Storia quasi seria di una famiglia in via di estinzione (7)

(puntate precedenti: prima; seconda; terza; quarta; quinta; sesta)

A decidere di costruire una villa per i suoi non pochi discendenti, fu il famoso avvocato Giuseppe, quello che nella sua, ahimè breve, vita (morì di cancro subito dopo la prima guerra mondiale) doveva diventare il più famoso e poliedrico rappresentante della famiglia. Aveva fatto in fretta a diventare un oratore e un avvocato celebre, non solo nella sua città ma anche in Sicilia e nel resto d’Italia, confrontandosi con gli avvocati più illustri dell’epoca come Carnelutti e De Nicola. Tra un processo e l’altro, tra un trionfo oratorio e un altro, spaziò nel campo del giornalismo (diventò direttore del quotidiano La Sicilia lontano progenitore dell’attuale) e scrisse commedie, libri e racconti. Era, in poche parole, uno che contava, che aveva successo come avvocato e, in tale veste, in grado di mettere da parte i soldi necessari a costruire una villa adatta alla molta prole che stava mettendo al mondo. Una casa destinata a diventare centro di attrazione per parenti vicini e lontani, (che per anni lo utilizzarono come punto di ritrovo, albergo e ristorante a totale carico del proprietario), letterati e scrittori, come Capana: fedele frequentatore e concittadino (era nato anche lui a Mineo), spesso aiutato con prestiti, quasi sempre a fondo perduto. Molti anni dopo la sua morte, si ritrovarono in fondo ad un cassetto parecchi bigliettini scritti dal Capuana tutti più o meno dello stesso tono: “Caro Peppino, ti prego di mandarmi dieci lire…”, “Caro Peppino mi servono quanto più presto quindici lire…”, “Ti prego di farmi avere con urgenza venti lire…” e così di seguito. Al Villino erano di casa attori, come Giovanni Grasso e Angelo Musco, poeti come Rapisarda e scrittori come Verga.
Il famoso avvocato aveva comprato, per mezza lira al metro quadro, un grande appezzamento di terreno in quella che era allora la periferia di Catania; la villa avrebbe avuto la facciata sul viale XX Settembre (oggi corso Italia) e per progettarla era stato scelto un giovane e promettente architetto dell’epoca (si era nel 1905), il Fichera, il quale non poté che attenersi a quelli che erano i canoni imperanti del momento: zero funzionalità ma torri, torrette, decorazioni floreali, enormi stanze, altissime volte e pareti lasciate alla fantasia dei più famosi pittori del momento. Un liberty in senso totale, con una assenza altrettanto totale della funzionalità, per quella che doveva essere una comoda casa di abitazione per numerose persone e numerosissimo, giovanissimo seguito.
Stanze di dieci metri per cinque, soffitti arabescatissimi ma, in compenso, niente o quasi corridoi, così che si doveva passare da una stanza all’altra per andare in bagno.
I piani grandi erano due, ma tra questi furono realizzati altrettanti ammezzati che oggi sarebbero considerati niente altro che veri e propri appartamenti, avendo soffitti alti oltre quattro metri. Piano terra su una grande terrazza e un grandissimo giardino, tutte sale di rappresentanza, ammezzato per servitù e secondo piano tutto per camere da letto e un solo bagno. Cucine con cuoco (il prescelto era, dicono, bravissimo, anche se gli mancavano un paio di dita che erano rimaste in bocca a un maialino che si rifiutava, giustamente, di farsi sacrificare per essere trasformato in salsiccia e cotolette). Lavanderie e altri servizi nell’ultimo ammezzato, in alto, collegato al piano rappresentanza con un montacarichi. Sulla facciata della Villa, tra tralci, rose e altrettante spine, quello che era destinato a diventare, nella buona e nella cattiva fortuna, il motto della casa: Così la vita, rose e spine.
Nel 1907 la Villa era pronta ad ospitare avvocato, moglie e figli. Era costata, tutto compreso, 107.900 lire. Fate un po’ i conti, tenendo conto che non si era risparmiato in nulla e che l’arredamento era quanto di meglio si poteva trovare sul mercato, compreso un leggendario studio per l’avvocato-principe progettato e costruito dal famoso Ducrot. Roba che oggi costerebbe centinaia e centinaia di milioni.
Poteva durare? Forse sì, ma arrivò la prima grande guerra mondiale, morì il famoso avvocato e sparirono uno dopo l’altro cuochi e camerieri. I figli erano sette e tutti nella grande Villa abitavano. Certo i bagni erano pochini ma, facendo i turni, spostandosi da una stanza all’altra nottetempo in punta di piedi, alla fine si trovò un modus vivendi; anche se, nel frattempo, la grande famiglia aveva cominciato a dare i suoi frutti. Bambini e bambine, nuore e generi, finirono col restringere gli spazi anche perché, ancora per anni, i parenti che abitavano fuori città continuavano a considerare il Villino un comodo, accogliente albergo-ristorante.
Fin qui la storia del Villino delle Rose con il suo adeguato numero di spine.
Morto il famoso avvocato, la famiglia, ancora al completo, cadde sulle spalle del primogenito Silvestro che dovette mettere da parte i suoi progetti, trovare un posto in banca e provvedere ai matrimoni delle femmine, agli studi e alla sistemazione dei maschi.
Non fu un lavoro facile. Mimì e Peppina trovarono ottimi mariti e alleggerirono le spese. Le cose risultarono più difficili con Nello, brillante, famoso amatore e seduttore che continuò la sua vita rimorchiando al Villino intere compagnie di teatro, fidanzandosi per qualche mese anche con la famosa Elsa Merlini e non rinunciando a camicie di seta, pagliette e vestiti di alta sartoria. Silvestro abbozzava, faceva straordinari in banca e, a lavare la biancheria e a stirare le camicie del farfallone provvedeva la bionda nobile Titina, fresca moglie di Silvestro cfhe, da una tranquilla agiata vita di famiglia castigatissima (che merita un capitoletto a parte) era venuta a cadere dentro questa rumorosa e in parte sfarfalleggiante tribù.
La bella Titina era nota e temuta perché aveva l’abitudine di dire tutto quello che pensava. Veniva da una famiglia di autentici artisti e, soprattutto, di sognatori. Suo nonno, Giuseppe Perrotta, aveva sperperato tutti, o quasi, i denari che gli arrivavano dalle proprietà terriere scrivendo opere musicali che aevevano il difetto di essere in gran parte in cinque o sei atti e altrettanti quadri. Si sentiva ignorato in quanto non riuscì mai a farle portare sulle scene, sottovalutando il fatto che gli eventuali spettatori avrebbero dovuto trascorrere sei o sette ore bivaccando in teatro ad ascoltare cori guerreschi, quartetti e duetti d’amore di durata non sopportabile.
I catanesi, grati per non essere stati costretti ad accamparsi per intere serate e nottate nei teatri d’opera, gli hanno dedicato una stradina accanto al Teatro Massimo Bellini che finora ha resistito ai tentativi di sostituzione con nomi più recentemente meritevoli.
Come prima conseguenza di questa notevole e costosa produzione musicale, Titina andò sposa senza un corredo degno della sua nobile casata, come allora si usava.
La nobile razza Perrotta comprendeva anche due fratelli, Peppino e Agatino (poi corretto in un più gradevole Tino). Peppino restò ucciso dai gas tedeschi sul fronte francese, Tino, seguendo la tradizione di famiglia, diventò pittore e scultore – a Catania restano parecchie delle sue opere – prima di trasferirsi a Roma. Qui gli capitarono alcune divertenti (non per lui) storie.
La prima riguarda il busto di un grosso gerarca fascista morto prematuramente e ritenuto dal Duce meritevole di un monumento da collocare nell’atrio del ministero dove il suddetto gerarca aveva lasciato la sua orma. Tino si recò in casa del defunto e, con l’aiuto di alcune foto e dei consigli della vedova, riuscì a completare l’opera nel tempo prescritto. Ebbe i commossi elogi della vedova e consegnò l’opera pochi giorni prima della sua collocazione al ministero e dell’inaugurazione che avrebbe visto, addirittura, la presenza del Duce.
Il giorno fatale il busto del defunto venne coperto con un lenzuolo, lo scultore si mise alla destra del monumento, la vedova alla sinistra e il Duce arrivò: si fermò di fronte al busto del defunto allargò le gambe impennò il lucido cranio, stette assorto per una ventina di secondi e poi: “Non è lui…”. E, pronunciata questa storica frase, uscì, seguito dai suoi adoratori, di scena. Ovviamente il busto venne subito rimosso dal suo piedistallo e riportato a casa della vedova che, per conto suo, lo riteneva somigliantissimo. Lo scultore non ebbe neanche una lira. E gli poteva andare anche peggio.
La seconda sua avventura romana prima che, democristiani comandando, si dedicasse alla fattura di Vie Crucis – lavoro che gli diede da vivere negli ultimi anni della sua esistenza – fu, da un certo punto di vista, ancora peggiore della prima. Vinse il concorso per due grandi teste, una del Re Imperatore l’altra del Duce Condottiero. Dovevano essere entrambe sistemate in bella vista sul tetto della nuova stazione Termini e avere, di conseguenza, dimensioni adeguate. Tino Perrotta cominciò a lavorare prima sulla testa del re e poi su quella del Duce; riempì il suo studio e, poi, un cortile prospiciente, di teste ducesche e imperiali, prima di arrivare alla perfezione; e finalmente si andò alla fusione in formato gigante dei testoni. La consegna fu fissata per il giorno, poi fatidico, 25 luglio 1943. È il caso di raccontare il resto?

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