Matteo Collura, Sicilia, dalla parte dei saraceni

Matteo Collura, Sicilia, dalla parte dei saraceni (recensione a Novelle saracene), “Corriere della Sera”, 1995.06.04, p. 26.

Le novelle di Bonaviri: tristi e struggenti ninne nanne

Mineo, nella Sicilia orientale (dove nacque Capuana), per lo scrittore Giuseppe Bonaviri è il luogo del mito, di tutti i miti: è un villaggio della Foresta Nera, un angolo della brughiera scozzese, un punto della Frontiera americana, un angolo di India; ed è anche la perfetta geografia dei testi sacri. Insomma, tutto comincia da lì, da quel paesino ventoso in provincia di Catania, dove fino a non molti anni fa, in un determinato giorno dell’anno, confluivano i verseggiatori orali di tutta l’isola per partecipare a una sorta di strampalata ma geniale gara poetica. Frutto di questo mondocentrico Mineo è uno dei più gustosi libri di Bonaviri, Novelle saracene, riproposto ora negli Oscar, a quindici anni dalla prima uscita. Le ventisei novelle che compongono il volumetto sono di struggente bellezza. E andrebbero ascoltate, se fosse possibile, dalle voci di donne che Bonaviri da bambino conobbe, prima tra tutte la madre, la madruzza che gli ha messo sul labbro non già la quasimodiana ironia, ma l’arte del narrare. Sono come delle ninne nanne, i racconti di Bonaviri, delle nenie che, tristi, s’insinuano nei cortili dei paesi senza luce, poverissimi, dalla parlata araba. Ecco, Bonaviri ci trasmette quei suoni e ci regala un’impagabile sensazione: quella di udirli correre di vicolo in vicolo, per poi perdersi nello stupore notturno delle campagne: “Luna lunella. dacci fortezza e pane, / api, miele e lana, o / luna lunella che sei bella / come una collurella”. Dal pozzo (o dalla cornucopia?) dell’infanzia, Bonaviri trae temi e modi del suo narrare. Lo ha sempre fatto, fin dal suo libro d’esordio, quel Sarto della Stradalunga che Vittorini accolse nei suoi “Gettoni”. Mineo, dunque, e può bastare. Come spiega nell’ introduzione Giuliano Gramigna: “L’aggettivo (‘saracene’) che compare nel titolo di questo libro non è solo esornativo. Un popolo fitto di saracini humiliores: fornai, fabbri, spaccalegna, sarti, pecorai, contadini, cicorari, si agita sul palcoscenico di una Sicilia che ha il centro in Mineo, ombelico del mondo… Un popolo da teatro dei pupi – che, s’intende, qui e’ ben altro che una diminuzione…”. Sì, i colori sono proprio quelli dei fregi dei carretti e dei teloni dei cantastorie. E’ un libro, questo, che andrebbe letto tra i banchi di scuola, per farne esercizio non soltanto di poetico narrare, ma di memoria, per letteralmente recuperare la memoria del proprio paese, della propria gente. GIUSEPPE BONAVIRI, Novelle saracene Editore Mondadori, Pagine 197, Lire 12.000

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