli di Capuana

Luigi Baldacci, E l’Italia scoprì il verismo dai consigli di Capuana (recensione a: Anna Longoni (a cura di), Lettere a Capuana, op. cit.), “Corriere della Sera”, 1993.07.07, p. 29.

C’era una volta un maestro di letteratura – Escono le Lettere a Capuana nella Nuova Corona di Bompiani diretta da Maria Corti: il volume risulta da una scelta fatta dalla giovane moglie dello scrittore Adelaide (o Ada) Bernardini

Pur essendo l’ingegno critico più forte del nostro verismo (o forse proprio per questo), Luigi Capuana non ci ha lasciato, nella sua lunga carriera di narratore, nessun capolavoro: rilievo magari ovvio, ma nato in noi, in questi primi giorni di luglio, a contrasto con la ben documentata produzione di capolavori da parte di tanti scrittori viventi. Eppure Capuana occupò seriamente l’attenzione dei contemporanei e anzi Edoardo Scarfoglio lo considerava addirittura superiore al Verga, al quale sarebbe mancata la “larghezza di preparazione” da lui posseduta. Oggi comunque, decantatosi il giudizio, possiamo tranquillamente affermare che fu quella preparazione a fargli ricercare spesso nei romanzi (nelle novelle l’incalco verghiano è più pacificamente evidente) una complessità di ragioni culturali che ne compromettevano l’esito. Verga non avrebbe mai scritto una storia di così concatenante necessità come Giacinta (che non a caso è dedicata a Zola) e nel suo intimo si sarebbe trovato d’accordo con Paul Heyse nel pensare che “il poeta è qualcosa di più che un medico”. Posizioni, quelle di Paul Heyse e di Edoardo Scarfoglio, richiamate da Anna Longoni nelle vaste, accuratissime note che costituiscono forse l’aspetto più positivo di queste Lettere a Capuana (nella Nuova Corona di Bompiani diretta da Maria Corti): volume (o meglio manipolo) risultante da una scelta fatta dalla giovane moglie Adelaide Bernardini, detta Ada (o consegnata a lei dal Capuana medesimo?) per essere sistemata in un album per fotografie sotto la leziosa intitolazione di Scrignetto d’oro, donata successivamente a una parente e giunta a noi (“habent sua fata libelli”) attraverso la mediazione della stessa Corti. Il fatto poi che la raccolta, muovendo dal 1868, si arresti al 1911, induce a credere che più o meno a quest’ultimo anno, vivo ancora Capuana, debba essere fatta risalire l’operazione, intesa a testimoniare, attraverso una lettera rappresentativa per ciascun corrispondente (o così la signora dovette ritenere), il giro di relazioni dell’insigne consorte: basti ricordare i nomi di D’Annunzio che ventenne irrompe in questo epistolario con aria mondanissima, De Roberto, Bracco, Zola, Pirandello, Fogazzaro, De Amicis, Verga, Boito (Arrigo), la Deledda e la Negri; o, nella sezione dedicata ai critici e agli studiosi, D’Ancona, Scarfoglio, Nencioni, Croce, Pitré; o Rod per i traduttori; o, per gli attori, Cesare Rossi, che aveva portato sulle scene una riduzione di Giacinta, ed Eleonora Duse, che invece non sarebbe stata l’interprete dell’atto unico intitolato Gastigo (come non lo era stata di Giacinta) e si scusava, “di fretta, fra mille imbarazzi di partenza”, di non potere assistere alla lettura del testo. Ma se abbiamo sospettato che la sostanza del libro sia nelle note, ciò significa che la scelta dell’Ada non contribuì solo “alla frammentazione di un vasto carteggio”, come rileva la curatrice, ma dimostrò, nei confronti di quel materiale, la stessa disposizione feticistica della Contessa di Mirafiori quando componeva deliziosi quadretti con le unghie o con i capelli di Vittorio Emanuele II. Una lettera di Pirandello? Sì, ma di poche righe, per ringraziare Capuana di un articolo incentrato sulla sua poesia e annunciargli la pubblicazione di alcuni volumi di novelle. E anche il Maestro Giuseppe Perrotta emerge assai meglio dalla scheda della Longoni (Verga gli aveva chiesto, prima dell’incontro con Mascagni, un preludio per Cavalleria Rusticana) che non dal giudizio fornito da Boito, nel 1910, in merito all’opportunità di pubblicare (postuma, dopo il suicidio) una sua romanza. Di maggior significato, invece, il riconoscimento di De Roberto che ringrazia l’amico per avergli riveduto le novelle della Sorte purgandole dell’eccesso di sicilianismi, mentre è assente, in una lettera di Ojetti del 1909, ogni eco della famosa polemica sul romanzo moderno accolta da Capuana, diversi anni prima, negli “Ismi” contemporanei. E anche in tal caso è solo la ricca orchestrazione delle note a riportarci al centro del problema. Ma la vera motivazione di queste trentasei lettere è, per molti scrittori, la richiesta di recensione. Generalmente, in siffatte circostanze, si vola basso; però, pur senza chiedere niente, non vola alto neppure Ada Negri quando loda il volume di novelle per l’infanzia (sbagliandone il titolo), Nel paese della zagara: “Ognuna di esse è un piccolo capolavoro, perfetto di umanità e di stile”, un pezzo, secondo l’Ada, da Scrignetto d’oro. Ben altrimenti interessante una lettera del 1879 di Alessandro D’Ancona su quelle falsificazioni di poesia popolare siciliana di cui il Capuana era maestro e che erano state all’origine di un contenzioso filologico in cui lo stesso D’Ancona era rimasto invischiato. Per fare il buon peso, come si dice, e confidando sul principio che niente è più inedito dell’edito, il libro è corredato di una triplice appendice. Il primo brano, tratto da Spiritismo? e ricordato dal D’Annunzio, dovrebbe essere la trascrizione, procurata dal Capuana, della visione di un medium; ed è prosa di alto livello stilistico, anche se D’Annunzio non se ne accorse. Gli altri due pezzi, una parodia aristofanesca (Depretis all’inferno) e una novella, I Bestia, di pesante industria naturalistica, sono di assai minore rilievo.

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