Storia quasi seria di una famiglia in via di estinzione (8)

[puntate precedenti: prima; seconda; terza; quarta; quinta; sesta; settima]

Tino Perrotta, a liberazione avvenuta, passò mesi a prendere a calci teste dell’ex Duce e dell’ex re imperatore, aiutato qualche volta anche dai tre figli: Peppino che ha avuto l’hobby dei matrimoni e delle convivenze, Eli, noto pianista e insegnante, con la moglie Adalberta Pastorelli – pianista anch’essa – al conservatorio di Milano, e Massimo, monosposato e protagonista di una semplice, oscura vita impiegatizia.
Titina, moglie di Silvestro, ebbe anche una sorella, Nina, molto meno bionda e molto meno brillante. Sposò un gelosissimo avvocato che non gli permetteva di affacciarsi neanche alla finestra se non in sua presenza, relegandola in pochi anni alla pura funzione decorativa e culinaria. Cucinava, infatti, benissimo e se ne giovavano una volta all’anno i parenti più stretti ai quali toccava, oltre alla immancabile pasta al forno, anche un polletto, uno per commensale. Ebbero tre figli, Paolo, Salvatore inteso Turiddu e Eli, detto poi Ple a causa di un telegramma da lui inviato ad uno zio di Roma dove stava correndo a rifugiarsi con la ragazza che aveva indotto alla fuitina, telegramma nel quale era stata sbagliata la firma. Paolo, morto giovane, era un fusto, autore di terribili scherzi e di alcui telegrammi al padre che sono rimasti nella storia della famiglia. Costretto a fare il soldato in artiglieria, chiedeva telegraficamente e continuamente al padre, il noto Comm. Avv. Patr. in Cass., denari e quando l’avvocato, stanco di sganciare, gli rifiutò, ad una ennesima richiesta, le mille lire, telegrafò: “Pregoti mandare immediatamente lire mille stop Rotto cannone stop Colonnello ordina comprarne uno nuovo”.
Da piccolo, chiesto di fare il nome di un animale feroce che cominciava per “A” aveva risposto “Aliafante” e quando gli venne osservato che l’Aliafante non era feroc non si era scomposto: “Aliafante arraggiato” aveva detto.
Meno brillanti e fantasiosi i suoi fratelli. Ple divenne noto perché aveva saltato la prova scritta della licenza liceale quando, strada facendo, si era imbattuto in un Luna Park dove si era dedicato al lancio di cerchietti da infilare in birilli. Cinque lanci una lira, era la tariffa e Ple fece il pieno alla terza cinquina. Ebbe l’ambito premio di un pesce rosso in un contenitore trasparente e se ne tornò a casa. Fu ovviamente bocciato, ma non sembra che la cosa lo abbia molto amareggiato.
Del terzo, Turiddu, si persero presto le tracce. Trasferitosi a Lecce e qui accasatosi, sembra si sia dedicato alla produzione di un certo numero di figli.
Intanto il Comm. Avv. Patr. in Cass. Pensò di morire giusto negli anni peggiori del dopoguerra. Vedova e figli non avevano neanche gli occhi per piangere. Neanche i soldi per una piccola marmorea lapide da piazzare sulla tomba. Così, in attesa di tempi migliori, pensarono di utilizzare per la bisogna la targa di smalto bianco che era piantata sulla porta dello studio-abitazione, senza nulla cancellare. In questo modo, chi si trovava a passare davanti ala tomba era indotta a toccarsi le parti intime o oggetti metallici leggendo testualmente: Comm. Avv. I.D.C. Patr. in Cass. (che sarebbe patrocinante in Cassazione) riceve dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 16 alle 19,30. A nessuno dei passanti, ovviamente, piaceva l’idea di essere ricevuto dal defunto Comm. Avv. Patr. in Cass.
Col tempo, le cose, intanto, andavano migliorando nel ramo Silvestro. Andava avanti nella carriera, divenne direttore di banca, poi commercialista tra i più apprezzati della città. Nello mise quasi la testa a posto, batté tutti i record di velocità all’università, sostenendo in un anno tutti gli esami che non aveva sostenuto nei tanti altri anni spesi in fidanzamenti, avventure (corse un Giro automobilistico in Sicilia in smoking e fu il primo catanese a volare su un trabiccolo portato a Catania da uno pseudo aviatore pazzo), pericolose seduzioni di signore sposate e fughe all’estero – a totale carico del povero Silvestro – per evitare le punizioni dei mariti traditi. Trovò il tempo di vincere un Rally di Cortina d’Ampezzo raggiungendo quella città a bordo di una due posti Renault, trascinando nell’avventura un barbutissimo Ciccio Inserra fratello di quel Sebastiano sposo da pochi mesi della citata, distrattissima, Ninetta. Venne invitato dalla Renault a Parigi, festeggiato e premiato e, tanto per non perdere l’abitudine, tentò, tra una festa e l’altra, di sedurre (sembra con successo) la donna di un notabile francese. Dovette scappare nottetempo col barbuto al suo fianco.
Aveva intanto rapito e sposato una giovane, gracile parente che lo lasciò, morendo ancora giovane; si consolò qualche anno dopo con una graziosa nobile Jole che gli perdonò, negli anni che vennero, vari e documentati, fuggevoli tradimenti.
Diventò un bravo avvocato e salvò ripetutamente dalla galera, ricevendone molta riconoscenza ma mai una lira, un capitano di marina che aveva la pessima abitudine di affondare le navi che comandava per far guadagnare l’assicurazione agli armatori che lo ingaggiavano proprio per questo lavoro. Il capitano V., in famiglia chiamato poi, più semplicemente, l’Affondatore, a causa del suo hobby preferito, veniva da una spaventosa avventura vissuta negli ultimi anni della guerra ’15-’18. Catturato su una nave, questa volta affondata, ma dal nemico, venne trasferito in Africa legato sulla torretta del sommergibile affondatore, ovviamente terrorizzato al pensiero che da un momento all’altro il comandante tedesco ordinasse l’immersione. Non avvenne e il capitano V. venne sbarcato in Tunisia e consegnato ad una tribù dove si spacciò per medico. In tale qualità gli fu chiesto di guarire un membro autorevole della tribù. Ci provò, forte della sua immensa incoscienza, provocando, ovviamente, il decesso quasi immediato dell’autorevole tunisino. Fu condotto avvinto in ceppi all’impiccagione, che non avvenne in quanto il capitano V., lungo il percorso, se l’era fatta addosso, il che fece considerare talmente vigliacco da non essere degno di essere impiccato. Primo salvataggio della storia a causa della cacca.
Nel 1942 fu promosso colonnello, malgrado questi precedenti, e comandante del vecchio incrociatore San Giorgio, che, essendo già praticamente quasi affondato, veniva impiegato come nave antiaerea nel porto di Tobruk in Libia e sembrò giustamente adatto all’Affondatore. Fu da quell’incrociatore che partirono le raffiche che abbatterono l’aereo di Italo Balbo. Convinto di avere abbattuto un aereo nemico, il colonnello V. corse sul posto dell’abbattimento per raccogliere gli elogi per la sua precisione nel tiro al bersaglio. Riuscì solo a mettere le mani sulla pistola del defunto Balbo che gli restò come ricordo. Venne scagionato per gli improvvidi tiri solo perché il velivolo di Balbo stava per atterrare pochi minuti dopo che gli incursori inglesi avevano terminato l’attacco all’aeroporto. Finì nella Roma controllata dai tedeschi nel terribile inverno 1943/1944 ed entrò nella resistenza rischiando di finire fucilato, stavolta sul serio. Morì vecchissimo nel suo letto sognando di affondare transatlantici.
Nello, finalmente, si dedicò al giornalismo dove si fece un nome fondando, con una compagnia di geniali spostati, Il Prode Anselmo, giornale satirico che evve non breve vita e molte querele a Catania. Più tardi fu la volta di Scirocco – giornale umoristico che per qualche mese ebbe anche una fortunata diffusione nazionale nell’immediato dopoguerra – e, finalmente atterrò a La Sicilia diventando brillante raccontatore delle vicende, spesso grottesche, della Regione Siciliana.
Da Jole e Nello nasce un Giuseppe Simili detto junior, per distinguerlo dal Giuseppe Simili di Silvestro, diventato notaio e sposo di una Nerina Spadaro. Assieme hanno prodotto solo una femmina. Ramo Simili estinto ovviamente, anche in questo caso. Così come avvenne per Giuseppe Simili senior, giornalista anche lui, figlio di Silvesro e padre di due femmine, Agata e Maria Patrizia. Il Giuseppe Senior ha sposato, unico di tutta la dinastia, un’altra Simili, battezzata Rosaria, poi più semplicemente chiamata Sara, figlia di Silvestro (nato da Patrizio il buono) e di Maria Cirmeni, anche questa facente parte del clan, ché i Cirmeni erano parenti stretti dei Simili. Nel caso di Giuseppe e Sara si era ritenuto necessario uno speciale permesso per autorizzare un matrimonio tra cugini, ma risultò poi che non si trattava di cugini primi ma addirittura di sesto grado, il che svuotava il permesso di ogni valore. Era la prima, e probabilmente l’ultima volta, che due Simili andavano a nozze. Anche in questo caso, però, come detto, niente maschi, anche se in casa è cresciuto dalla nascita un Massimo che Simili potrebbe chiamarsi se solo il padre, divorziato dalla figlia Agatella prima della nascita del bambino, si convincesse un giorno a consentire il doppio cognome. Solo così resterebbe la teorica possibilità. Massimo procreando, di dare ancora un seguito al cognome dello zio Gualtiero.
Silvestro e Titina Perrotta si limitarono ad una coppia, il già citato Giuseppe Senior e una femmina, Anna Maria che, per rinvigorire la razza, ha sposato a guerra appena conclusa un pilota jugoslavo della R.A.F., dal difficile cognome di Giurickovic. Da questo matrimonio siculo-serbo sono nati Daniela e Pietro, due rispettabili fusti. La prima ha sposato un Bonaccorsi, Mimmo abile imprenditore, padre di Alessio e Costanza. Il secondo, Pietro, che da un primo matrimonio con una inglese aveva avuto un maschio, Giorgio, ha poi sposato una Cinzia Dato. Entrambi, oltre a procreare due femmine (ci deve essere un difetto nei geni della grande famiglia) si sono dati, anima e corpo alla politica. Così Pietro è diventato senatore e, quando è decaduto, per caduta del governo e nuove elezioni, è diventata senatrice lei. Poi, magari, più avanti si ridaranno il cambio.
Al momento, visto che il figlio di Silvestrino (nato da Francesco-Ciccino), Franco, deceduto da qualche anno, ha prodotto solo un figlio senza eredi e, pare, senza futura possibilità di averne, la responsabilità di non far estinguere un cognome che ha affollato qualche secolo rimane affidato solo al ramo Simili nato da Silvestro, sposato con Maria Cirmeni e padre di un altro Patrizio, padre a sua volta di due maschi, Silvestro e Stefano e di una femmina. I due giovanotti al momento, anno domini 2004, restano single e forse non sanno che è affidata a loro una così pesante incombenza.
Questo è, allo stato attuale, quello che si è riusciti a ricostruire, dal fondatore Gualtiero al più giovane dei superstiti. Non è molto e spetterà a chi resta, soprattutto a chi riuscirà a produrre in tempo qualche figlio maschio (e sarebbe anche l’ora) di raccontare il seguito.

Fine

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One thought on “Storia quasi seria di una famiglia in via di estinzione (8)

  1. Lei scrive:
    “Nel 1942 fu pro­mosso colon­nello, mal­grado que­sti pre­ce­denti, e coman­dante del vec­chio incro­cia­tore San Gior­gio, che, essendo già pra­ti­ca­mente quasi affon­dato, veniva impie­gato come nave anti­ae­rea nel porto di Tobruk in Libia e sem­brò giu­sta­mente adatto all’Affondatore. Fu da quell’incrociatore che par­ti­rono le raf­fi­che che abbat­te­rono l’aereo di Italo Balbo. Con­vinto di avere abbat­tuto un aereo nemico, il colon­nello V. corse sul posto dell’abbattimento per rac­co­gliere gli elogi per la sua pre­ci­sione nel tiro al ber­sa­glio. Riu­scì solo a met­tere le mani sulla pistola del defunto Balbo che gli restò come ricordo. Venne sca­gio­nato per gli improv­vidi tiri solo per­ché il veli­volo di Balbo stava per atter­rare pochi minuti dopo che gli incur­sori inglesi ave­vano ter­mi­nato l’attacco all’aeroporto. Finì nella Roma con­trol­lata dai tede­schi nel ter­ri­bile inverno 1943/1944 ed entrò nella resi­stenza rischiando di finire fuci­lato, sta­volta sul serio. Morì vec­chis­simo nel suo letto sognando di affon­dare tran­sa­tlan­tici.”
    Diciamo che il comandante del vecchio (1908) incrociatore corazzato San Giorgio dal 26 Novembre 1940 era il capitano di fregata Stefano Pugliese che autoaffondò la nave il 22 Gennaio 1941. Mi suona strano che al comando di una nave distrutta sia stato posto un colonnello…
    Il Simili citato è parente del Massimo Simili che scriveva negli anni ’50 sull’Auto Italiana e che si dichiarava parente dei Triangoli?

    Saluti

    Massimo Pugliese

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