Pane e bugie

Dario Bressanini, Pane e bugie, chiarelettere, 2010.

di Lucia Galasso [fonte]

A dire la verità questo libro di Dario Bressanini mi ha alquanto confusa: non è una lettura facile, non per il modo in cui è scritto – per carità, anzi! – ma per l’opera di rieducazione alla quale sottopone.
Si deve, in pratica, disimparare quello che si sapeva (o si dava per scontato) sul pianeta “alimentazione” e riprogrammare il cervello a un più duttile approccio alla materia contesa.
Proprio così, contesa, perchè è questa la vera protagonista di questo volume: la contesa tra cattiva e buona informazione a tavola.
E’ indubbio che il cibo sia fonte di messaggi contraddittori di varia origine, e che la comunicazione che lo riguarda troppo spesso è affidata a divulgatori e giornalisti poco informati o più interessati al versante scandalistico o allarmistico.
Va da sè che tv, web, giornali e radio sono più fonte di confusione e timore, per il consumatore, che di corretta informazione.
Bressanini non è tenero neppure con le dichiarazioni a-scientifiche rilasciate da organismi seri (Slow Food, Legambiente, AIAB, ecc.) che dovrebbero per prime avere a cuore un’informazione scevra da faziosità e pregiudizi. Al consumatore/lettore Bressanini non nega parte della colpa:

è lui infatti che reinterpreta i messaggi e le informazioni in base ai propri pregiudizi e li classifica a priori nelle caselle “buono” e “cattivo” o in due categorie estremamente subdole come “naturale” e “artificiale”.

Il rimedio che propone l’autore è un’educazione al mondo dell’informazione scientifica, proprio perchè è questa a essere più mortificata, strattonata e a volte piegata a fini poco nobili. Capire come funziona il mondo delle pubblicazioni scientifiche consentirà al lettore di valutare e giudicare tutta quella serie di informazioni che iniziano con frasi come “Uno studio recente dimostra che…”.
In quest’ottica vengono passati in rassegna vari temi alimentari che sono croce e delizia del cosumatore: OGM, agricoltura biologica, pregiudizi alimentari, spesa a Km 0, latte crudo, glutammato. Ogni capitolo è fornito di un’attenta bibliografia scientifica di riferimento e da una sitografia dove reperire articoli e ulteriori materiali di approfondimento.
La confusione che si è generata dalla lettura del libro è scaturita da due considerazioni.
La prima nel constatare (dati alla mano) come realtà come Slow Food, Greenpeace, Coop basino parte del loro lavoro e della loro filosofia sulla scarsa conoscenza scientifica delle tematiche che difendono. Più volte poste di fronte a un confronto diretto dallo stesso Bressanini, lo hanno evitato.
Che poi è lo stesso atteggiamento – mi viene in mente – tanto deplorato da Cavalli-Sforza all’antropologia culturale, troppo diffidente nei confronti di ogni scienza esatta ritenuta, dall’antropologia, corrotta dal capitalismo dal quale dipende economicamente e della quale è, quindi, succube e complice.
Se questo è anche l’atteggiamento adottato dalle realtà poco sopra citate, sinceramente sono un pò preoccupata. La questione OGM (per prenderne una a caso dal libro), è molto più complicata di quello che sembra: basare quindi il proprio operato sull’idea platonica di specie vivente, ovvero su un’idea di immutabilità delle specie, equivale a trincerarsi dietro a un’ignoranza ottusa. Le specie viventi sono in continua e lenta mutazione (si chiama evoluzione!). Non è un caso – fa notare l’autore – che

“nella galassia anti OGM vi siano anche oppositori di Darwin e della teoria dell’evoluzione”.

Molti degli alimenti che troviamo sulle nostre tavole sono il risultato di incroci tra specie diverse, incroci antichi e nuovi:
grano tenero= farro + un’erba selvatica
tricale= segale + grano duro

Un’idea più completa in merito ce la possiamo fare considerando l’evoluzione del grano. Buona parte, ad esempio, della pasta di eccellenza sulle nostre tavole è il prodotto di piante ottenute per irraggiamento, ovvero geneticamente modificate con raggi gamma (pratica risalente al 1928!). A differenza degli OGM, che sono molto controllati, le piante prodotte così possono essere coltivate senza alcuna autorizzazione specifica.
Bressanini rimprovera a chi vuole bandire gli OGM, in nome di “una visione romantica e arcaica dell’agricoltura“, di non comportarsi nella stessa maniera nei confronti dei prodotti ottenuti da semi mutati con radiazioni.
Carlo Petrini, Coop & Co. sono perfettamente a conoscenza di tutto ciò, eppure non si battono, altrettanto ferocemente, anche contro queste tecniche. Perchè?
La risposta dell’Autore è molto diretta:

Perchè non c’è la “cattiva multinazionale americana” da combattere, perchè una tale battaglia non accrescerebbe il consenso politico, non sarebbe utilizzabile come tecnica pubblicitaria e di marketing, non attrarrebbe fondi e firme ai banchetti, non aiuterebbe nessuno a sentirsi in lotta “per la causa” e quindi non alimenterebbe quel senso di autocompiacimento che è uno dei motori psicologici di un certo attivismo fine a se stesso.

L’agricoltura ha modificato le sue tecniche e di conseguenza la capacità di sfamare l’umanità al crescere di quest’ultima, fino ai nostri giorni. Non è un caso che la FAO non si sia mai pronunciata in maniera netta contro gli OGM: di fronte ai limiti di una produzione locale e un pò innamorata di se stessa, questa organizzazione internazionale mette innanzitutto la possibilità di sfamare il maggior numero di persone.
Questo libro è un gioco di riflessioni, di scatole cinesi, a volte dure, irriverenti, non facile da digerire per chi è stato abituato a idealizzare alcune filosofie alimentari.
Ho messo in corsivo, poco sopra, la frase di Bressanini “una visione romantica e arcaica dell’agricoltura”: è questo il secondo punto di grande perplessità per me in questo libro. L’autore sembra dimenticarsi, o non dare per nulla peso, al fatto che il cibo è anche storia, memoria, identità. Una buona informazione alimentare non deve, e non può, andare contro a quel senso di appartenenza che lega uomo, cibo, territorio… Altrimenti non si capirebbe il grande successo di Slow Food, del biologico, della Coop.
Idealmente penso che scienza e tradizione possano trovare, oggi, grazie ai traguardi raggiunti nell’ambito delle tecnologie, della cultura, dell’etica, un perfetto canale di dialogo, che possa valorizzare l’una e l’altra insieme. Non voglio pensare che questo sia ancora utopia.

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2 thoughts on “Pane e bugie

  1. Bisognerebbe leggere il libro per avere una visione globale di ciò che l’autore intende per scientificamente provato e ciò che è invece semplice leggenda metropolitana.
    Sicuramente per avere risposte oggettive bisogna passare attraverso la scienza e a ciò che è scientificamente provato e riproducibile.
    Avvolte succede che ciò che era una volta scientificamente provato viene stravolto da tecniche più recenti e ciò che prima poteva sembrate una leggenda metropolitana nello stesso modo oggi viene messa in discussione.
    Un esempio per tutti:
    Il Creso, che deriva da una mutazione genetica del Cappelli indotta da irraggiamento, ha dato origine a varietà nuove a taglia bassa e che qualcuno empiricamente lo marchiava come causa di intolleranze se non addirittura allergie; questa era marchiata come leggenda metropolitana. Oggi questa, che era leggenda, viene rivoltata da una studio molto serio e attendibile che vede i frumenti recenti (tutti derivanti dal creso e con glutini sempre più forti richiesti dalle industrie della pastificazione) causa dell’aumento della celiachia (Annals of Medicine – 2010 – su dati dell’università di Baltimora. Aspettiamo il contraddittorio ma la pubblicazione attribuisce l’aumento della celiachia non ad una mancata diagnosi o alle innovative tecniche diagnostiche, ma proprio alla natura del glutine – gliadine e glutenine – migliorato.
    E’ altresì inconfutabile che un glutine debole magari attaccato dagli enzimi dei lieviti naturali con una lunga lievitazione sia molto più digeribile di un glutine più tenace.
    OGM o non OGM è solo una contrapposizione che non tiene conto di una domanda fatta strafatta e ripetuta senza risposta: è veramente necessario stravolgere i geni vegetali attraverso i geni animali?
    Gli incroci in natura ci sono sempre stati, anche fra specie diverse, ma mai scambio di geni tra animali e vegetali.
    Gli esempi di incroci che leggo sopra sono approssimativi e confusi, il frumento, e prima di questo il farro, deriva probabilmente dall’incrocio spontaneo fra due cereali selvatici, mentre il Triticale e non Tricale da grano duro e segale.
    Un’ultima domanda, possiamo sostituire l’evoluzione durata millenni parallela all’evoluzione dell’uomo con sperimentazioni varie degli ultimi 100 anni?
    Ci vuole tempo per capire se queste varietà possono durare nel tempo e se sono nocive o no.

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