Storia quasi seria di una famiglia in via di estinzione (6)

(puntate precedenti: prima; seconda; terza; quarta; quinta)

Ben più corposa la produzione di Giuseppe il famoso avvocato, famoso oratore, famoso giornalista e famoso scrittore. Di figli Giuseppe ne ebbe sette, quattro maschi e tre femmine. La prima nata non poté evitare di essere chiamata Girolama, poi diventata per sua fortuna Mimì, un nome che faceva tanto Boheme. Sposò un ingegnere, Vincenzo Patané che lasciò, quando morì ancor giovane in un incidente d’auto, traccia di sé in alcuni edifici pubblici di Catania e dintorni. Ebbe anche una breve carriera politica nel cosiddetto deprecato ventennio, ma ciò non gli impedì di mettere al mondo tre figli, una femmina, Maria, e due maschi, un Leonardo e un Giuseppe tanto per non fare un torto ai rispettivi nonni.
Leonardo, chiamato più semplicemente Dino, diventò un bravo ingegnere ma, alla storia della famiglia è noto perché ritenne fino alla morte, avvenuta in tardissima età, di avere praticamente tutte le principali malattie, compreso il ginocchio della lavandaia, esclusa solo la filossera in quanto malattia delle piante. Ogni mattina comprava il giornale, andava subito alla pagina dei necrologi e, quando trovava il nome di un morto noto o amico, correva a informarsi di che morte se ne era andato. Annotava la natura del male che aveva provocato il decesso e, immediatamente, ne avvertiva tutti i sintomi. Così correva dal suo medico di fiducia, che invano cercò per tutta la vita di evitarlo, e si sottoponeva ad una visita accurata quanto inutile. Temporaneamente guarito e tranquillizzato, tornava a casa e aspettava con ansia il giornale del giorno dopo per ricorrere alla lettura delle necrologie. Stava bene ma non ci credeva.
Dal famoso avvocato Giuseppe, dopo Mimì, arrivò Giuseppina, diventata negli anni la zia Peppina non solo per i parenti, ma anche per gli amici che in gran numero continuavano a frequentare il Villino. Sposò lo scarsocrinitissimo Santi De Forti, protagonista involontario dell’episodio delle mille lire sminuzzate, ed ebbe un solo figlio, Totò, morto in giovanissima età.
Finalmente da Giuseppe e Mariannina arrivò il primo maschio, inevitabilmente chiamato Silvestro in onore del bibarbuto avo. Sposò una nobile, bionda, bellissima fanciulla, Agata Perrotta e mise al mondo un maschio, Giuseppe, e una femmina, Anna Maria, tanto per togliere di mezzo tanti Arcangeli, Gerolame e nomi altrettanto scomodi.
Terza nata di Giuseppe l’avvocato e Mariannina la casalinga, una femmina, Antonietta, chiamata più semplicemente Ninetta, andata sposa ad un Sebastiano Inserra, promettente ingegnere che continuò a nutrirsi per tutta la vita di grandiose idee e grandiosi progetti, quasi tutti praticamente irrealizzabili, accoppiati ad un assai carente senso della realtà. Ninetta, piccola e vivace, è passata alla storia per la sua distrazione. Una volta, già non più giovanissima, negò di avere fratelli o sorelle (ne aveva sei) solo perché se li era dimenticati. Matura negli anni, la sera metteva fuori la porta il libro da leggere e sul comodino la bottiglia del latte e, per qualche giorno, scambiò ampi saluti e sorrisi con un ‘Fernandel’ che, nel caso in specie, era solo una sagoma di cartone che serviva a reclamizzare una nota marca di frigoriferi. Si arrese alla realtà quando, accompagnata sul posto, fu costretta a toccare con mano il solido cartone con il quale Fernandel era stato realizzato, accettando malvolentieri il fatto che il famoso attore non sorrideva solo a lei ma a tutti quelli che passavano per strada.
Ninetta e il citato ingegnere ebbero una sola figlia, rossocrinita, che chiamarono Rosalia, in omaggio ad una nonna anch’essa rossa di pelo, ma che, pentendosene in tempo, finirono col chiamare più semplicemente Lella. Sposata con un giovane e brillante Enzo La Mantia, dopo pochi anni di matrimonio ha perso il marito ancora in giovane età, consolandosi negli anni con i due figli: una femmina, Alessandra, accasatasi con un promettente oculista, e Ignazio, chiamato Igo perché era più semplice, che, dopo una breve carriera sportiva quale pallanotista, è poi diventato un apprezzatissimo medico specializzato in malattie della gola e dell’orecchio. Si dice otorinolaringoiatra ma è troppo lungo ed è anche difficile da pronunciare. Lella, da queste unioni, ha anche ereditato un congruo numero di nipoti.
Il citato Sebastiano ingegnere faceva parte di una famiglia Inserra che abitava nello stesso viale XX Settembre, praticamente di fronte al Villino delle Rose. Numerosa famiglia anche questa, dominata da una possente e autorevole Rosalia, rossa di pelo e di capelli, titolare di un seno di notevolissima estensione, temutissima da amici, figli e parenti. Aveva anche domato carabinieri e guardie municipali che ogni anno tentavano di smuoverla da una sedia che la suddetta piazzava sul marciapiedi in occasione del passaggio delle auto che partecipavano al Giro Automobilistico di Sicilia. Era una posizione pericolosa, ma mai nessun agente delle forze dell’ordine, per quanto autorevole fosse, riuscì a farla spostare di un centimetro. Molti di quei famosi corridori impararono a conoscerla sfiorandola e scambiando con lei calorosi saluti.
Al via del secolo nacque, da Giuseppe e Mariannina, un altro maschio battezzato Sebastiano, non si sa per qual crudeltà, chiamato poi solo Nello, e che merita in questa storia un capitolo a parte. Nello fu seguito, tre anni dopo, da un umberto, forse in omaggio ad un re caduto sotto i colpi di un anarchico a Monza. Umberto, ingegnere, si trasferì a Torino, sposò una Adriana, ebbe una sola figlia, Annamaria, e diventò un uomo importante ma senza eredi maschi.
Giuseppe e Mariannina ritennero chiusa la produzione, ma, tredici anni dopo, per quella che il famoso avvocato definì ‘una distrazione’, nacque Massimo, passato alla storia per la sua straordinaria fortuna. Se comprava un biglietto della lotteria azzeccava sempre un premio; vinse una barca e molte casse di liquori, finché trovò la sua strada collaborando al Prode Anselmo e allo Scirocco, giornali fondati da suo fratello Nello. Da qui partì per una fortunata carriera di umorista a Milano. Bertoldo prima e poi Candido, di lui, morto ancora abbastanza giovane, restano alcuni libri ancora oggi molto richiesti e ricercati (soprattutto Gli industriali del ficodindia, piuttosto attuale). Sposato con una leggiadra fanciulla taorminese, ha avuto un figlio, Maurizio (produttore solo di due femmine e stop anche qui al ramo Simili) e una Marinì sposata in seconde nozze con il giovane barone Bonajuto.
Siamo così arrivati ad una nuova generazione, sulla quale è il caso di soffermarsi perché ognuno di questi virgulti ha vissuto e fatto vivere delle storie, qualcuna divertente, qualcuna un po’ meno. In poche parole la grande famiglia si era già fatta, aveva una sua sede storica e avrebbe vissuto una cinquantina d’anni interessanti prima di assottigliarsi e di disperdersi, in gran parte, come è poi avvenuto. Ma questi cinquant’anni o poco più meritano di essere raccontati attraverso le vicende di ognuno di questi rami e di ognuno dei suoi componenti. E non si può partire che dalla sede, dal Villino delle Rose. (segue…)

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