Quando Verga, Ollio e Don Gesualdo partirono per la luna

di Laura Lilli, “La Repubblica”, 1998.07.15, p. 37.

Nel 3223 l’Italia meridionale era diventata un deserto, e il deserto era stato adibito a pista di lancio per astronavi. Fu da qui che – in quell’anno – Giovanni Verga, insieme a Mastro Don Gesualdo, a cento fra bambine e bambini e ad altri bislacchi personaggi, partì per una avventurosa spedizione sulla luna. Così narrano cronache posteriori, di cui a noi è giunta notizia attraverso L’infinito lunare/ Racconti fantastici di Giuseppe Bonaviri, appena apparso negli Oscar Mondadori (pagg. 266, lire 13.000). Della spedizione facevano anche parte il grasso Ollio (senza Stanlio) e due cartoni animati: Hercules, robustissimo, e l’esile Sailor Moon, diafana quindicenne dall’anima di polistirolo, per la quale Giovanni Verga mostra un penchant che non può portare a niente di buono, secondo il giudizioso Mastro Don Gesualdo (“il suo Sancho Panza” dice Bonaviri). I racconti sono dieci, e “si modulano fra loro in una satira affabulata del mondo”. Sono tutti inediti eccetto il primo, Martedina, in cui un medico troppo stanco per continuare la routine coi pazienti, si imbarca, con altri, alla volta di Plutone, dice lo scrittore, medico lui stesso (“per trent’ anni ho fatto il cardiologo alla Usl, e mi è rimasta addosso la sensazione di dolore che emana da quel pozzo buio e senza fondo in cui vagano gli ammalati”). Ha un sorriso affettuoso che certo lo ha reso caro, prima ancora che ai pazienti della Usl, ai soldati fra i quali ha fatto il servizio militare come sottufficiale medico (“davo sempre il riposo”). In compenso, “spesso ero agli arresti perché ero comunista, e in prigione, su un ricettario, ho scritto Il Sarto della Stradalunga“. E’ il suo primo libro pubblicato, ora tradotto anche in arabo. Apparve nei “Gettoni” Einaudi da poco inaugurati. L’ autore, in uniforme, lo portò personalmente alla casa editrice torinese, avvolto in un giornale. Dopo qualche resistenza, lo fecero entrare e poté consegnare il pacco ad una ragazza. Un mese dopo gli arrivava il giudizio positivo di G. (“Ginzburg, la prima scrittrice che ho conosciuto in vita mia”), e sei mesi dopo l’imprimatur di Vittorini, che fu sbalordito nello scoprire che non era un operaio. Immigrato in Ciociaria dalla siciliana Mineo (“di cui da ragazzo ambivo a diventare il più grande poeta, ma non pensavo che si dovesse scrivere, né che si potesse pubblicare”) e autore di undici libri, di cui due di poesia (Il dire celeste e Il re bambino), è uno dei più raffinati, ironici, fantasiosi e tradotti scrittori italiani dei nostri giorni. Sciascia lo prediligeva (“venne a trovarmi dopo la pubblicazione de Il sarto della Stradalunga, e due anni più tardi usciva il suo Le parrocchie de Regalpetra negli stessi “Gettoni””. Calvino, nella dedica a Se di notte d’ inverno un viaggiatore, lo chiama “Spirito fratello la cui ricchezza di colori e d’immagini è un mondo nel quale mi piace abitare”. Ora siede in uno studio arruffato che è anche una tana. E’ zeppo di pietre e sassi di varie grandezze (“Sì, ne ho una notevole collezione”), di fogli disordinati, riempiti da una scrittura piccola e sghemba in righe ossessivamente fitte, e di libri: sugli scaffali, accatastati qua e là. Duecento, illustratissimi, parlano di uccelli. “Ho anche prime edizioni d’antiquariato…questo prezioso Leopardi… l’Adelchi del Manzoni… sì, Manzoni l’ho studiato a lungo e ho scoperto che buona parte della celebre pagina su “quel ramo del lago di Como” deriva da alcuni passi di Daniello Bartoli. Ho suscitato interesse…no, scandalo no: per il mondo accademico io non esisto: me ne sto ai margini, qui a Frosinone….”.

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