In fondo al pozzo

di Carlo Blangiforti

Era una giornata calda. Inutilmente calda. Referendum sulla caccia. In tutta la mattinata erano venute una dozzina di persone a votare. Dopopranzo eravamo rimasti solo io e la signora Barone, una signora anziana che dimostrava molti più anni di quelli che aveva. Non si sa come, ma parlammo per ore, di gusto. La vecchietta mi raccontò di un fatto accaduto a Mineo, il mio paese, tantissimi anni prima: la storia della tragica morte di un giovane e della condanna alla solitudine delle ingenue assassine. Se non fosse accaduto, e accaduto a Mineo, potrebbe essere la trama di un racconto di Gabriel García Márquez.
Non pensavo fosse così umido qua sotto. Sommessi bisbigli lontani. Un muschio filamentoso mi si è attaccato addosso come un’altra pelle. A stento intravedo lo spicchio bianco del cielo. Mentre crepo rido, rido di cuore e penso a quando questa storia è iniziata.
Sono le nove. È una domenica serena. Mi si affaccio dalla finestra nel vicolo: l’aria è fina e sottile, tutto sembra enorme, il cielo è enorme. Così è in Sicilia. E poi c’è l’odore di stalla, la puzza, che si alza rivoltando i miei pensieri come un vecchio calzino. In mano tengo la camicia appena stirata da mia madre. «Mamà, mi sposo!» Non mangio nemmeno un pezzo di pane, esco di corsa e per la contentezza non mi accorgo che non ho la cinta. Capita. Penso notturno, a fatica capisco cosa è passato e cosa deve avvenire. Dovrei svegliarmi e non ne ho la voglia, sono felice così. Assunta me la voglio sposare, voglio avere figli e mettere su una bottega di scarparo. Questa sarà tutta la mia vita, me la faccio bastare. A maggio faccio ventidue anni.  Ho pensieri che sono come funamboli che saltano l’uno sull’altro. Mi confondono. Si confondono. Ma sono felice.
La vedo, le vedo. Sono sul ballatoio che parlottano, labbra rosso ciliegia, calzettoni e chignon. Assunta è un po’ più bassa, ma è più bella: la carnagione bianchissima e quando ride gli occhi si inarcano verso l’altro. Quanto è bella. Parlottano e ridono. Lei mi guarda e dice qualcosa all’orecchio della sorella, non capisco se ridono o sorridono. Non importa dopo la serenata della settimana scorsa non può non essere lei la donna della mia vita.
Per un istante, solo per un istante, sono distratto dal farmacista e dal maestro Margarone: «Questo ci porta al baratro. L’Etiopia, Margarone, ti rendi conto? L’Etiopia».
È bellissima Assuntina. Prendo il cuore tra le mani, lo fermo e a passi lunghi mi avvio.
«Assu’, una parola» – annuisce sorridendo con i suoi denti bianchissimi – «permetti?» I suoi diciassett’anni esplodono in un seno enorme, nei fiori grandissimi del suo abito della domenica, sorride e sussurra – «un minuto che devo andare alla messa!» – mi tolgo la coppola e la tengo spavaldamente appesa all’indice destro – «Assunta, l’anno che viene mi apro una bottega di calzolaio e mi voglio sposare. Tu sei una signorina brava e…»
Le due sorelle si voltano di scatto l’una verso l’altra, mi paiono sorprese dalla mia proposta. Passano momenti che sembrano una eternità. Domenica mattina. Domenica mattina. La giornata è bella. Le due si guardano e si contorcono in una smorfia di dolore, di tristezza, di odiosa allegria. Assunta sbuffa in una risata grassa e umida di saliva. Ride e non si vuole fermare. All’inizio mi piace averla fatta ridere, ma non capisco. Continuo a non capire: «Assunta, Agrippina, che c’è da ridere?» – non si fermano, mi giro imbarazzato, scorgo una donna che osserva la scena da dietro le persiane, poi un all’altra che s’affaccia dall’uscio socchiuso. Un vecchio massaro seduto al sole non tira più dalla pipa. Un gruppo di monelli si ferma e attacca a ridere. Assunta, la sinistra aperta sulle labbra, la destra puntata su di me grida in una risata isterica: «Sposarmi? Io? Con te? Con Turi la fimmina?» – Turi la fimmina, mi chiedo, chi è Turi la fimmina. Mi volto e del cortile tutti sghignazzano spudoratamente. I marmocchi sculettano oscenamente, fanno il verso a qualcuno, a Turi la fimmina. Ma chi è Turi la fimmina. «Turi, mi dispiace, ma a mia sorella ci piace altra mercanzia» – Agrippina, nella sua volgarità, è fin troppo esplicita. Sarà il mio tono di voce, sarà che sono sempre rispettoso e gentile con le persone, sarà che porto gli occhiali, non fumo e non scatarro ogni due secondi… Non lo so. Provo a balbettare qualcosa, ma nelle risate generali, non riesco a sentire nemmeno io la mia voce. Mi si riempie il cervello d’ovatta, forse sto ancora dormendo, sarebbe meglio, la vista mi si appanna, mi gira la testa e sento premere qualcosa di viscido sulle tempie. Buio.
Il farmacista mi rianima con affetto. «Un cordiale. Turi, bevi, che ti fa bene!» Turi, bevi che ti fa bene, cosa mi può fare bene. Il mio cuore l’avevo fermato pensando di lanciarlo oltre il muro del domani e invece non riparte, non ne vuole sentire, non riparte. «Che è successo» – mi sento pallido come un lenzuolo – «Niente, dottore Carcò, la debolezza… stamattina non ho mangiato niente» – il farmacista mi guarda con uno sguardo complice – «Male, tu sei giovane e hai bisogno di energia. Se non ti nutri a dovere quando sarai vecchio…» – Quando sarò vecchio! Quando sarò vecchio? A questo punto non potrò mai diventare vecchio.
Vado verso casa. Cammino due metri sottoterra per la vergogna, per la sofferenza, per la vita che non potrò mai più avere. Non me la sento di rientrare. Mia madre mi guarderebbe come una bestia ferita, con gli occhi di una cagna che ha perso i cuccioli. Se non fosse morto, mio padre morrebbe oggi. Non entro, me ne vado in campagna, di domenica non c’è nessuno a Jannicoco.
Sotto quest’ulivo ho giocato da bambino. I cugini, i figli del mezzadro, la caccia alle rane al fiume, l’affetto delicato di noi bambini, i primi sensi di colpa e questo ulivo centenario. Non ho la cintura. Stamattina, quando ero felice, sono uscito senza. Che stupido non ho nemmeno un pezzo di corda per appendermi. Beh, comunque le femmine non s’ammazzano così: s’avvelenano, si tagliano le vene… Fischietto Faccetta nera, se tutto va bene fra qualche mese Tano e Peppi Spaccafico, saranno in un bordello di Addis Abeba. Se tutto va bene. Fischietto e cammino: è bianco di calce, un cappuccio da confratello, il pozzo, balugina nella verdura del grano; mi guardo attorno, nessuno,  la campagna è bellissima in questa stagione. Scosto la grata. Mi lascio cadere a testa in giù. Nel buio. Un attimo, un eternità?
Ora dovrei guardare indietro ai miei anni, quando si muore è d’uso, ma non è ho voglia, mi sento stranamente libero, rido ed urino. Non pensavo fosse così umido qua sotto. Come un filo sottile sottile sento ancora la voce dei vecchi amici accorsi a tirarmi fuori. Tardi. Umberto Salerno, Vito Spanò, Primo Digiacomo, non pensavo d’avere tanti amici e sono tanti. Li sento cicalare sommessamente. Sanno tutto, sanno cosa è successo e gridano: «Troie, mai avrete uno di noi». Mi viene da ridere. Assunta e Agrippina resteranno per sempre zitelle. In eterno. Ecco il patto dei maschi del paese, compatti nel sacrificio. Ma adesso non me ne importa quasi più nulla.

I fatti sono veri, i nomi meno. Per difetto di memoria, per difetto di volontà, nessuno più se li ricorda.

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