DUCEZIO, IL SICULO RE – L’identità siciliana perduta e la memoria storica

di Carlo Blangiforti

tratto da “Opera Incerta“, n. 65, 14 dicembre 2010.

La Sicilia non ha molte cose di cui vantarsi: le bellezze naturali fortemente compromesse, le opere dell’uomo trascurate e abbandonate, la cultura in genere vilipesa e negletta. La sola cosa che ancora resiste (e non si sa ancora per quanto) è la sua “presunzione”, l’altezzosità arrogante di un nobile decaduto che vivendo di nostalgia riesce ancora a credere nel futuro. La Sicilia è un don Chisciotte potenziato. Una cosa che i settentrionali rinfacciano al Sud, e dunque alla nostra isola, è il fatto di cullarsi in un passato glorioso che non esiste più (e forse mai è esistito). Hanno ragione. Però se il Sud perde anche questa illusione riuscirà a “pensare” l’avvenire? Se non crederà ad un’epoca d’oro potrà immaginarne una nuova?
La storia è maestra, insegna e educa. La storia crea miti che permettono di ritrovare coesione, motivazione e stimoli proficui. Questa storia, la storia dei decaduti, si nutre di questi miti, ha bisogno di miti. La nostra identità si è costruita nei secoli, dall’incontro/scontro con gli altri si è formata l’idea che noi abbiamo di noi stessi. Negli ultimi decenni (e questa è una novità) anche dal rapporto con la mafia e con l’antimafia si è delineata la famosa sicilianitudine. I nostri eroi, eroi veri di carne e sangue, di lacrime e sentimenti feriti, sono quelli che in questa terra sono caduti lottando o resistendo alla mafia: magistrati, giornalisti, preti, contadini, sindacalisti, carabinieri e poliziotti. Questo dovrebbero apprendere a scuola i piccoli siciliani altro che piaghe d’Egitto e genealogie cristologiche.
Nel sito del comune di Ragusa si legge quanto segue: «La città, venerdì 19 novembre scorso, ha […] voluto ricordare l’ispettore di Polizia Giovanni Lizzio, barbaramente ucciso nel 1992 da due sicari mafiosi. Per farlo, il Comune e la Questura di Ragusa hanno promosso una cerimonia solenne che ha previsto la re-intitolazione dell’arteria cittadina, ex Via Ducezio, denominandola “Via Giovanni Lizzio, ispettore di polizia – vittima della mafia”». La notizia in questa forma è stata ripresa anche dagli organi di stampa locali. L’informazione ha suscitato alcune critiche. I residenti, gli uffici pubblici e privati si sono larvatamente allarmati. Tra questi anche i cultori di storia sicula. In realtà, la delibera n. 344 del 28 luglio 2010 recita più precisamente quanto segue: “Preso atto che il tratto di arteria indicata, antistante il Palazzo della Questura, che si diparte dall’incrocio tra via Ducezio e via Ispettore Ninnì Cassarà fino al successivo incrocio con via delle Miniere e Via Mario Spadola, non risulta, dagli atti del Comune intitolata ad alcuno, anche se è stata considerata un prolungamento di via Ducezio; Preso atto […] che ad esclusione dell’ingresso del Palazzo della Questura, non vi sono, in detta arteria stradale ulteriori accessi ad abitazioni sia dal lato sinistro che dal lato destro, per cui non si palesa il problema della regolarizzazione della numerazione civica […]”
Fa onore alla comunità ragusana l’aver sentito il dovere di rendere onore ad un vero antiretorico eroe della lotta alla mafia. Cosa nostra si combatte anche attraverso la costruzione di un apparato immaginifico antagonista. L’ispettore Lizzio è persona assolutamente degna di essere ricordata in tutti i modi e i luoghi possibili. La re-intitolazione si riferisce solo ad una parte della strada. In un primo momento si erano alzate diverse voci che manifestavano un certo disappunto, era mai possibile sacrificare la memoria del buon re Ducezio? A parte l’allarme iniziale, questo evento ha contribuito ad aprire una riflessione sulla figura del primo re di Sicilia. Purtroppo non tutti sanno chi sia Ducezio. Il re siculo non è una figura di secondo piano della storia della nostra isola.
Un ripasso di storia sicula non è superfluo: Re Ducezio nacque nel V secolo a. C. nella città di Mene, l’odierna Mineo, o a Noto. Uomo di notevole carisma riuscì a confederare le varie città sicule di fronte alla travolgente espansione delle città greche di Sicilia (Agrigento e Siracusa). Grazie alle sue doti militari e politiche, sfruttando il comune sentimento etnico-religioso riuscì a formare un regno federato con capitale Paliké (nei pressi dell’odierna Palagonia). L’idea politica era quella di una synteleia, ovvero dell’obiettivo comune, costituire una federazione protostatuale delle città-stato appartenenti all’etnia sicula allo scopo di difendersi dalle mire di Siracusa. L’idea di federazione sicula nacque sui campi di battaglia e si rafforzò delle stanze del potere. Dopo una serie di campagne vittoriose, “nel 460 a.C. venne eletto re del suo popolo. Nel 453 a.C. fondò Palikè, nei pressi dell’odierna Palagonia, e ne fece la capitale del suo stato. Nel 450 a.C. venne sconfitto dalla coalizione aretuseo-agrigentina. Esiliato a Corinto, nel 444 a.C. rientrò in Sicilia e fondò Kalè Aktè, presso l’odierna Caronia; lì morì quattro anni dopo, nello stesso anno della distruzione di Palikè”.
La vicenda duceziana è stata spesso utilizzata come spunto propagandistico di matrice indipendentista/irredentista/separatista/autonomista. È anche chiaro il perché. Ma alla base c’è il patrimonio comune di tutti i siciliani, c’è la loro storia che se non è riuscita ad esser maestra di vita è stata, per fortuna, almeno grillo parlante di una coscienza non sempre cristallina. Non mi stancherò mai di ripetere che noi, noi uomini, viviamo di simboli e immaginario, come ci nutriamo di pane e acqua. Ci muoviamo in strade, piazze e giardini che con le loro intitolazioni dovrebbero ricordarci da dove veniamo e dove potremmo andare. Senza ombra di ironia, bisogna considerare ottima l’idea di non rinominare tout court tutta la strada all’Ispettore. Ha risposto l’imperativo morale antimafia, ha limitato i disagi materiali per i residenti e ha salvaguardato il ricordo del re siculo. La Sicilia ha bisogno di storia, di eroi e di memoria. Al suo Galileo Brecht fa dire: “Unglücklich das Land, das Helden nötig hat.” (Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi). E purtroppo la nostra Sicilia è sventurata, la nostra Sicilia ha ancora bisogno di eroi.

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