Viaggio in Sicilia: la vecchia strada romana

di Anna Lisa Palazzo [fonte]

Mi trovo in Contrada Pietralunga, territorio di Paternò. Il bianco sperone roccioso di Monte Castellaccio (225 m s.l.m.) mi sovrasta. Sono ferma sopra il ponte sul fiume Simeto.

Da qui inizia l’area su cui la Regione Sicilia ha messo i suoi vincoli; è detta “Pietralunga” per via di quella particolare formazione rocciosa, alta circa 20 m, che è posta lungo il fiume, nel punto di inizio della contrada. Il ponte è senza pretese artistiche -povero cemento e un guardrail rugginoso- ed è a strapiombo su uno dei più suggestivi paesaggi della provincia, caratterizzato da conformazioni rocciose di calcarenite grigio- bianca che si estendono da Monte Castellaccio a Poggio Cocola (273 m). Immediatamente in basso è posto l’alveo del fiume, in più punti ormai ritirato, contraddistinto dalla presenza di accumuli alluvionali di varia natura. Mi soffermo sul lento movimento del fiume. Rifletto sul frammento del filosofo Eraclito che mi ricorda che tutto scorre, come scorrono le acque un fiume. Eraclito non vide questi luoghi; i coloni Greci sì che li videro, probabilmente sin dal loro primo arrivo in queste zone.

Questo era l’hinterland della colonia calcidese di Katane, e prima che arrivassero i calcidesi -nel 729 a. C.- la zona era già abitata. Negli anni ’90, alcuni scavi della Soprintendenza di Catania hanno testimoniato la presenza di strutture e manufatti, a partire dal Bronzo Iniziale (Facies di Castelluccio, 2200- 1400 a. c.) fino al momento dei primi contatti culturali tra greci ed indigeni a seguito del processo di colonizzazione dell’entroterra agricolo di Katane.

I Romani, invece, in questo luogo, fecero passare un’importante arteria del loro cursus viario, costruendo un ponte che collegava le due sponde del Simeto, ponte che ho tutta l’intenzione di andare a vedere.

Lascio la macchina presso il ponte di cemento; voglio provare ad addentrarmi lungo l’alveo del fiume, a trovare il ponte romano e a scalare il Monte Castellaccio, cercando di individuare il luogo dell’insediamento dell’età del Bronzo.

Una stradina sterrata mi porta giù, sul ciglio del fiume. L’ambiente naturale è estremamente vario. Flora e fauna sono quelle caratteristiche dell’Oasi del Simeto, ma il terreno è in parte sfruttato per coltivazioni intensive e pascoli.

Il fiume è di portata consistente, in più punti. Nei tratti dove l’alveo è secco scorgo pietre levigate dall’acqua. I colori e gli odori sono incredibili. Tamerici, ginestre e salici profumano l’aria; attorno aranceti. Nella stagione della zagara, arrivare qui può davvero costare la perdita dei sensi. Rane, lucertole di specie protetta, gallinelle d’acqua. E’ un concerto silenzioso di animali e piante. Una camminata in mezzo a questo paesaggio purifica i pensieri, li distende, chiarifica intenti e obiettivi. Di vita, intendo. Specialmente sul far del tramonto.

Cammino per un quarto d’ora circa. Sulla destra scorgo alcune rovine. Mi fermo e mi avvicino. Sono i resti del pilone iniziale del Ponte Romano, quello che nel 1700 il viaggiatore francese Jean Houel dipinse per primo durante il suo fascinoso viaggio in Sicilia. Osservo con attenzione i graffiti lasciati dai moderni vandali. Non riescono comunque ad avvilire la perfetta tecnica costruttiva del paramento: un’opera quadrata di grossi blocchi calcarei, un po’ bugnati.

I Romani, con il loro arrivo in Sicilia, hanno introdotto non solo cultura, moneta, diritto e burocrazia, ma anche nuove tecniche costruttive. Gli storici inglesi ci stanno ragionando su questo fatto: se sotto il grande Impero di Roma si sia manifestata la prima vera e propria “globalizzazione” della Storia. Penso che gli inglesi hanno ragione, e guardo di nuovo il ponte.

Doveva congiungere due rive, ma sono troppo lontana per scorgere i resti che sono dall’altra parte. Da qui passava una strada importante per l’economia dell’Isola in periodo Romano: era la tratta chiamata a Catina Thermis nell’Itinerarium Antonini, il grande elenco del sistema stradale dell’Impero Romano nel III d. C. Questa strada, attraversando l’interno della Sicilia e le Madonie, dalla colonia di Catina arrivava fino a quella di Thermae (Termini Imerese).

Il ponte limitava e congiungeva due realtà territoriali molto differenti: quella costiera e attiva di Catina, colonia con un grande porto aperto verso i traffici del Mediterraneo Orientale, e la dimensione dell’interno, dove tutto diventava più rilassato, più lento, meno città e più latifondo. La costa viva di traffici e l’interno sereno e produttivo.

Vite, commerci, traffici sono passati per secoli da questo ponte, lasciapassare per i campi ennesi -granaio di Roma-, per le terre della Grande Madre, ombelicale finisterrae in cui si perdevano tutte le strade romane della Sicilia. Anche allora, la Sicilia presentava tante anime quanti erano i repentini cambiamenti di paesaggio.

Mi riposo un po’ all’ombra delle basse tamerici, in un’aria carica di odori di campagna, sul greto sabbioso del fiume che qui scorre più veloce -forse sono state le rapide a contribuire al dissesto del Ponte-. Riposare qui è un privilegio; mi sento quasi un pastore di qualche idillio bucolico di Teocrito, il cantore della campagna siciliana di III a. C. E mi ricordo anche di quel frammento del poeta lirico Alceo, del suo invito a bere vino fresco, riposandosi tra cardi in fiore e i suoni delle cicale, per difendersi dalla calura, che fiacca gli uomini e rende lascive le donne. Viaggi mentali nel passato che solo in Sicilia si possono sperimentare.

(… Anna Lisa non si ferma più? Di sicuro c’è ancora qualche tappa…! Appuntamento al prossimo sabato.)

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