Storia quasi seria di una famiglia in via di estinzione (1)

Giuseppe Simili, Storia quasi seria di una famiglia in via di estinzione. I Simili non sono tutti uguali, s.d. ma ca. 2004. (Si ringrazia l’Autore per il consenso alla pubblicazione dell’opera in questa sede)

Dapprincipio fu Gualterio, Gualterio Simili o di Simili, come riportano alcuni antichi testi. Poi, quando i suoi discendenti lo scoprirono, diventò lo zio Gualtiero.
Forse non avrebbe mai saputo di avere tanti discendenti, nipoti e pronipoti; ma, per come andarono le cose, avrebbe potuto anche sospettarlo.
Lo zio Gualtiero arriva in Sicilia dalla Calabria, al seguito di Roberto e Ruggero che avevano fatto tutta questa strada – erano normanni – per fare un po’ di soldi e starsene un po’ al sole accumulando denari e teste di nemici. Le teste dei nemici a quel tempo valevano due soldi e forse meno. Ci fa comodo credere che lo zio Gualtiero, essendo normanno, era un fusto biondo di capelli, azzurri gli occhi. Comunque sia, lo zio Gualtiero non era uno qualunque ma un guerriero di quelli che contavano, non per niente gli affidavano sempre le operazioni più rischiose; il che potrebbe anche far credere che fosse il più fesso dei vice comandanti al seguito di Roberto e Ruggero. Ma è un sospetto che i discendenti respingono con tutte le loro forze, ché avere un antenato fesso non piace a nessuno.
Per la verità, Roberto e Ruggero in Sicilia erano venuti perché avevano raccolto un appello dei cristiani di Messina i quali sembra non sopportassero i saraceni e chiedevano che arrivasse qualcuno a liberarli. Che è come dire che i due fratelli, raccolto l’invito e una raccomandazione del papa, al quale i saraceni non piacevano per ovvi motivi, fossero arrivati con il compito di liberare non solo Messina ma tutta la Sicilia dall’occupazione saracena. Roberto e Ruggero volevano farsi amico il Papa, che allora contava forse più di quanto non conti oggi e, nel frattempo, raccogliere un po’ di bottino; fare, cioè, quello che era allora lo sport più praticato. Ora, diciamo la verità, gli arabi non meritavano affatto di essere cacciati, anzi. Avevano insegnato ai siciliani come coltivare le arance, avevano elevato moschee e palazzi leggiadri, sapevano di matematica e astronomia certamente più degli indigeni e degli stessi normanni che stavano arrivando per cacciarli via, ai quali astronomia, algebra e altre corbellerie del genere non interessavano affatto.
Lo zio Gualtiero si mise subito al lavoro di buona lena: di giorno cacciava saraceni, tagliava qualche testa, metteva da parte un po’ di bottino, lasciando la fetta più grossa ai capi e, di notte, (anche allora, forse più di oggi, l’uomo non era di legno) si riposava e si dava da fare seminando in varie alcove. Nel complesso, però, era una persona seria e tanti figli faceva e a tanti dava il suo cognome; e c’è da credere che a quel tempo di Simili ce ne fossero un bel po’, anche se molti morivano ancora bambini magari di banalissime malattie. A cacciare arabi lo zio Gualtiero lavorò per parecchi anni. Allora non c’erano guerre-lampo e per un lavoro di quel genere tempo ce ne voleva e tanto.
Siamo attorno all’anno 1060, non dimentichiamolo, e i tempi avevano ben altro ritmo, tant’è che, cacciando e guerreggiando, Gualtiero trovò modo di mettere su famiglia – sembra dalle parti di quella che è oggi Mineo – mettere assieme un podere e forse anche un po’ di soldi. Non doveva goderseli a lungo perché i saraceni erano anche allora duri a morire: li cacciavano da Taormina e si arrampicavano a Centuripe, li cacciavano da Centuripe e si rinchiudevano a Nicosia, si spostavano ad Augusta ed era un lavoro pesante cacciarli via. Li cacciarono anche da Catania, grazie al tradimento, immaginiamo per denaro, di alcuni catanesi che aprirono nottetempo le porte della città ai normanni che ne approfittarono per organizzare su due piedi una simpatica strage.
Cacciati da tutte queste piacevoli residenze i poveri saraceni non ebbero altra scelta che andarsi a rinchiudere sul cocuzzolo di Troina, posto difficile da conquistare, tant’è che Roberto e Ruggero per poco non ci lasciarono le penne. A questo punto i due condottieri si guardarono in giro e su chi cadde la scelta? Sul valoroso Gualtiero, naturalmente, che in quel periodo stava riposando le stanche ossa in quel di Mineo o comunque si chiamasse allora quella zona dove aveva messo insieme il suo piccolo feudo. A Gualtiero non restò che dire “Obbedisco”, saltare sul suo cavallo e, dopo aver salutato mogli e figli, dare un paio di giri di chiave alle cinture di castità delle donne di casa e partire, lancia in resta, alla volta di Troina. E qui la fortuna lo abbandonò: saranno state le frecce che i saraceni lanciavano dall’alto delle mura, saranno stati i massi che facevano precipitare dall’alto del monte, sarà stato l’olio bollente che riversavano sugli assalitori, sta di fatto che, infilzato da un dardo, colpito in testa da un masso, o fritto nell’olio bollente, lo zio Gualtiero ci restò secco.
A casa lo aspettarono a lungo invano. Dolore per la perdita del capofamiglia a parte, però, c’era l’urgenza di recuperare quelle tali chiavi e si dovette pertanto organizzare un mesto ma veloce pellegrinaggio alla ricerca delle spoglie dell’amato guerriero e, soprattutto, delle chiavi di cui si è detto.
Non c’erano a quell’epoca pensioni per i caduti in guerra, per cui sembra certo che ai numerosi membri della famiglia Simili, ormai diventata normanno-saracena, non restassero che gli occhi per piangere; così, chi più chi meno, tutti si diedero da fare per non morire di fame. La numerosa prole in gran parte andò dispersa. Si moriva giovani allora e la razza normanno-saracena dei Simili non godeva di speciali favori dalla natura. Dei tanti figli ne rimasero, a memoria storica, solo quattro: di una femmina, andata sposa ad un nerboruto e non meglio identificato Demetrio, già da allora si perdono le tracce. Dei maschi, uno sembra sia morto giovanissimo non si sa di che cosa. Rimasero in tre, Tertulio, Eutichio e Placido. Il primo era convinto di essere un valoroso guerriero, cosicché raccattò un mulo, un paio di spade arrugginite, un elmo trovato in una discarica e si mise al servizio di Ruggero. Il quale Ruggero, convinto che buon sangue non mente, gli affidò un paio di facili incarichi. Non lo avesse mai fatto! Tante Tertulio gliene combinò, che solo per ricordo della buonanima Ruggero non gli fece tagliare la testa. Si accontentò di mandarlo in una sua guarnigione al nord, dove pensava che avrebbe potuto combinare meno guai. Si sa, invece, che il focoso, ma forse un po’ fesso Tertulio, giunto che fu alle porte di Cosenza, sfidò a duello uno svevo che era due spanne più alto di lui e così il ramo Tertulio-Simili si inaridì rapidamente per morte del possibile capofamiglia.
In Sicilia, a coltivare quello che era rimasto del feudo Simili, sensibilmente ridotto dalla incapacità di alcuni dei suoi componenti, rimasero solo Eutichio e Placido. Era quest’ultimo il solo della famiglia che sapesse leggere e scrivere, cosa che contava a quell’epoca. Forte di queste sue qualità, mise la suea penna al servizio di chi meglio lo pagava e, grazie ad essa, riuscì a mettere insieme un decente gruzzoletto; tanto quanto bastava per evitargli di andare per campi a zappare e seminare.
Placido sposò una Giovanna che non riuscì a dargli eredi legittimi; così, il primo dei Simili letterati, gli eredi tentò di farseli spargendo il suo seme nei dintorni. Essendo però la già detta Giovanna una donna piuttosto energica e manesca, Placido si guardò bene dal dare il suo nome ai frutti dei suoi adulterii – e fece male perché si diceva che gran parte di questi figli erano venuti su di normanna costituzione – così, un altro dei rami Simili seccò anzitempo.
Per fortuna, o sfortuna dei discendenti, a proseguire la razza ed il cognome si dedicò il paziente Eutichio. Gran lavoratore, non aveva grilli per la testa, si guadagnava il pane dall’alba al tramonto e di notte si dava legittimamente da fare con la sua compagna, una robusta arabeggiante fanciulla, grazie alla quale, o per colpa della quale, il biondo dei normanni andò a farsi benedire.
Uno solo degli eredi (sembra si chiamasse Federico) era venuto fuori alto, biondo e di gentile aspetto, ma era uno che non intendeva lavorare e veniva considerato nel comprensorio piuttosto effeminato, per non dire altro. Fatto sta che Eutichio un bel giorno lo prese a calci nel sedere e così anche dell’ultimo biondo normanno del ramo si persero ben presto le tracce.
Dei figli di Eutichio uno solo fu all’altezza della situazione: scuro, di non gentile aspetto, secondo quanto se ne sa molto più arabo che normanno, Lorenzo – così si chiamava – mise al mondo un robusto plotone di figli e in pochi anni la zona fu sufficientemente popolata di Simili. Molti ne morirono giovani o giovanissimi, molti non lasciarono traccia sull’Isola, andando a cercare miglior fortuna altrove, molti altri però ne restarono a proseguire e irrobustire la stirpe.

(segue…)

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