Sud Italia: arretratezza o colonialismo interno? (parte I)

intervista a Nicola Zitara, di Francesco Labonia [fonte]

…Da che si parla della cosiddetta questione meridionale, di programmi e programmini di rinascita ce ne sono stati decine, a cominciare da quello nittiano per Napoli. Ma tali progetti, alcuni dei quali condotti con buona volontà e persino portati a compimento, non hanno cancellato la cosiddetta questione, semmai l’hanno aggravata. Perché tutto è fallito e il Meridione continua a mostrarsi insuscettibile alle cure? La verità è che ognuno di tali progetti fu impostato e messo in atto in modo che non avesse effetti negativi sul resto d’Italia. Da ciò si può ragionevolmente dedurre: 1) che, tra il Sud del paese italiano e il resto, esiste un’inconciliabile contraddizione d’interessi; 2) che lo Stato italiano, l’ente giuridico-politico generale che governa il popolo nazionale, predilige gli interessi del resto del paese e sacrifica a questi gli interessi delle popolazioni meridionali…”. In queste righe di Nicola Zitara, e soprattutto nelle due deduzioni, è con-centrato uno dei nodi di alterità interna tra questo Stato (l’improprio connubio dello Stato-nazione ha anche in Italia ‘coperto’, sin dalla sua storica formazione, specifici interessi di classe, quindi la sua funzionalità alla logica capitalistica, essendone un suo prodotto) e la nazione italiana. Una notazione critica a queste deduzioni verte sui presunti interessi del resto del Paese ‘prediletti’ dallo Stato: così enunciati si con/fonderebbe –impropriamente– la stratificazione interna degli interessi di classe (e nazionali) nell’area ‘colonizzatrice’ e quindi, pur ad un differente grado di intensità e ‘qualità’, l’ulteriore alterità interna tra gli interessi di (questo) Stato –quale luogo conflittuale tra diverse frazioni di classe dominante– e gli interessi nazionali anche nell’Italia del Nord. Fare il punto con Nicola Zitara dei termini della questione sudica ci pare comunque imprescindibile: se l’Italia ha un futuro come nazione, questo dipenderà anche dalla possibilità che un progetto di liberazione nazionale riesca a ribaltare l’inconciliabile contraddizione d’interessi, sinora determinata dalle diverse frazioni della classe capitalistica dominante che in centocinquant’anni si sono avvicendate nel controllo dello Stato.

Su che basi sostieni che il resto d’Italia (Roma e Milano principalmente) ha contratto con il Sud un debito storico di circa otto milioni di miliardi?

Ovviamente non esiste, né è mai esistita ufficialmente una statistica dell’avere del Sud nei confronti del Nord. D’altra parte, se in Italia c’è una cosa che si vuol tenere nascosta è proprio questa. “Al villan non far sapere…”. Tuttavia, si possono avere delle stime attendibili se evidenziamo situazioni e fatti: scambio diseguale tra aree a diversa quota di capitale per addetto; uso del risparmio meridionale per finanziare gli sbocchi dell’industria padana sul mercato meridionale; esportazione di capitali (attraverso Banche, Poste, Cassa Depositi e Prestiti); concentramento al Nord del sistema assicurativo privato e a Roma di quello assicurativo e previdenziale pubblico; protezionismo agricolo ed industriale comunitario.

Ma gli otto milioni di miliardi?

Prima mostriamo la chiusura di un secolare e disastroso bilancio. Confrontando il numero degli abitanti con quello degli occupati, si ha che al Centronord questi sono circa il 40%, mentre al Sud circa il 25%. Il deficit occupazionale del Sud si avvicina alla cifra di tre milioni di non produttori. Gli occupati sono circa cinque milioni in bianco (e forse 500-600mila in nero) in larga parte nel terziario, nell’artigianato delle riparazioni e nell’emarginata agricoltura. In sostanza, producono poco o niente. Una percentuale significativa inoltre –a partire dai grossi commercianti, per arrivare ai giornalieri che vanno la notte a scaricare le cassette di frutta trentina ai mercati generali– è legata allo smercio di prodotti settentrionali, che dalle macchine al prezzemolo hanno ormai fatto tabula rasa di ogni produzione meridionale. Si può complessivamente stimare che il Sud manchi di attività produttive vere e moderne per una cifra di 5 milioni di uomini e donne. Considerando che un posto di lavoro vero e moderno impegna una cifra media di un miliardo e mezzo, si arriva a definire in otto milioni di miliardi ciò che il Sud ha perduto a causa della colonizzazione italiana. La cifra definisce il costo complessivo di macchine, impianti, economie esterne, necessari a ricostruire il Sud foss’anche in termini capitalistici. Il conto, poco elegante, è tuttavia utile a mostrare le dimensioni del fenomeno improduttivo. E la situazione peggiorerà.

Perché?

Declinata, a partire dagli anni Settanta, la domanda europea di lavoratori italiani (troppo caro impiegare manodopera comunitaria!), il Sud ha varcato il confine tra sovrappopolazione e disastro antropologico. Con la sua ingordigia (in ultima istanza, perdonabile), con la sua insipienza (non perdonabile), con le sue scomposte velleità, lo Stato italiano ha rovinato un paese di gente civile e laboriosa. Ormai siamo al punto che, se non ci fossero gli stipendi dei nullafacenti del terziario statale e degli incendiari regionali, le pensioni degli ex nullafacenti statali, il commercio lecito e illecito, la vita al Sud sarebbe già a livello somalo. Cosa che rappresenta una ineluttabile prospettiva per le future generazioni, salvo che il sistema coloniale non vada a gambe all’aria.

Imputi al “colonialismo interno” l’origine dei mali del Sud. Quando è cominciato tutto ciò?

Nel 1860. L’agricoltura meridionale era in pieno sviluppo, anzi a stare a quel che ha scritto Rossi-Doria –uno che di economia agraria se ne intendeva– in una fase rivoluzionaria.. Al momento dell’annunciato (ma falso) pareggio (di bilancio) tra entrate e uscite statali –1875– fu detto che le esportazioni meridionali avevano salvato l’Italia. Sottinteso: dalla situazione di bancarotta che Cavour e compari avevano provocato saccheggiando lo Stato. Se si seguono le curve delle esportazioni italiane tra il 1861 e il 1914, si osserva che l’olio, il vino e gli agrumi –arance e limoni– (significativa anche la produzione di fichi secchi) seguono da vicino la seta greggia, tipico prodotto da esportazione delle regioni padane, poi lentamente abbandonata quando il Nord poté industrializzarsi con i dollari delle rimesse degli emigranti. Scorrendo le tabelle di studiosi come il Tagliacarne si apprende che, dall’Unità (1861) fino al decennio 1891-1900, le esportazioni italiane di manufatti propriamente industriali furono vicine allo zero, insignificante la partecipazione del centro-settentrione al flusso commerciale in uscita, crescente invece la produzione agricola meridionale.

Vuoi dire che l’Italia ha vissuto per decenni sull’agricoltura meridionale?

Sì, fino agli anni Cinquanta del secolo ventesimo. Rispetto all’Inghilterra, la Francia, la Germania e altri paesi dell’Europa continentale, l’Italia del 1860 è un paese povero che paga le sue importazioni con l’esportazione di prodotti agricoli. Affievolitasi l’esportazione serica, sul proscenio degli scambi mondiali la sua forza economica viene essenzialmente dalle quattro produzioni su elencate. Anche il surplus sociale –sia quello creato spontaneamente dai produttori sia quello coattivo realizzato con l’estorsione di famelici super tributi– viene ottenuto in detti settori. Basta scorrere un sommario di statistiche storiche per sapere che le esportazioni meridionali pagarono (senza una vera contropartita) gli interessi per i debiti contratti all’estero, più gli intrallazzi dei mediatori padani, più gli smodati lucri che gli stessi fecero con i subappalti. La preminenza commerciale del Sud si prolungò oltre il secondo dopoguerra: l’olio, il vino, i limoni, le arance, le essenze di bergamotto e di gelsomino restarono per lungo tempo il biglietto da visita delle esportazioni italiane in Europa e Oltreatlantico, molto più accattivanti di quanto oggi siano le scarpe e il formaggio parmigiano. Se aggiungiamo la produzione di zolfo, di cui la Sicilia fu il primo esportatore mondiale, abbiamo le voci di esportazione che consentirono il ripianamento del debito piemontese, l’importazione del grano, del ferro e del carbone, gli investimenti negli armamenti e nei 18mila chilometri di funeste rotaie costruiti fino al 1920.

Perché “funeste rotaie”?

Perché una grande responsabilità nel crollo dell’imprenditoria sudica l’ebbe anche lo sviluppo della rete ferroviaria pensato in funzione degli interessi padani. Precedentemente il commercio napoletano d’esportazione si era svolto via mare, animando una quindicina di porti, tra siciliani, calabresi, campani, pugliesi e abruzzesi. Persino approdi che mancavano d’un pontile riuscivano a imbarcare e a sbarcare ogni anno merci per centinaia di migliaia di tonnellate, creando una fitta rete di armatori, mercanti minori, operatori vari, nonché quelle percentuali elevate di addetti al settore secondario registrate nei primi censimenti italiani. La rete ferroviaria ebbe come esito quello di abolire le strade marittime e le attività connesse, nonché quella fetta di mondo meridionale che vi operava: centinaia di migliaia di persone.

E l’industrializzazione italiana?

L’Italia è divenuta un paese dotato di un’industria capace di vendere all’estero solo a partire dalla Vespa e dalla Lambretta, cioè nel secondo dopoguerra. Nel 1860 esisteva la sola area industrializzata del napoletano ben impiantata e ricca di mille attività. Prima dell’unificazione, il Regno delle Due Sicilie era lo Stato più grande e popolato d’Italia, più industrializzato del Piemonte e della Lombardia. Sorvolando sui dati relativi alle grosse fabbriche private presenti a Napoli e dintorni, specialmente nel campo meccanico, tessile, cartaio, nel vasto e fiorente tessuto di industrie alimentari, seriche e altre minori, va detto che intorno al trasporto navale e all’esportazione dell’olio e del vino esisteva a Napoli e in Sicilia una diffusa borghesia armatoriale e commerciale, con vasti contatti mediterranei e mondiali. Migliaia gli armatori –fra cui qualcuno dovette esser ben grosso se le navi napoletane erano in Italia le uniche che raggiungevano l’America e l’Australia, oltre che i porti di Genova, Marsiglia, Trieste, Lisbona, Amsterdam, Londra, Stoccolma– e parecchie decine di grandi esportatori d’olio e di vino, gente ricchissima che non era necessario che fosse presentata attraverso la fratellanza massonica, come Cavour, ma si presentava con il suo nome e cognome. L’indotto coinvolgeva un cospicuo numero di agenti, procuratori, procacciatori, mediatori, accaparratori, quindi parecchie case d’assicurazione navale ed infine un vero esercito di lavoratori portuali, di scaricatori costieri, di trasportatori, di barcaioli, di sensali.
Il governo borbonico dava un contributo a fondo perduto ai costruttori navali e un privilegio doganale alla bandiera. Non fece i porti, come avrebbe dovuto, solo per avarizia. Ma non li fece neppure l’Italia Una, che i soldi se li scialacquava e che fu di una prodigalità sperperona con Genova, La Spezia, Livorno e Ancona, per non parlare di quella mussoliniana per Trieste e Venezia. Quel mondo marinaro, molto più attivo e anche più ricco di tutti gli imprenditori toscani, lombardi e piemontesi messi assieme, doveva andare distrutto perché Genova risorgimentasse agli antichi splendori navali e bancari. Il Sud era ed è rimasto, nel sistema italiano, un prolungamento demografico, ferroviario, stradale, aeroportuale del paese padano. Sarebbe facile affermare che Bombrini, con le sue emissioni di cartamoneta garantite solo dagli archibugi dei bersaglieri, Bastogi, con la quarantennale truffa della Società delle Ferrovie Meridionali, Balduino, con i suoi loschi traffici intorno al tabacco e allo zucchero, annichilirono il Sud. Ma metterei in trono dei pidocchi. No, questi ladri, mai finiti in galera, furono soltanto i legittimi e unici avi del salotto buono della borghesia padana. In effetti, il Sud fu distrutto dai debiti che il Piemonte aveva contratto e che l’Italia continuò a contrarre per le costruzioni ferroviarie e per l’armamento dell’esercito e della marina sabaude.
Negata dagli storici, la verità emerge attraverso i fatti e i manufatti. La testimonianza più eloquente la fornisce la vicenda dei cantieri navali di Castellammare di Stabia. Dopo la vergognosa sconfitta di Lissa, in gran parte dovuta all’inefficienza delle artiglierie piemontesi, per ricostruire la flotta colata a picco, l’Italia non ebbe altro che gli antichi e gloriosi cantieri stabiesi, dove –a detta di un senatore USA– prestavano la loro opera le migliori maestranze navali del mondo. Le corazzate Lepanto, Duilio, Roma, Italia e altre furono, nello scorcio di fine ottocento, le più ammirate al mondo. Mi è capitato persino di leggere che qualcuna di quelle navi –certamente ristrutturata– combatté la Seconda Guerra Mondiale. Ma quando si trattò di costruire dei cantieri militari moderni, il paterno Stato nazionale li volle a La Spezia, dove spese per trent’anni una fetta consistente di quel terzo del bilancio che era destinato alle forze armate, tanto che la cittadina, che nel 1861 aveva trentamila abitanti, al censimento del 1901 ne registrò più di centomila.

Da quanto dici, si desume che le casse borboniche fossero ben fornite.

Dò solo un dato sulla dote economica all’atto dell’Unità. Il Sud del 1860 era a tal punto la parte d’Italia più ricca di risparmio e possedeva il doppio di monete d’argento dell’Italia restante che Garibaldi e in appresso i luogotenenti sabaudi trovarono nella sede palermitana del Banco delle Due Sicilie 5 milioni di ducati, pari a 21 milioni di lire, e nella sede napoletana una ventina di milioni, pari a 85 milioni di lire oro. La Banca Nazionale Sarda, prima che il Piemonte assoggettasse l’Italia, non riusciva a mettere assieme sette o otto milioni di lire. E questa non è la sola ragione per cui ritengo che il liberismo dei cosiddetti moderati italiani sia stato l’argent des autres, il coperchio sotto cui è germogliato un sistema finanziario intrallazzistico, passato onorevolmente alla storia vera sotto l’efficace espressione di carnevale bancario.Il conclamato primato padano sta tutto in questo: nell’abilità a rubare, con i carabinieri impiegati come guardaspalla. Se l’Italia è stata ed è un paese politicamente cinico, non è tanto alla Curia che bisogna guardare, ma nei corridoi dei palazzi di Piazza Castello.

Come si concretò questo carnevale bancario?

Si tratta di un tema cruciale nella ricerca delle cause vere del sottosviluppo meridionale. Dopo il 1861 non si ha quel che cantano gli storici prezzolati dalla massoneria, cioè uno scambio tra merci moderne del Nord e prodotti agricoli (scalcinati) del Sud (scalcinato), ma lo scambio tra valori reali e cartamonetata inconvertibile, cosa che nell’interscambio tra due formazioni sociali, ancora chiuse in sé stesse, è lo stesso che dire furto (quella stessa cosa che vediamo con i nostri occhi a proposito del dollaro inconvertibile). Con capitali di carta, spesso biglietti dalla serie duplicata –in sostanza emessi con frode dalla stessa legge fraudolenta che aveva imposto con subdoli artifici, senza che fosse necessario, il corso forzoso dei biglietti di Bombrini– i padroni della Banca genovese di Sconto invasero il Sud, in ciò protetti dai prefetti, dai questori, dai carabinieri e dagli onorevoli meridionali, e lo schiacciarono.

Più specificamente in che modo?

Da un lato si usava la Banca Nazionale per raccogliere danaro da prestare allo Stato sabaudo, che non badava a spese, e dall’altro si finanziavano antiche e nuove industrie genovesi e torinesi. Ufficialmente queste operazioni erano effettuate dal Credito Mobiliare di Torino e Firenze, dal Banco di Sconto e Sete di Torino, dalla Cassa Generale di Genova e dalla Cassa di Sconto di Torino, che erano a loro volta finanziate sottobanco dalla Nazionale. Dopo l’unificazione nazionale, anche il Banco di Napoli, quello di Sicilia e la Banca Toscana presero ad emettere biglietti secondo il rapporto di valore di tre unità fiduciarie, in circolazione, per una unità metallica di riserva, sistema già vigente per la Nazionale. Ma nel 1866, la Banca Nazionale ottenne dal governo di essere esonerata dall’obbligo di convertire i suoi biglietti in valuta metallica. Per la Banca toscana e i Banchi meridionali rimase in piedi l’obbligo di convertire a vista i propri biglietti, tanto in metallo, quanto in biglietti sfregiati della Nazionale. Attraverso tale doppio passo, la Nazionale riuscì a risucchiare ingenti quantità d’oro e d’argento circolanti al Sud e a ricostituire le sue riserve metalliche. Infatti, appena per un qualsiasi versamento –ad esempio l’acquisto di una cartella del debito pubblico– un biglietto o una fede di credito del Banco di Napoli e di Sicilia finiva nelle mani della Nazionale, il direttore dell’agenzia spediva un suo impiegato allo sportello del Banco emittente per farsi dare dell’argento. Fu una vera spoliazione coperta dallo Stato. Tutto il risparmio meridionale che ovviamente veniva effettuato in moneta, quello dei ricchi e quello dei poveri, fu drenato al Nord, dove veniva moltiplicato per cinque, dieci, venti volte, attraverso l’emissione di moneta cartacea. Una cosa che il governo vietò si facesse al Sud. Questo fu il carnevale bancario. Bombrini usava lo Stato e i privati, pur di portare avanti il progetto cavourrista. Lo scandalo portò a un’inchiesta parlamentare, che si concluse senza un’aperta condanna del malfattore, come è inveterato costume padano. Risultò tuttavia che il corso forzoso –cioè l’inconvertibilità della moneta bombriniana– era un’escogitazione interessata.

Interessata a che?

Non lo si disse, ma lo si capì. E siccome quelle carte si possono leggere anche oggi, lo si capisce ancora: a salvare le quattro banche d’affari sovvenzionate dalla Nazionale ed in sostanza le industrie che stavano dietro, accollando il prezzo della loro esistenza parassitaria ai meridionali, gli unici che in quel passaggio della storia nazionale possedevano argento monetato. Un intrallazzo che costò agli italiani, e specialmente ai risparmiatori meridionali, una cifra di centinaia e centinaia di milioni del tempo, forse di miliardi. Il corso forzoso salvò il capitalismo decotto, portato in auge da Cavour e protetto dalla Banca Nazionale. Contemporaneamente decretò la fine del capitalismo meridionale, privato delle risorse storicamente accumulate che gli servivano per lavorare.
Nei quattordici anni carnascialeschi che trascorsero prima di arrivare all’emissione sotto il controllo dello Stato, Bombrini ne fece più di Arsenio Lupin. Tanto per darne un’idea, dal 1859 al 1874 passò da meno di 20 milioni di carta fiduciaria a circa 2 miliardi. Tutti soldi incassati dall’illustre padre degli intrallazzi patrii, più ovviamente gli interessi che pagavano i debitori. Più –e qui siamo al codice penale, un codice penale mai spolverato nei suoi confronti– la speculazione sul debito pubblico.

Come funzionava il meccanismo?

In breve, questo signore, nonché i suoi compari liguri, toscani e piemontesi prestavano allo Stato italiano l’importo delle emissioni di buoni del tesoro, ottenendo, su cento lire, uno sconto che andava dalle venti alle trenta lire. Collocavano le cartelle facendoci qualche guadagno. Giacché il corso calava inesorabilmente, ricompravano –con carta emessa dalla loro banca– le cartelle a un prezzo che scese fino a 21 lire. Siccome non avevano messo fuori che carta stampata da loro stessi, potevano tranquillamente aspettare la scadenza del titolo e incassare le 100 lire promesse. Era solo carta, ma carta che per legge si gonfiava di vera capacità d’acquisto. Molto spesso si pigliavano anche la briga di viaggiare fino a Parigi, dove i biglietti della Nazionale non li volevano e la povera Italietta era costretta a pagare in oro le sue cartelle del debito pubblico, per lucrare –senza aver rischiato un centesimo– anche l’aggio dell’oro sulla loro lira.
Un patriota, più patriota di questo esultante amico del Conte (dalle braghe onte) è difficile non dico trovare, ma solo immaginare. Peraltro il galantuomo non poteva mangiare da solo e, quindi, oltre a  smazzettare danari fra i ministri, i deputati, i re, i principi e le principesse reali, doveva dar da vivere anche agli illustri patrioti che gestivano le quattro banche di credito industriale già citate, nonché i grandi precursori dell’industria padana che incassavano danari meridionali. I trucchi e le ladronerie di questi signori, nel quadro dell’agire capitalistico, rappresentano la norma, e sono additati solo quando non vanno a buon fine. Celebre a tal riguardo la censura di Maffeo Pantaleoni al Credito Mobiliare e al boss Balduino.
Per concludere: è falso che il capitalismo padano fosse industriale sin dalle origini. Con una parola asettica si potrebbe dire che era finanziario. Ma non sarebbe la verità. La verità è questa: il rapporto tra Nord e Sud, sin dal primo momento, dette luogo a un saccheggio, a un caso quasi incredibile di accumulazione selvaggia di tipo coloniale, che si è protratto fino al 1970 e oltre.

Di Cavour che pensi?

Certamente Cavour fu la testa più lucida e la guida più capace dell’azione politica che portò alla nascita dello Stato italiano e al trionfo della borghesia quale classe dirigente nazionale. Quando, a metà del cosiddetto decennio di preparazione, Cavour si rese conto che avrebbe potuto contare su Napoleone III per scacciare l’Austria dal Lombardo-Veneto e che anche l’Inghilterra auspicava tale risultato, da abile giocatore puntò forte: cedette ai banchieri inglesi e francesi il diritto di costruire una rete ferroviaria che congiungesse la Svizzera, e in prospettiva anche l’Austria, con il porto di Genova e fece ogni tipo di debito a lunga scadenza (o comunque facilmente rinnovabile), pur d’apprestare armi e logistica per i contadini liguri e piemontesi che avrebbe schierato in combattimento. Solo degli storici poco seri riescono a non scrivere che almeno una parte dei debiti sperava di farli pagare ai lombardo-veneti, una volta liberati. Gli andò meglio di quanto sperasse, perché Toscana, Emilia, Romagna, Umbria e Marche gli caddero fra le braccia.
Il peso fiscale che avrebbe dovuto scaricare sulla sola Lombardia (non avendo ottenuto il Veneto) poté ripartirlo su una popolazione più vasta e non sprovvista di risparmi. Appena l’Austria, che teneva sotto il suo tallone l’intero sistema italiano, venne sconfitta dall’esercito francese sceso in Italia, le borghesie terriere di dette regioni si resero conto che al potere degli Asburgo, fortemente ammaccato, potevano sostituire un nuovo potere. Nuovo non solo in senso geografico, ma anche in senso sociale: la loro stessa classe, guidata da Cavour. I fatti attestano che un identico sentimento e non minore ardimento percorreva la borghesia meridionale, particolarmente la siciliana, alla quale dava motivo di gran malumore la condizione di non parità con Napoli, appena dissimulata dai gesti retorici dei Borbone.
Ministro, e quasi dittatore, del Regno sabaudo, Cavour era un conservatore moderno e si conquistò un grande prestigio perché, meglio di chiunque, fece capire alla borghesia redditiera delle varie regioni che doveva rapidamente tramutarsi in borghesia moderna, se voleva ottenere il governo dello Stato e se voleva disporre di una forza capace di tenere a freno quelle rivendicazioni popolari, che pochi anni prima, nel 1848, avevano mostrato la loro virulenza. La sua lungimiranza, che si espresse in tante vicende, rifulse allorché, a regno già praticamente fondato, non si rimangiò le aperture fatte agli esponenti filosabaudi delle altre regioni.
Si può obiettare che, a Italia fatta, non promosse una costituente nazionale, che creò un esercito falsamente italiano, che conservò l’amministrazione piemontese. L’interregionalità si ridusse al solo parlamento, anzi essenzialmente alla camera dei deputati e solo in qualche modo al senato. Lo assolve, però, il fatto che il governo piemontese era già strutturato, mentre un governo nazionale sarebbe stato una vera incognita, per giunta in un momento in cui le potenze europee, la Francia essenzialmente, che pure della causa italiana era stata la fautrice pagante, non avevano pienamente assimilato l’idea che l’Italia non era più un’espressione geografica.

Perché l’apertura mostrata verso i lombardi, i toscani, gli emiliani, non si ripeté con gli uomini del Sud?

La risposta è ancora nei fatti. La Toscana, l’Umbria, l’Emilia, la Lombardia, la Liguria, il Veneto, la Romagna, le Marche –realtà di splendori rinascimentali non interamente archiviati– avevano elaborato una cultura e un sistema sociale cittadino, signorile, urbano, alla fine del percorso borghese, che il Piemonte aveva lentamente interiorizzato. Al Sud il sistema e la cultura sociale erano significativamente ben diversi: nazionali, regi, ancora cripto-feudali nonostante l’evoluzione mercantile delle campagne, e mercantilisti. L’illuminismo napoletano, che aveva pervaso prima il governo borbonico e poi quello degli occupanti francesi, era sì moderno, ma nel senso amministrativo, e quindi propugnatore di una rivoluzione che calasse dalle brache del sovrano. Il Napoletano era moderno, ma di una sua modernità nazionale, dove nazionale significa dinastico e borbonico.

Due sistemi culturali, sociali ed economici decisamente diversi, insomma.

Per l’appunto. Trent’anni fa, Antonio Carlo ed Edmondo Capecelatro, sulla scia delle precedenti ricerche di Domenico Demarco, scrivendo contro il concetto di questione meridionale, posero il tema della diversa linea di sviluppo adottata dai Borbone: uno sviluppo guidato dall’alto, che andò a scontrarsi con l’animalità predatoria dell’invasore cavourrista. Il Regno si era strutturato in modo organico nel corso dei lunghi secoli in cui Napoli e la Sicilia avevano fatto da retroterra alle città rinascimentali, rifornendole di grano, d’olio, di materie prime e di semilavorati, nonché pagando ai loro usurai interessi sugli interessi di inestinguibili debiti francesi e spagnoli. Il regno aveva raggiunto un’autonomia economica di tipo autarchico, con le proiezioni mercantili di cui si diceva sopra, un’economia del tutto diversa da quella tosco-padana, il cui costante punto di riferimento era la quieta Lione. In un mondo ancora largamente agricolo, Napoli contava sull’olio padronale, come surplus da utilizzare per gli scambi internazionali, mentre la Padania assegnava l’identica funzione alla seta contadino-artigianale. Al Sud un’eventuale avanzata voleva dire vino e frutta, nelle terre padane grano, carne e latte. E intorno a tali diversità si era andata sviluppando una manifattura di servizio e specialmente un terziario di servizio coerenti con i rapporti sociali vigenti, sostanzialmente alquanto diversi fra loro.

E poi?

Quando ebbe in mano anche il Sud –in pratica tutta la penisola, meno il Veneto e il Lazio– e i sudditi sabaudi passarono da cinque milioni a più di venti milioni, Cavour fu costretto a cambiare il suo gioco, che da consociativo divenne accentratore. Il Regno d’Italia, così miracolosamente fondato e divenuto una potenza europea in fieri, non doveva sfaldarsi per amor di democrazia e di eguaglianza. Perché ciò non avvenisse, il nuovo venuto, il paese meridionale tanto diverso e infestato di mazziniani, doveva essere solo apparentemente sé stesso, cioè libero. Nella pratica, invece, bisognava che fosse omologato d’imperio al Piemonte, visto che non era possibile che lo facesse da sé, come le regioni del Centro. E per il Sud ebbe inizio il disastro, che con il trascorrere dei decenni divenne epocale: assistito, senza produzione, milionariamente inoccupato, tuttavia benestante. La cosa è durata trenta o forse trentacinque anni. Il consociativismo, l’avvento al governo del craxismo, marcato da ombre thatcheriane, hanno portato a un ripensamento. Adesso, senza lavoro e senza assistenzialismo, siamo come color che son sospesi.

Ma lo strombazzato stato sociale di cui parassitariamente avrebbe goduto il Sud?

Precisiamo un punto su cui la capziosità nordista regna sovrana. Il Sud ne ha goduto solo in un ambito limitato. Beneficiari i contadini, a partire dagli anni Cinquanta, quando con un ritardo di mezzo secolo fu loro riconosciuta la pensione e altre forme complementari d’assistenza, in particolare un premio di maternità (si era ancora in quella fase in cui la nostra amorevole patria faceva assegnamento sulla manodopera sudica per mantenere il livello dei salari vicino alla fame). In precedenza aveva diritto alla pensione soltanto chi avesse le marche sul libretto. Ora, il libretto di lavoro, qui al Sud, non l’avevano neppure gli operai, figurarsi i fittavoli e i coloni! La cosa corrispondeva a uno zappatore meridionale, sostegno essenziale dell’economia nazionale per più di cento anni (e pilastro dell’esercito nazionale), senza quel riconoscimento che i lavoratori della parte ingorda d’Italia avevano invece sin dal tempo di Giolitti. Per il resto dei lavoratori non c’era, e non c’è tuttora, una vera copertura. Infatti l’indennità di disoccupazione, l’integrazione dei guadagni e simili forme d’intervento –queste sì assistenza vera– al Sud non scattano perché, per legge, è disoccupato soltanto chi ha prima lavorato. In sostanza, l’inoccupazione permanente, la vera dis-occupazione di cui il Sud soffre e di cui ha sempre sofferto da quando è stato sottomesso alle ingordigie e alle angherie settentrionali, non è mai stata assistita da alcuna indennità.

E la Cassa per il Mezzogiorno?

La Cassa per il Mezzogiorno e lo stato sociale sono stati le più pesanti alluvioni capitate addosso al Sud, ma non per quel che si progettava di fare. Fatte le cose come la Confindustria volle che si facessero, il Sud, da vittima che era, è passato alla storica condizione di reo. Un  meccanismo dialettico di calibro diabolico che vuole i meridionali responsabili di un disastro del quale non solo assolutamente colpevoli, né retrospettivamente (la famosa arretratezza storica e le colpe dei Borbone) né contemporaneamente né posteriormente. Peraltro, se così fosse, è difficile capire dove stia il buongoverno successivo, se a tutt’oggi siamo costretti a domandarci dove poter emigrare. E si badi, l’Italia non è l’Albania, ma il sesto o settimo Pil del mondo. Il tentativo che lo Stato italiano fece, a partire dagli anni Cinquanta, per riparare a qualcuno dei guasti provocati da una politica imbecille e malvagia –intendo dire proprio una politica così sciocca da ammazzare la gallina dalle uova d’oro– assunse la tipologia dell’intervento speciale. La Cassa per l’intervento straordinario nel Mezzogiorno prese dichiaratamente abiti rooseveltiani, da Tennessee Valley, con il professor Rostow accampato a Roma, a misurare la pressione al Sud. Veramente, in tale circostanza, la straordinarietà era tutta nella tabularità delle azioni rispetto a un fine, che poi non fu in effetti raggiunto. Per il resto, l’intervento, straordinario non fu; ma solo l’ordinaria politica che qualunque Stato, che non fosse miserabile come quello italiano, avrebbe fatto. Straordinario dunque solo per il metodo, e forse anche per il fatto che, per la prima volta nella storia italiana, lo Stato nordista veniva a dare e non a prendere. Con la speranza di non essere picchiato a sangue, oserei aggiungere qualcosa.

Osa, osa…

A distanza di trent’anni si deve onestamente ammettere che, al principio, la Cassa non fu solo una grancassa. Nella prima fase conseguì i risultati che si prefiggeva. In appresso, rimangiatosi il governo una larga parte del progetto, non conseguì i risultati che non si prefiggeva più, sebbene continuasse a strombazzarli, onde portare voti ai partiti di centrosinistra. Comunque, nel giro di dieci o quindici anni, il Sud ebbe la luce e l’acqua dove non c’erano; e dove c’erano già, li ebbe a immagine e somiglianza della madrepatria padana. E poi centrali elettriche, strade, edifici scolastici, ospedali, attrezzature sportive ecc. La profusione di cemento e le architetture moderne cambiarono il volto dell’ambiente urbano, tanto che i contemporanei s’illusero che ci sarebbero stati altro lavoro e nuove produzioni. La mancanza di occupazioni era il male più doloroso. Le nuove e diffuse assunzioni clientelari, che coincisero con l’arrivo delle opere pubbliche, configurarono un modello nuovo (e scorretto) di occupazione; nuovo per la strada che bisognava percorrere onde arrivarci, e nuovo in quanto, più che di un lavoro, si trattava di uno stipendio così generoso che, in un ambiente dove i privati, per campare, lavoravano dieci e dodici ore al giorno, pareva un regalo.

Come si esplicò l’intervento nell’agricoltura e nell’industria?

Nel settore primario si ebbe la riscoperta delle pianure e delle terre vallive (la cosiddetta polpa), dove furono realizzate opere stabili di notevole consistenza e furono riportate alla produzione terre antiche, abbandonate da millenni (per esempio il Metapontino e la Sibaritide). Purtroppo, l’intervento in agricoltura entrò in contraddizione con la politica economica nazionale. Infatti, mentre la Cassa puntava alle colture alberate, e in particolare agli agrumi, a livello di politica comunitaria erano le industrie meccaniche –la FIAT e gli altri produttori di macchinari– a dettare legge. Ora, le mire espansionistiche di tale comparto s’indirizzavano verso i paesi del Mediterraneo, in particolare la Spagna. Questi paesi accettavano di buon grado le forniture italiane, ma dal canto loro chiedevano di equilibrare la bilancia commerciale proprio con l’esportazione degli agrumi. L’Italia acconsentì alle richieste. Il risultato fu Fiat-Meridione 5 a 0. L’agrumicoltura prese l’andamento folle della tela di Penelope, di giorno s’allungava e di notte veniva scorciata.

E in campo  industriale?

Fummo più fortunati: non ci volle molto a capire che i progetti governativi erano bloccati da resistenze industriali, le quali assunsero toni –è dir poco– scomposti. La Confindustria ingaggiò in Inghilterra un’economista di mezza tacca, Vera Lutz, che ai suoi occhi aveva il merito di sostenere che sarebbe stato più economico per l’Italia spostare popolazioni dal Sud al Nord, anziché spostare quattrini dal Nord al Sud. La Confindustria volle dare al pubblico l’idea che, a gestire la nazione, meglio del padronato non c’era nessuno. Quello sciamano di Montanelli fu messo, come Gino Capponi, in cima al campanile, a suonare le campane della padanità über alles. L’Italia, dalla cintola in su, fu tutto un tremore. Le colonne del Corriere della Sera sputavano fuoco. La Stampa era piombo rovente. Qualcuno temette che il Duce sarebbe risorto e che questa volta avrebbe marciato su Catanzaro. Alla fine si misero di mezzo Aldo Moro ed Emilio Colombo, che, come era loro mestiere, allungarono il vino con l’acqua.
Montanelli fu messo a cuccia, la Stampa e il Corriere incassarono un premio sulla carta e il padronato padano ebbe l’assicurazione che lui –e lui soltanto– avrebbe ottenuto soldi per industrializzare il Sud. Come a ciò abbia provveduto, lo vedono tutti. Lasciamo in pace Rovelli e Ursini nella loro tomba, a fornire alimento ai vermi, e anche Pomigliano d’Arco, che poco mancò che non fosse paragonata all’Arca di biblica memoria. Segnaliamo invece ai posteri l’unico risultato ricavato dal Sud da tanto arrovellarsi di cervelli e da tante imposte straordinarie: l’inquinamento di Taranto e di Siracusa. Nient’altro, perché persino l’ipotesi di rilanciare la piccola industria nei settori maturi –a partire dall’industria bianca che era nella tradizione sudica– morì sul nascere. E con lei migliaia di piccoli fessi che, stimolati dalle promesse, s’erano avventurati nelle nuove imprese, immolandoci i loro scarsi danari (il Sud è un cimitero d’industrie, annotò il Corriere, e ancora si sta asciugando le lacrime). Da quella marcia funebre che diventò la Cassa è venuta fuori, però, a distanza di alcuni decenni, qualcosa di veramente galvanizzante, il primo presidente sudico della Confindustria. E poi c’era qualcuno che sosteneva che l’Italia era fatta, e che mancavano soltanto gli italiani. Tutto ciò comporta una considerazione non confutabile.

Quale?

Che a governare l’Italia è il capitalismo padano, ed esso presenta in modo spiccato il profilo dell’accattone che stende la mano allo Stato per vivere di sovvenzioni pubbliche. Lo fu al tempo degli elogiati Bastogi & C., lo fu al tempo di Albertini dei trionfali padroni (falliti) del Corriere della Sera, lo fu ancora al tempo di Valletta e degli aiuti americani, lo è stato di recente quando, senza l’aiuto di Gheddafi, la Fiat non sarebbe uscita dai pasticci, e lo è tuttora, perché se i lavoratori d’ogni settore e persino l’infima classe di reddito della popolazione non avessero generato, attraverso l’astinenza, 700 mila o forse un milione di miliardi, che per vie traverse sono finiti nelle mani di Lor Signori, con il cacchio che l’Unione Europea ci avrebbe preso con sé. Sprechi! Ma quali sprechi? Sono Loro, i capitalisti, che di giorno rubano all’erario statale e la sera vanno a pavoneggiarsi alla Scala.
Ernesto Rossi ricorda che dopo aver ingurgitato decine di miliardi durante la prima guerra mondiale, l’industria dilapidò tutto nel giro di pochi anni, e che il popolo italiano dovette sborsare ben sei miliardi, in un tempo in cui le entrate tributarie non arrivavano a dieci, perché potesse continuare a produrre. Data la sua posizione politica, Rossi non aggiunse che Mussolini, giustamente spaventato dalla voragine senza fondo e senza costrutto che Lor Signori costituivano, fece bene ad avallare la creazione dell’IRI, una forza intelligente che l’Italia si è ritrovata dopo la guerra. Perché, senza di essa, non avrebbe saputo approfittare del momento magico della grande trasformazione in Europa. Questi prosciugatori di pubbliche e sociali risorse, tornati in trono mercé la manipolazione di un’opinione pubblica capace di bere l’acqua salata e di affermare poi, a comando, che l’ha trova insipida, hanno voluto impedire l’industrializzazione anche in senso capitalistico del Sud. Era ancora un tempo in cui i settori più consistenti della classe politica –quello di estrazione cattolica e quello comunista– si appellavano alle forze popolari, per essere sostenuti. Potevano –forze di tal natura– farsi legittimare dall’elettorato se non avessero colmato con qualche toppa il divario tra un Nord in rapida crescita e un Sud che precipitava in caduta libera?

Cosa fu, secondo te, il brigantaggio?

Una rivolta contadina che tra il 1861 e il 1865 pose con perentorietà il problema dell’assetto fondiario rimescolandosi con il lealismo verso una dinastia che non simpatizzava con i liberali, eversori dei feudi e degli antichi diritti dei contadini. Nell’antico sistema meridionale la tipologia dei contratti agrari accoglieva forme diminuite di proprietà, di cui beneficiavano i contadini, in particolare l’uso del demanio feudale per piccole colture annuali, per il pascolo e il legnatico. Tra gli enti ecclesiastici –conventi, abbazie, vescovati, parrocchie– e i coltivatori più poveri si praticavano alcuni negozi direi di soccorso, che prevedevano la cessione temporanea o permanente dell’uso del campo, in cambio di un canone o interesse ad aeternum, la decima, una rata annuale in natura o danaro, il più delle volte non consolidabile. Contadini e proprietari –fra cui abbazie e conventi– convivevano sulla terra, e giuridicamente separando il dominio utile dal dominio eminente. Questo mondo si scontrò ferocemente con la concezione anglosassone e giacobina della proprietà borghese, dell’utilitarismo e del liberismo gran-proprietario.

È l’antitesi di sistema di cui si parlava prima.

Infatti. Senza rivoluzioni francesi e senza risorgimenti, i contadini sarebbero arrivati a fagocitare il dominio eminente un secolo prima della legislazione che unifica tutti i contratti agrari all’affitto. La soluzione moderna data al problema nel corso dell’occupazione francese del napoletano (1806-1814) era stata quella di escludere i contadini da tali antiche consuetudini e di trasformare il feudo in piena proprietà. Quanto ai beni della chiesa, qualcosa era stata venduta già al tempo del primo Ferdinado (la famosa Cassa Sacra in Calabria), il rimanente si prometteva di alienarlo. Ma, in effetti, tanto i Napoleonidi occupanti quanto i Borbone restaurati non avevano fatto alcunché, sebbene gli uni e gli altri avessero fatto rutilanti promesse a favore dei contadini. In effetti i Borbone avevano deciso di far dormire il problema e lasciare che la situazione si decantasse da sé: i medi proprietari avrebbero fatto fruttare la terra, qualunque fosse il titolo del possesso; a loro volte i latifondisti avrebbero venduto fette di terra, man mano che il bisogno di danaro li avesse spinti. Quando Garibaldi invase il Sud, per acquistarsi la simpatia popolare proclamò a destra e a manca immediate distribuzioni di terra, per poi fare tutto il contrario (strage di contadini a Bronte). I sopraggiunti piemontesi forse pensavano di fare come i Borbone, ma la questione dell’assetto fondiario era ormai aperta. Ciò che i loro leccapiedi meridionali chiamarono brigantaggio (eterna memoria a Giuseppe Pica, firmatario dello stato d’assedio che portò al massacro intere popolazioni). A questo punto, i cavourristi potevano fare due cose, entrambe positive: o dare le terre degli antichi demani e della manomorta ai contadini, o alimentare la spinta verso la proprietà capitalistica, che era già in accelerazione nel settore olivicolo, viticolo e agrumario. Invece, siccome avevano bisogno di soldi, vendettero le terre della manomorta ecclesiastica e dei demani comunali a chi poteva comprarle, e spedirono l’argento ricavato a Bombrini (il quale l’intascò e mise in circolazione cartamoneta inconvertibile). Quelle terre che non riuscirono a tramutare in moneta sonante, le lasciarono ai liberali ultimamente battezzati, e come tali messi al comando dei comuni sudichi.

Brigante o emigrante, si diceva un tempo.

In assenza di uno Stato indipendente che affrontasse i problemi connessi al passaggio a nuove forme di produzione, il processo di superamento della servitù contadina prese la forma dell’emigrazione di massa. Né la prima grande migrazione meridionale –tra il 1883 e il 1914 (che toccò 1/3 della sua popolazione)– né la seconda –tra il 1948 e il 1973– servirono a fondare uno Stato o a inserire il Sud come componente paritaria dello Stato sedicente nazionale. Il mondo contadino sopravvisse alla prima e sarebbe sopravvissuto anche alla seconda, se l’area padana non avesse avuto, a quel momento, bisogno d’inaridire l’economia meridionale con lo smercio delle sue produzioni. Nei due periodi indicati, questa penetrazione di merci si è presentata con intensità diversa. Al tempo della prima emigrazione, l’industria padana non era ancora nata, e tranne lo zucchero, il tabacco, il grano importato e poche altre mercanzie, aveva ben poco da vendere al Sud.
Le risorse meridionali venivano quindi risucchiate attraverso altre vie, principalmente il fisco, l’ufficio italiano cambi e il sistema bancario cavourrista, che emetteva carta-moneta e al solo costo di stampa comprava al Sud prodotti veri per poi venderli all’estero. Si tratta di un risvolto decisivo –anche se poco investigato– per il sottosviluppo sudico. Infatti la valuta che il Sud procurava alla nazione (in questo caso come non mai Una) veniva controllata dal tesoro nazionale e da questo ceduta, a prezzi artefatti, agli industriali cavourristi, che se ne servivano per pagare le materie prime, e agli importatori genovesi, che la usavano per speculare patriotticamente sul prezzo del grano. E tuttavia non fu tanto il drenaggio delle risorse che portò il Sud alla completa rovina –malgrado tutto, l’agricoltura continuava a produrre– quanto l’insipienza, l’estraneità e la malvagità della classe dirigente.

E al tempo della seconda migrazione?

Mercé gli aiuti e le idee americane, e la partigianeria dello Stato sedicente nazionale, l’apparato industriale padano decollò. Di conseguenza ebbe un impellente bisogno di clienti. E quale cliente più addomesticato del Sud? L’offerta di merci –si sa– crea i consumatori di merci. Però le merci importate andrebbero pagate con la produzione e l’esportazione di altrettanto valore (Antonio Serra, economista del 1600). L’assetto coloniale del Sud non resse all’esborso, perché i prezzi agricoli perdevano insistentemente in termini di ragioni di scambio. Incassando ben poco per pagare gli acquisti, il Sud dovette alienare una parte del capitale naturale, cioè gli uomini che andarono a ottimizzare i pallidi bilanci dei padroni di casa delle sette o otto province piemontesi e delle nove province lombarde. Subito dopo svendette anche il territorio, che divenne la fogna in cui (in attesa delle discariche, si fa per dire, abusive) il capitalismo nazionale ha piazzato le sue raffinerie e i suoi altiforni. Però nessuna emigrazione è possibile se il paese d’immigrazione non ha bisogno di mandare la cartolina precetto ai militi a riposo dell’esercito industriale di riserva.

Che spedivano alle famiglie le rimesse in valuta del loro lavoro all’estero. Flussi consistenti, immagino.

Enormi. Una voce importante dell’economia meridionale colonizzata e, tuttora, una costante del reddito nazionale. Difficile è invece offrire un conto consuntivo. Secondo la logica già vista (al villan non far sapere…) che presiede ai riti della storiografia patria, le fonti fanno scarsa luce. I movimenti connessi a (anzi permessi da) questa fondamentale voce dell’economia italiana sono celati da dense cortine fumogene. Tutto è serrato negli archivi del ministero del tesoro, le cui porte, ovviamente, non si schiudono a chi non è sufficientemente cialtrone. Avendo l’accumulazione capitalistica interna impoverito l’intero paese (soprattutto il Sud), le emigrazioni presero a salire a partire dal 1880. La prima ondata non fu tutta di meridionali, ma a partire dal 1887 e fino al 1914 nella quasi totalità. Da allora si fa molto consistente il flusso di dollari e di pesete argentine (un tempo parecchio titolate). Le rimesse Usa non si sono mai esaurite. A partire dagli anni Trenta, si sono aggiunte quelle provenienti dall’Australia e del Canada, e dal dopoguerra quelle dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Francia, dall’Inghilterra. Gli italiani residenti all’estero oggi sono 28 milioni, cioè la metà degli italiani residenti in patria; i figli di oriundi dispersi nel vasto mondo si dice siano 60 milioni. Ma forse sono molti di più. Ancora oggi, al Sud ci sono centinaia di migliaia di famiglie che vivono con le rimesse dei congiunti emigrati o con pensioni straniere.

Come fu possibile speculare sulle rimesse?

A casa i soldi arrivavano regolarmente. Però sotto forma di lire, in quanto il tesoro nazionale o si teneva d’imperio la valuta estera e spediva alle famiglie la meno preziosa moneta con l’effigie di Umberto I, oppure incassava valuta pregiata in cambio delle lire (pezzi di carta) vendute all’estero. Il valore internazionale di una moneta dipende dalla facilità con cui lo Stato che la emette può spendere valuta estera. Mi spiego. La ricchezza internazionale dell’Italia, anche oggi, viene valutata dalla quantità di dollari che può spendere. Se non avesse dollari da spendere, sarebbe giudicata povera. Invece può spenderne molti ed è giudicata ricca e civile. L’Italia del 1880 era appena in condizione di far debiti ad alti tassi d’interesse; non di più. Svoltato il secolo, nei primi anni del 1900 si trovò a poter pagare con dollari e pesete. Di conseguenza cominciò ad esser giudicata, se non proprio ricca, almeno benestante. Siccome a livello internazionale un biglietto di banca è solo una cambiale emessa da un dato Stato, la cambiale-lira prese a circolare benaccetta, in quanto sottoscritta da un paese solvibile.
Il miracolo compiuto dalle rimesse portò i creditori (delle aziende italiane che importavano merci dall’estero) a tal punto di fiducia che preferivano avere in mano lire, per venderle a chi voleva spedirle in Italia, anziché oro. La domanda di lire nelle borse estere era elevata e per averne da inviare in Italia si era disposti a pagare più (in termini di prezzo dell’oro) di quanto il tesoro Italiano avrebbe versato a chi le presentasse per il cambio (a quel tempo i saldi del dare/avere internazionale venivano pagati in oro sonante). Tant’è che nei bilanci consuntivi dello Stato degli anni Novanta dell’Ottocento era indicata anche la voce rimesse degli emigrati, un surplus altamente strategico, più di quanto l’Italia incassasse vendendo all’estero prodotti semilavorati, essenzialmente seta greggia. Una crescita esponenziale, tra il 1881 e il 1910, sul reddito nazionale, di sonante valuta estera, senza spendere una lira.

Periodo Esportazione di semilavorati. Valore in milioni di lire. Media decennale. Rimesse degli emigranti. Importo in milioni di lire. Media decennale. Mil. Reddito nazionale nell’anno iniziale del decennio. Milioni di lire Percentuale delle rimesse su Reddito Nazionale
1881-1890 377 694 9.360 7,4
1891-1900 381,5 1.574 11.200 14,0
1901-1910 587,5 3.734 12.700 29,4

Elaborazione di N. Zitara da: (prime colonne) Guglielmo Tagliacarne, “La bilancia dei pagamenti”, in AA.VV. L’economia italiana dal 1861 al 1961, Giuffré editore, 1961; (ultima colonna) Paolo Ercolani, “Documentazione statistica di base”, in Giorgio Fuà (a cura), Lo sviluppo economico in Italia, vol. III, Franco Angeli editore, 1969.

Con queste rimesse lo Stato pagò i suoi debiti più che quarantennali. In una parola, il Sud che aveva fatto l’Italia con i suoi danari, adesso con il suo umile lavoro ne faceva un paese benestante. Infatti si poté attrezzare industrialmente. Prima non l’aveva potuto fare perché non aveva i soldi. Nel primo decennio del Novecento lo può finalmente fare. Il movimento è questo: su pressioni governative, una banca apre un conto a favore di un padrone padano (i Toscani intanto erano usciti di scena). Adesso che la lira gode di una totale fiducia, il padrone padano spende la somma in Inghilterra, nell’acquisto di macchine. Quelle lire girano un po’ per il mondo e alla fine tornano in Italia, per essere convertite. Il tesoro tira fuori i dollari e le pesete spedite dagli emigrati, e salda. La banca lucra i suoi interessi, la Fiat diventa ogni giorno più grande, gli emigrati, la domenica, raggiungono un prato intorno a New York, si calano le brache, e mentre fanno quel che volevano fare all’aperto, gridano: viva l’Italia.

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