Capuana su Sant’Agrippina e la sua grotta

[da: Luigi Capuana, Di alcuni usi e credenze religiose della Sicilia, a cura di Giovanna Finocchiaro Chimirri, Catania, C.U.E.C.M., 1994, pp. 148]

Ciò che a prima vista colpisce anche il meno attento viaggiatore è la varietà, sto per dire, contraddittoria che mostrasi, ed a brevi distanze, nelle diverse parti dell’isola. Le provincie che la compongono hanno quasi tutte un aspetto loro particolare che proviene e dalla conformazione del suolo, e dalla natura dei monumenti, e dai tipi delle popolazioni; giacché il passato colà non sta ristretto nel freddo racconto degli storici e dei cronisti, ma presenta testimonianze viventi ed incontrastabili. Il greco, il romano, l’arabo, il normanno, il francese, lo spagnolo, ti vengono continuamente innanzi come ti muovi da Palermo a Siracusa; e il soave dialetto immortalato dal Meli ti sorprende ad ogni tratto per la prodigiosa varietà di linguaggi che ha saputo assimilarsi.
In Palermo e nei suoi dintorni è predominante il carattere arabo unito al normanno; Catania e Siracusa, al contrario, sono perfettamente greche. Qua e là poi, con un’intermittenza ed un mescolamento sorprendenti per chi conosce la storia delle origini siciliane, questi diversi tipi nazionali s’incrociano, si ripetono, e in taluni punti mostrano ancora una solidità ed una costanza meravigliosa, per esempio tra le colonie greco-albanesi e le lombarde.
Io non voglio discutere se in antico la Sicilia sia stata unita geologicamente alla punta di Reggio, o se abbia fatto parte di quella grand’isola Atlantide che Platone dice sprofondata nel Mediterraneo. Ma quando esamino attentamente il carattere generale dei suoi abitatori, mi viene il pensiero di crederla staccata dalle coste della vicinissima Africa, tanto manifesto vi si rivela il subito bollore del sangue africano.

IV

Sentenziò quel Padre della Chiesa che tre quarti del Cristianesimo sono affare di nervi. Pei meridionali, tre quarti di religione sono affare di fantasia. L’immensa parte concessa in Sicilia al culto esteriore non si spiega altrimenti; giacché la pompa, la grandiosità di quelle feste sorpassano ogni limite, e spesso l’immaginazione, ridotta idolatra, vi strozza fin i più nobili sentimenti del cuore umano.
Quasi ogni città possiede statue e quadri riputati miracolosi che usufruttano con continue elemosine l’inesauribile carità dei popolani. Leggende che non trovansi nei Bollandisti sono accettate pressoché come dommi di santa fede, e guai a mostrare verso d’esse la menoma ombra di dubbio.
Io che scrivo questi brevi cenni dietro semplici ricordi ed impressioni di viaggi, senza avere studiato di proposito il soggetto, non posso dare notizie particolareggiate del maggior numero di quei santi, sante o madonne che sono là continuo oggetto d’un culto esagerato e riprovevole; ma quanto dirò sarà sufficiente per far conoscere le difficoltà che questa superficiale educazione religiosa presenta al governo.
Il lettore stupirà sentendo che in Gangi (l’antico Engium) si veneri una penna dello Spirito Santo! Ma capirà subito da qual simbolo cristiano tragga origine così strana credenza. In Melilli la statua di San Sebastiano, aborto di scultura bizantina, è fonte d’una fantastica leggenda di naufragi, e dà pretesto a certi usi pagani di cui parlerò in appresso. La statua di Santa Agrippina in Mineo vien creduta, nella parte superiore, fattura degli angioli, mentre è storicamente noto esser opera d’uno scultore messinese del 1600. La leggenda di questa santa però è colma di bellissima poesia. Vi si narra che il corpo di essa, trasportato per aereo viaggio da Roma a Girgenti e da Girgenti a Mineo, trovisi ora sepolto in un luogo ignorato di quest’ultima città, e dovrà esser scoperto in un momento di grande desolazione pel paese che protegge. Nota intanto che mentre il rituale romano la ripete nell’officio, i Bollandisti la contraddicono, adducendo ottime ragioni per provare che il corpo della martire fu recato a Cartagine. Ma ciò non impedisce che anche a Girgenti non sia oggetto di venerazione una sua pianella lasciatavi, dicesi, come ricordo del mortuario viaggio. La particolarità più curiosa del giorno della festa è la costante osservazione che fa il popolo d’un visibile cangiamento di colore sulla fisionomia della statua, e della impreteribile apparizione di una mosca che va a posarle sul naso e credesi da molti sia 1′ anima della Santa. Ma non sarà malizia l’osservare che la solennità succede in luglio, e che il caldo, il legno, e la vernice forse entrano per qualche cosa in cotesto miracolo.
Come saggio di costumi, voglio qui accennare che negli anni addietro sparì il castello d’argento massiccio che la statua portava sulla mano sinistra, simbolo del patronato di quella città, che possiede le ruine d’una fortezza greco-sicula, e i canonici della chiesa non hanno saputo far tacere la voce pubblica che li accusa quali autori di tale mancanza.
La devozione di Santa Agrippina, fra quella popolazione riputatissima in tutta Sicilia come una popolazione di poeti, dà origine ad un uso che non ismentisce la fama. Ad un miglio e mezzo dalla città trovasi una roccia chiamata ancora col vetusto nome di Lamia, ove, narra la leggenda, abitavano i diavoli prima che Santa Agrippina non arrivasse a scacciarneli. Grotte spaziosissime, scavate in quei fianchi massicci, vengono al giorno d’oggi additate per il palazzo infernale d’un tempo, e il loro aspetto affumicato e privo di luce conferma nelle fantasie volgari la narrazione. Solo forse grotte trogloditiche, come se ne veggono anche sulla cresta dell’Erice lì presso, ove trovansi pure i resti d’un edificio greco somigliante ad un bagno.
L’immagine del popolo non sa contemplare quegli antichi ruderi senza vivificarli con un alito di poesia. Le grotte trogloditiche dell’Erice hanno ricevuto quindi una leggenda loro particolare, e quella chiamata la Grotta dalle sette porte dicesi contenga un immenso tesoro incantato, alla guardia del quale veglia un mercante cogli abiti rossi. Parecchi contadini hanno creduto vederlo, e qualcuno afferma anche di avergli parlato in certe ore della notte.
La grotta della Lamia al presente è trasmutata in un meschinissimo santuario, con un povero altare di pietra ed un misero quadro che raffigura la Santa. Un eremita, che non è legato da alcun voto religioso, coltiva i campi annessi al romitorio, e provvede al culto.
Qualche volta i silenzi di quella poetica vallata vengono interrotti da rosari recitati ad alta voce, uniti ad acutissime e prolungate grida di evviva!

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