Una nuova edizione de “L’enorme tempo”

Piero Bianucci, Giuseppe Bonaviri – Tra i pastori di Mineo, “Tuttolibri”, inserto de “La Stampa”, 21 agosto 2010, p. 4.

Mineo, paese arroccato nell’arcaica provincia siciliana, fine Anni 40. Un giovane che lì ha le sue radici, vi ritorna da medico condotto, a combattere contro malattie, miseria e ignoranza, timido interlocutore di un sindaco rassegnato e pastori superstiziosi che, pur di non vaccinare le capre contro la febbre maltese, ne bruciano il latte sotto la Luna. L’enorme tempo, romanzo di Giuseppe Bonaviri, si ripresenta in una edizione curata per Sellerio (pp. 200, € 12) da Salvatore Silvano Nigro, emendato da interventi sgraziati degli editori precedenti (Rizzoli 1976, Oscar Mondadori 1999). “Enorme tempo” è quello che separa (forse anche protegge) la gente di Mineo dalla modernità. Ed enorme fu il tempo di elaborazione di queste pagine. Benché Bonaviri in calce al manoscritto abbia scritto 1955-1961, i rimaneggiamenti si prolungarono fino al 1976. Primo lettore fu Vittorini. Gli parve un diario bozzettistico, chiese correttivi socio-politici che non erano nelle corde di Bonaviri. Grazie a Romano Bilenchi, qualche capitolo uscì sul “Nuovo Corriere”, poi su “l’Unità”, un brano più ampio nella rivista “Nuovi Argomenti” (ora in appendice). Intanto la narrativa di Bonaviri virava al fantastico, il suo linguaggio si separava dal realismo, parole di botanica, zoologia, chimica, fisica si incastonavano in una sintassi dalla flessibilità acrobatica. Quando L’enorme tempo uscì, con il suo sapore di accorato documento antropologico, apparve come un masso erratico in una geografia narrativa ormai estranea.
Bonaviri ha salutato il mondo l’11 marzo 2001 a 84 anni. Al mondo ha lasciato romanzi e poesie che nella letteratura del Novecento occupano uno spazio appartato ma grande, destinato a crescere. Nato a Mineo, come Capuana, aveva fatto il militare al nord, a Casale, dopo essersi laureato in medicina a Catania. Per mezzo secolo ha fatto il medico a Frosinone. Fu anche il cardiologo dell’ospedale pischiatrico. I “matti” lo amavano, lui li amava. L’esordio nel 1954 lo portò di colpo nell’olimpo della narrativa italiana: Il sarto della Stradalunga uscì alla Einaudi nei “Gettoni” di Vittorini. Fu una sintonia breve. Calvino e Sciascia saranno poi i suoi tutori tra le insidie dell’industria culturale.

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