Storia quasi seria di una famiglia in via di estinzione (5)

(prima puntata; seconda puntata; terza puntata; quarta puntata)

Antonio il ragioniere era la rappresentazione plastica della semplicità e dell’ingenuità. È passato alla storia della famiglia per due episodi, il primo trasmesso ai posteri come ‘le mille lire stracciate’, che vale la pena di raccontare.
Avvenne, in una serata di pioggia e di vento, nei pressi del Villino Simili. Antonio il ragioniere aveva prelevato l’allora ingente somma di mille lire che avrebbe dovuto consegnare al cugino Santi, marito di Giuseppina meglio nota come Peppina, nata dall’avvocato Giuseppe. Prima di presentarsi al Villino aveva creduto bene di recarsi dal barbiere a rifarsi la barba. Uscito sbarbato, aveva tirato fuori delle cartuccelle che aveva in tasca e le aveva seminate lungo il marciapiede, per sua fortuna, come poi si appurò, ancora in terra battuta, fangosa e adeguatamente appiccicosa. Giunto alle porte del Villino e messe le mani in tasca, il povero ragioniere si accorse che con le cartuccelle aveva stracciato anche il bigliettone da mille lire. Tornò indietro e, tra un singhiozzo e l’altro, con l’aiuto di alcuni ragazzi che per tutta la sua lunga vita ritenne sempre fossero angeli, raccolse tutti i pezzettini di carta che poté raccogliere. Giunse in lacrime al Villino e scaricò sul lungo tavolo dove la numerosa famiglia pranzava, le sue cartuccelle. Cominciò, al lume di candela (imperversava un temporale e mancava l’energia elettrica), la ricostruzione, mentre il ragioniere Antonio alternava i singhiozzi con delle capocciate sul muro e, miracolosamente, trentasette pezzettini di carta colorata ridiventarono mille lire intere scrupolosamente riappiccicate. Nel frattempo, il povero ragioniere aveva minacciato, piangendo, di gettarsi dalla finestra (si era per fortuna al primo piano) confortato dal cugino Santi che non aveva ancora capito che quelle mille lire erano le sue. Lo seppe e tentò a sua volta di agevolare il suicidio del cugino. Fu fermato dal grido di gioia levatosi attorno al tavolo quando andò a posto il trentasettesimo pezzo della banconota.
Il secondo episodio, passato alla storia della famiglia come quello del ‘melone al piede’, colpì il candido ragioniere in tribunale. Incaricato dal suo datore di lavoro di rispondere ad una convocazione del pretore, avrebbe dovuto, alla chiamata, dichiarare di chiamarsi non già De Forti Antonio m Cristaldi Francesco come il datore di cui sopra. Poi, doveva solo rispondere no alla domanda del cancelliere e tornarsene a casa. Tutto avvenne come previsto: il cancelliere chiamò “Cristaldi Francesco” e il ragioniere Antonio rispose subito “Presente!”. Il cancelliere chiese, a questo punto “Dica il suo nome” e il ragioniere prontissimo a voce alta e sicura rispose “De Forti Antonio”. Si beccò una rapida incriminazione per false generalità e venne rimandato a casa dove, in attesa di una sentenza che lo avrebbe relegato, secondo lui , in chissà quale prigione, passò le peggiori giornate della sua vita. Ad evitare che si calmasse e ragionasse sul fatto che la cosa sarebbe finita praticamente in niente, come poi avvenne, fu il diabolico cugino Vincenzo Damigella – già Purificazione – il quale, incontrandolo o andandolo a trovare, cosa che faceva per aggravare ancor più le lamentazioni del ragioniere, gli chiedeva: “Lo hai comprato il melone?” intendendo con questa domanda sollecitargli allenamenti per quando, relegato nelle patrie galere, sarebbe stato costretto a camminare con la palla di piombo al piede. L’incriminazione finì in non luogo a procedere, ma il povero ragioniere non riuscì, per molto tempo ancora, a sopportare la vista dei meloni.
Dato che abbiamo citato il Vincenzo (alias Purificazione) Damigella, non si possono non raccontare le vicende di questo straordinario, baffuto individuo. Era un eccezionale raccontatore, con particolare riferimento alle sue avventure guerresche (si fa per dire, perché riuscì in tutta la durata della guerra a stare lontano molte centinaia di chilometri da ogni vicenda pericolosa). Delle sue vicende, diciamo così ‘guerresche’, rimase affascinato Vitaliano Brancati, fedele frequentatore delle serate in casa Simili, il quale lo guidò nella produzione di un libro La pelle a casa (un titolo che la dice lunga sulla natura del racconto) edito da Longanesi ma poi ritirato dalle censura democristiana in quanto accoppiato ad altro libro altrettanto dissacrante e licenzioso, di autore della stessa razza…
Vincenzo Purificazione ebbe una lunga e ingloriosa carriera militare con molti trasferimenti dovuti al fatto che dove arrivava si fidanzava ufficialmente, andava a pranzo in casa della fidanzata, si faceva lavare e stirare la biancheria dalla futura suocera e, quando le cose diventavano pericolose, con rischi di matrimonio, convinceva i superiori a trasferirlo in altra città, possibilmente lontana, dove si rifidanzava etc etc.
Raccontatore brillante, come abbiamo detto, si metteva in tasca, lui sergente, capitani e colonnelli e quando nello stesso reparto (Quinto Autocentro di Palermo) capitò il cugino Massimo Simili, tenente di complemento, riuscì ad evitare che lo spedissero a combattere in Russia semplicemente imponendo al colonnello che non osasse mandare verso le pericolose steppe russe il tenente-cugino in quanto “la zia Mariannina si sarebbe molto arrabbiata”. La zia Mariannina era la madre di Massimo e, per quanto incredibile possa sembrare, tanto bastò perché Massimo riuscisse ad evitare la pericolosa avventura russa e finisse poi col trovarsi, complice una fortuna che non lo aveva mai abbandonato in gioventù, a casa, in licenza (falsa, firmata da Vincenzo Purificazione) quando in Sicilia arrivarono gli alleati.
L’aveva passata liscia, Massimo, anche quando al servizio di prima nomina, già noto come scrittore umorista, venne invitato a casa del comandante del suo reggimento e, a pranzo consumato, condotto al tavolo del bridge, essendosi fatto ingenuamente scappare che lui di bridge se ne intendeva (non ne aveva, invece, che sentito vagamente parlarne). Il colonnello chiamò “un fiori” e lui rispose, incautamente, “due fiori”, il colonnello salì a cinque e lui, per fargli piacere, saltò a sei. Messe sul tavolo le carte del morto, che era lui, il colonnello prima impallidì, poi diventò paonazzo ed ebbe, infine, un mancamento provocato dal fatto che il ‘morto’ non aveva né fiori né onori, come si chiamano al bridge le  carte che contano. Massimo evitò il trasferimento al carcere di Gaeta perché, in fondo, il colonnello aveva il cuore tenero.
Tornando al Vincenzo Purificazione, ebbe due fratelli, il già citato Gerolamo Concezione e il più giovane Cherubino. Due fratelli passati alla storia della famiglia in quanto per oltre vent’anni, vivendo nella stessa casa e dormendo nella stessa cameretta con i letti a pochi centimetri l’uno dall’alto, non si erano più parlati, ignorandosi a vicenda per un bisticcio da ragazzi. Si riparlarono quando il Cherubino, preso prigioniero dagli inglesi pochi giorni dopo il suo arrivo sul fronte libico e finito in India, venne rimpatriato a fine guerra. Un record di silenzi mai battuto da altro componente della grande famiglia.
Gerolamo Concezione abbracciò la carriera del giornalismo, sposò una cugina colta e intelligente ma di qualche anno più anziana di lui divenendo, per molti anni, a causa di questo matrimonio, protagonista delle conversazioni invernali ed estive del paese di Mineo. Non c’era televisione e un matrimonio di questi bastava ad allietare i pomeriggi e le serate della gente. Gerolamo Concezione, chiamato per carità di patria semplicemente Mimmo, e la più matura cugina, ebbero anche una figlia, Annamaria, trasferitasi a lavorare a Firenze e mai più vista da queste parti.
Cherubino diventò un esperto di enigmistica, trovò un posto nel complesso de La Sicilia e, andato in pensione, tornò a collaborare con la Settimana Enigmistica fino a quando lasciò questa valle di lacrime. Sposato con una delle figlie del famoso pretore che sentenziava a letto, non ha avuto eredi. Di lui si racconta che, giovinetto, aveva in odio, per motivi mai noti, i barbieri e, arrivato ai tredici anni, portava in giro una chioma che gli ricadeva sulle spalle per una ventina di centimetri. Rifiutò, per mesi e mesi, di sottoporsi al taglio e ci volle l’impiego di quattro forzuti parenti per mettere la sua fluente e mai sciampizzata capigliatura sotto le forbici del Siracusa, il barbiere di famiglia che aveva negozio a due passi da casa.
Lascia traccia questo Siracusa perché era incaricato di fare la barba a Santi De Forti marito di Peppina. Siracusa, mattina dopo mattina, chiudeva il suo salone di piazza Iolanda e veniva al Villino a sbarbare il suddetto Santi. Andò bene per qualche anno, finché in famiglia non venne aggregato un cane di incertissima razza, nato da incroci multipli tra diversissimi cani e cagne. Brutto ma intelligente, il cane, chiamato a furor di popolo Piripicchio, non piacque al Siracusa e fu largamente ricambiato. I due, cane e barbiere, ebbero alcuni scontri in casa e fuori dove Piripicchio scortava, abbaiando, il barbiere; le cose si aggravarono quando Piripicchio cominciò ad allietare i suoi pomeriggi uscendo dal Villino per recarsi in piazza Iolanda, affacciandosi sulla porta del salone del Siracusa dove si dedicava a lunghi e minacciosi abbaiamenti. Finì che Santi De Forti dovette rassegnarsi, imprecando come era suo uso e costume, a farsi la barba da solo.
(segue)

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