Sud Italia: arretratezza o colonialismo interno? (parte II)

intervista a Nicola Zitara, di Francesco Labonia [fonte]

Nella prima parte dell’intervista [qui], abbiamo messo in evidenza con Nicola Zitara le modalità con cui venne avviata l’unificazione e che andarono configurando ciò che si può definire colonialismo interno. Questo si è esplicato, principalmente, nella spoliazione dei proventi dell’agricoltura sudica e nel drenaggio di liquidità, sia attraverso il sistema bancario sia attraverso le rimesse degli emigrati. Il tutto finalizzato a gettare le basi finanziarie dello sviluppo del capitalismo del Nord. Uno sguardo che, attraversando la storia, arriva ai giorni nostri, indispensabile per capire anche come e perché si sia configurato l’”assistenzialismo” di cui avrebbe ‘goduto’ il Sud, da taluni considerato addirittura come una pratica confacente ad una sorta di atavica condizione parassitaria dell’antropologia sudica.

Hai più volte accusato le banche, nel Sud, di concorso al sottosviluppo

La ragione per cui spesso parlo della necessità di una banca centrale del Sud (insieme con uno Stato funzionale alla produzione e all’occupazione) non sta certamente nel corso dei cambi, ma nella funzione predatoria che la lira cosiddetta nazionale ha svolto e svolge in un assetto cripto-coloniale, qual è quello meridionale. Il problema sociale e politico non è rappresentato tanto dal fatto che il risparmio meridionale è sempre finito a Milano, quanto dall’altro che la banca, qui da noi, finanzia soltanto i consumi, mentre si guarda bene dal finanziare gli investimenti, evidentemente molto più rischiosi.
Con questo sistema il Sud spreca i suoi surplus in consumi e non può finanziare l’allargamento delle sue produzioni. Se la banca usa i soldi che Ciccio ha risparmiato per fare un prestito a Mico, che vuole comprare una bella cucina Scavolini, il risparmio dei meridionali finisce nel consumo di merci nordiste. Certo Mico ha la sua bella cucina, ma la collettività meridionale ha sacrificato, a favore di un consumo vistoso, dei mezzi che sarebbe stato meglio destinare ad investimenti produttivi…
Ma cosa succede di così politico dietro le arcigne vetrine delle agenzie bancarie, ubicate sulle strade principali di città e paesi meridionali? Semplicemente questo. La banca riceve risparmio e paga un interesse. Se non commercia la raccolta, non lucra, e se non lucra la borsa la punisce. E se la borsa la punisce, il direttore generale, i suoi più stretti collaboratori e il personale dirigente pagano con la carriera.
Non bisogna dimenticare, infatti, che il guadagno di qualunque banca è dato dalla differenza tra il totale degli interessi che paga e il totale degli interessi che le vengono pagati. Ma gli affari potrebbero andare male anche se la banca presta troppo facilmente il danaro all’impresa che sta già rischiando il suo, cioè a quella che ha più bisogno di credito. Cosicché la banca italiana (nazionale), che è costretta a rischiare perché il danaro raccolto deve pure commerciarlo, rischia al Nord, dove il rischio è minore. Ciò vale anche per le banche locali, le quali, nel caso che i depositi non possano essere commerciati con tranquillità sul posto, li affidano alle loro consorelle del Nord.

Tutto questo cosa determina nel Sud?

Al Sud, il cliente più tranquillo e più disposto a pagare interessi è il commerciante; anche lui inconsapevolmente attivo in politica più di un leader. Il commercio è un mediatore essenziale della politica nazionale, in quanto assolve inconsapevolmente al dovere patriottico di drenare il risparmio dal Sud al Nord. Infatti usa il risparmio sudico per comprare al Nord. In buona sostanza, più che di un commerciante si tratta d’un importatore di merci padane (adesso anche europee) che offre in vendita al pubblico meridionale. Non è necessario che questo meccanismo compia giri vorticosi. Basta il normale consumo per trasformare il finanziamento bancario in una forma di sbocco pre-finanziato dell’industria (ovviamente) padana. La cosa non solo è antieconomica, distruttiva; è anche e soprattutto immorale. Immancabilmente il liberismo commerciale arricchisce i padroni e i proletari di un paese, e fa un autentico cimitero del mondo restante. Il sistema del libero scambio potrebbe andar bene solo se tutti i popoli possedessero la stessa tecnologia e lo stesso numero di portaerei. In mancanza di ciò, è un vero veleno. Non dico che le nazioni non debbano intrattenere fra loro scambi commerciali, ma l’azienda-nazione non è diversa dall’azienda famiglia. Se un membro della famiglia, che non ha niente da fare, sa pescare, diventa ridicolo andare al mercato a comprare il pesce.

Soffermiamoci sul credito al commercio delle banche operanti al Sud, che sostieni sia sinora servito a fluidificare gli sbocchi delle merci industriali e agricole padane nello stesso Sud.

In sé la moneta è solo una convenzione. Perciò, quando parlo della necessità di una banca centrale meridionale, esprimo un’esigenza subordinata. La principale consiste nel restituire agli uomini del Sud italiano la sovranità sul loro paese; sovranità di cui, il diritto di lavorare e produrre, costituisce la bussola. Quando i dentifrici, i rotoli di carta igienica, la televisione non bastano, è regolare che arrivino i cacciabombardieri e le bombe al Napalm, come nel Vietnam. Comunque dentifrici e televisione sono un’arma capace d’assoggettare i cervelli di masse sterminate di uomini. Ed è giusto e anche necessario difendersi.
Al Sud italiano, la banca si è concretizzata in un’istituzione malefica a base usuraia, parassitaria e burocratica. Il prolungamento sudico della banca nazionale italiana configura un’istituzione che sta fuori del mercato. Non opera come un’azienda commerciale, ma come un robot, come una macchinetta per le sigarette. Segue schemi, e non l’economia.
Per prima cosa le aziende nazionali sono troppo numerose in rapporto al prodotto interno lordo meridionale. Ognuna di esse sostiene spese fisse incongrue rispetto al modesto giro d’affari, e ciò ricade in modo negativo sia sul risparmiatore sia sul mutuatario, riducendo la remunerazione del primo e aggravando i tassi a carico del secondo. In un paese che produce poco e dove il risparmio è scarso (in rapporto al Nord), esso dovrebbe andare incoraggiato, sollecitato con interessi più elevati. Almeno così vorrebbero gli automatismi di mercato. Però le banche, su questo versante, fanno finta di niente e danno sempre una spiegazione che sembra logica e pratica: il costo del servizio è eccessivo rispetto agli utili che produce. Esatto, ma perché vi scapicollate ad aprire tanti sportelli? Rispondono: ci assicuriamo delle buone posizioni per il futuro. Sottinteso: il quale sarà certamente migliore. Speriamo che sia veramente così, intanto i costi del futuro non li sopporta l’azienda che ci scommette, ma i suoi clienti. Comunque sia, il risparmio meridionale è sovrabbondante rispetto all’utilizzazione che il Sud ne fa. Infatti una parte consistente, circa il 25%, parte dagli sportelli meridionali e fa un lungo viaggio per essere messo a disposizione degli sportelli centrosettentrionali. Siamo, qui, alla seconda violenza che l’istituzione bancaria nazionale fa agli automatismi di mercato.

Quale?

La regola sarebbe che, quando una merce è sovrabbondante, il suo prezzo scende. A depositi sovrabbondanti (rispetto alla domanda di credito) dovrebbero corrispondere tassi di sconto ribassati. Invece il Sud paga interessi almeno doppi che a Milano, Torino e Bologna. Fino a qualche tempo fa, banche come la Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania spogliavano letteralmente il debitore con tassi spesso superiori al 30%, che quando il rapporto finiva in tribunale diventava, per via delle spese legali spropositate, il 100, il 200 e anche il 300 o il 500%. Pareva che i tribunali meridionali non avessero altra funzione che quella di portare alla totale rovina i debitori inadempienti. In un paese dove una causa civile dura mediamente dieci anni, le banche ottenevano giustizia a tamburo battente e senza che mai un giudice nominasse un perito per stabilire se il credito vantato non fosse infarcito di profitti illeciti e correttamente definito nell’ammontare. Sentenziavano che la banca aveva ragione, e che, meglio di lei, nessuno poteva fare i conti. Oggi che la soglia dell’usura si è dimezzata, non c’è banca che non spelli il cliente con un tasso reale del 14,75%. Le banche mangiano pure la notte, si diceva al mio paese quand’ero bambino. Con questo vampiro che succhia il sangue degli innocenti annidato alle sue spalle, nessuna azienda meridionale, fermo restando il sistema, può avere un avvenire. Prima o poi la banca se la mangia. Si tratta di una regola storica, e sarebbe bene che la storia la santificasse e i compilatori delle leggi la rendessero visibile.

Insomma, la banca ragiona nell’interesse del Nord.

Sì. Maggiore è il risparmio disponibile sulle piazze settentrionali, minore è il tasso di sconto. E qui abbiamo la vera spiegazione del numero di sportelli sproporzionato rispetto alle attività del povero Sud. Il danaro sporco è un bene nazionale, e niente è più autenticamente nazionale nel Nord. Il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e centinaia di altri minori istituti sono arrivati sulla soglia del crac a causa di una selezione fra la clientela mafiosa. I mafiosi ricchi e portatori di danaro trovavano larga accoglienza nelle agenzie milanesi e torinesi; i mafiosi scalcinati e truffatori, invariabilmente raccomandati dal notabile di turno, finivano in quelle meridionali. L’ammontare del risparmio meridionale drenato a favore degli sportelli padani, è dato pubblico, visibile. Ma vi è un drenaggio ancora maggiore. In un tipo d’azienda in cui il personale costituisce il costo più importante, la sede centrale attira le rendite realizzate in periferia e fonda la sua corte. È lì che si concentra il lavoro meglio remunerato dei consiglieri d’amministrazione, dei dirigenti generali, dei dirigenti centrali, degli addetti agli uffici studi e agli uffici legali. Ed è in queste stesse capitali che si riversa la munificenza delle banche, i cui azionisti sono in genere pubbliche istituzioni locali e non possono per legge mirare al lucro. Teatri, biblioteche, pinacoteche, musei, case editrici, bande musicali, stampatori, designer dell’Italia padana vivono una vita prospera, mercé i donativi di banche nazionali. Una forma di colonialismo anche nella dislocazione del personale. Gli addetti più capaci, che sarebbero sommamente utili dove la vita economica mostra maggiori difficoltà, sono attirati nelle capitali bancarie, dove basterebbero capacità mediocri. Lo spettacolo che offre il personale bancario impiegato al Sud è desolante. A volte il livello scolastico è buono, ma la formazione economica fa letteralmente sorridere. Totale è, poi, la sconoscenza della specificità dell’ambiente economico in cui operano. Informazioni a livello di marciapiedi. Giudizi da caffè. I dirigenti si muovono a lume di naso: fiutano l’aria come il Commissario Rex. E vanno avanti con il fiuto, rimescolato alle prescrizioni evangeliche delle direzioni centrali. Da questo impasto viene fuori quello che tutti vediamo: il monte di pietà, il credito di consumo. Per giunta concesso solo ai pubblici dipendenti, sulla base della cedola del tesoro. La più impegnativa tra le operazioni attive è rappresentata dall’acquisto, per conto del cliente, di un Bot; eccezionalmente, quando il cliente si lascia convincere, dell’acquisto del titolo che la direzione centrale spinge in quel momento. Spesso mi chiedo perché non ci lasciano con le vecchie e rassicuranti Poste Italiane e  non se vanno. Infatti, al Sud, la banca nazionale fa un’altra cosa, non certo la banca. È come se fosse un travestito, un’azienda né carne né pesce, che non osa fare il suo mestiere, né nella forma antica del monte di pietà, né in quella moderna. La banca moderna è nata per mettere a disposizione degli operatori economici il risparmio raccolto e il danaro fiduciario che è autorizzata a creare. Come annotò Schumpeter, la banca è un polmone che dà l’ossigeno con cui l’industria respira. Mobilizzando ricchezza immobilizzata e creando danaro fiduciario, la banca alimenta la produzione e l’attività delle persone. Tutto questo, qui da noi, si riduce a una bomboletta di gas lacrimogeno. Chi ha da fare con la banca, piange soltanto. Mai uno che rida.

È dominante il coro di chi strombazza le magnifiche virtù dei meccanismi indotti dall’Unione Europea. Vedi opportunità per il Sud, che so, in campo agricolo?

No. Sulla cosiddetta Politica Agricola Comunitaria –concordo con l’economista agrario Roberto Fanfani (L’agricoltura in Italia, il Mulino, 1998)– il sostegno effettivo dei prezzi e dei mercati ha privilegiato i prodotti tipici delle agricolture continentali: cereali, seminativi, latte, carne bovina e suina, eccetera. Le colture mediterranee, circa il 25% della produzione agricola dell’Unione Europea, beneficiano solo del 12% del totale della spesa per il sostegno dei prezzi. Il mercato agricolo comunitario è evidentemente falsificato dal fatto che l’Unione Europea, come tutti i paesi imperialisti –dall’Inghilterra di Gladstone agli USA di Bush– è liberista a casa degli altri e protezionista a casa propria. Il Sud, pur essendo dentro l’U.E., fa parte degli altri, e perciò soggiace –invece che partecipare– al protezionismo comunitario e alle frontiere daziarie elevate a difesa dei settori che s’intende proteggere.
Ma è in generale la filosofia agricola comunitaria che non va per il Sud. A noi tocca prendere coscienza che l’Europa inglese, tedesca, francese, e adesso anche quella spagnola, guarda al Mediterraneo centrorientale –al quale il Sud italiano appartiene– con gli occhi smarriti del consumatore di petrolio e contemporaneamente con gli occhi cupidi del venditore di macchine. Altro Mediterraneo, per la cultura europea, non c’è. In questa materia bisogna essere chiari e precisi. Non è il fatto che gli agricoltori meridionali ricavino un introito minore, e neppure l’altro che debbano sostentare quelli continentali –i poverini, quelli che marciano in trattore, anzi in Trattore, su Roma, Parigi e Bruxelles, perché non amano pagare le tasse, sebbene guadagnino ogni anno cento volte ciò che guadagna un lavoratore meridionale. No, non è per giocare in borsa che i contadini meridionali dovrebbero essere sostenuti. Né è in ballo il pane quotidiano. Qui è in gioco la dignità dell’uomo: cittadino solo nelle carte fondamentali –in effetti sberleffi costituzionali– e quando si tratta di assicurare con il voto una congrua parlamentare a gente inutile, impotente e per giunta nemica acerrima dei suoi stessi elettori.

Precisiamo meglio questo passaggio.

Quando, quarant’anni fa, fu avviato il Mercato Comune, i governanti dei sei paesi partecipanti immaginavano che l’esercito industriale di riserva, tenuto in congedo illimitato, senza soldo e senza rancio, sarebbe stato allevato in eterno dai paesi del Sud: il Meridione italiano, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, la Turchia. Pertanto vollero che l’agricoltura meridionale continuasse a produrre disperati. Per ottenere tale risultato bastava non fare: l’incompatibilità economica tra l’alto costo della vita –quella di un paese industriale– e il basso valore di mercato delle produzioni, deliberatamente esposte alla concorrenza dei produttori extracomunitari (a basso costo della vita) avrebbe provocato l’auspicata disoccupazione. A distanza di qualche decennio, gli eupatridi si sono resi conto, però, che si sbagliavano. I morti di fame non era necessario allevarli, arrivavano spontaneamente da altri continenti. L’Inghilterra, madre di ogni sapere capitalistico, era già zeppa di gente colorata. Così hanno cambiato politica. Aiuti allo sviluppo a piene mani. L’Irlanda, la Spagna, la Germania Est, il Portogallo vi attingono –come è giusto– a piene mani e vanno ristrutturandosi. L’Italia no! L’Itaglia è sempre figlia di Cavour. Se al Sud giova qualcosa, si decide di farla solo se prima giova al Nord. Facciamo gli acquedotti, le strade, gli ospedali? Sì, certamente, i cementieri e i tondinari ci lucrano. Facciamo le scuole? Si, certamente, se no la Zanichelli e la Paravia vanno a gambe levate. Gli mettiamo anche il telefono? Ma certo, anche loro debbono contribuire a pagare gli ammortamenti. Gli diamo i soldi per coltivare? Ma sei pazzo! Ci farebbero concorrenza, diamogli meglio i soldi per una casa. Ci guadagniamo tutti. Più grande è la casa, più interessi pagano in banca e più detersivi consumano.

Tornando alla politica agricola comunitaria?

Non va la politica e nemmeno la filosofia agricola comunitaria, per i maltrattamenti che ha inflitto e infligge agli agricoltori meridionali (e non solo per questo). In sede di reddito pro-capite, il protezionismo agricolo comunitario non sarebbe da avversare, essendo in generale diretto a colmare il divario tra produttività in settori esposti alla concorrenza dei paesi poveri e settori industriali protetti dai loro stessi standard tecnologici. Basterebbe combattere la politica dei due pesi e delle due misure fra agricoltori continentali e agricoltori mediterranei, e rispettare la vocazione dei terreni (la terra s’intristisce quando viene trattata da fabbrica).
L’agricoltura meridionale, deliberatamente distrutta dall’attività contraria della Comunità, va ricostruita, mentre la politica comunitaria tollera appena l’esistente agricolo, e solo per finalità demografiche. Figurarsi se si piglia la pena d’investire in strutture agrarie! L’ipotetica azione dovrebbe rispettare la logica dualistica dell’assetto fondiario meridionale nata ad opera del mercantilismo borbonico e sviluppatasi poi, pienamente, sotto il governo della Destra Storica (al fine di estrarre dal Meridione il surplus occorrente alla costruzione dello Stato nordista). Tale dualismo si fonda su  colture rivolte a produrre un surplus nazionale e colture per il mercato locale.
La storia agraria del Sud conosce parecchie colture d’esportazione. Al grano ho già accennato. Un tempo ci fu il gelso, in connessione con la produzione serica, ma i baroni genovesi, venuti qui come usurai, mandarono quell’arte a gambe levate. C’è ancora l’olivo che, pur essendo stato una costante dell’agricoltura italiana, domina –tranne alcune aree– le terre del Sud a partire dal Settecento. C’è ancora il vino, che altrove dà una produzione magnifica. Al Sud, però, sappiamo ottenere soltanto un semilavorato, il vino da taglio. La coltivazione del gelsomino è stata abbandonata, e quella del bergamotto è  fra color che son sospesi. Prospera è invece la coltura dell’uva da tavola. Ci sono infine gli agrumi e gli ortaggi, che nella prima metà del ventesimo secolo ebbero una notevole fortuna, e che non mi pare possano superare le attuali difficoltà. In Sicilia e in Calabria occupano la superficie irrigua, che si estende su 349 mila ettari (185 + 164).

Qual è lo stato dell’agricoltura sudica, oggi?

Come in numerose altre terre del mondo, al Sud convivono colture per il mercato mondiale (che davano surplus spendibili di grandezza nazionale) e colture autarchiche, rivolte all’autoconsumo e al mercato locale. Fino al tempo di Mussolini, la coltura principale fu il grano. Le terre del Sud non hanno, però, una gran vocazione per i cereali. I contadini li coltivavano perché affamati. Cercavano, con il superlavoro, di sottrarsi al fabbisogno di moneta; i proprietari invece per il bisogno opposto, quello di acquisire entrate monetarie. Ma, dopo la grande trasformazione e la conseguente fuga dei lavoratori, produrre ancora grano è divenuto un non senso. È la stessa cosa che riprodurre l’improduttività.
Tanto per dirne una, sulle colline meridionali, prima dell’antica produzione granaria, c’era il bosco –querce principalmente– e a bosco esse dovrebbero tornare. Ciò darebbe una produzione dal valore economico sicuramente maggiore, e dal valore ambientale incalcolabilmente maggiore, perché renderebbe più fertili le zone vallive e le cimose costiere. Ma, il bosco, mai è stato opera dei contadini, dei piccoli privati agricoltori, che si applicano a produzioni che maturano nell’annata. Storicamente è opera: o della natura, o del feudatario, o dello Stato. Ma questo Stato, del Sud, non sa niente. Neppure la storia e la geografia. Né la sua sapienza negativa può essere colmata da una sapienza positiva delle classi dirigenti locali, che non avendo proprie fonti di reddito (ma solo entrate provenienti dal centro romano), si applicano a rubare coscienziosamente allo Stato.
Niente al bosco, niente all’uva, ben poco all’olio, zero agli agrumi –le colture classiche alla vocazione delle terre sudiche– lo Stato continua a regalare settecentomila lire ad ettaro a chi semina grano. Insomma alimenta una coltura contraria alle vocazioni ambientali, e per giunta in una fase economica in cui non è utile; dimenticando poi che, qui, grano vuol dire stoppie, che le stoppie, qui, vogliono dire fuoco, che fuoco, qui, vuol dire migliaia di miliardi in fumo ogni anno.

Su quali assi andrebbe ripensata l’agricoltura nel Sud?

L’impegno profuso dagli agricoltori meridionali tra il 1835 e il 1950 non è ripetibile. Accadeva, allora, che la quota di surplus proveniente dall’esportazione olearia venisse in parte  reinvestita nelle piantagioni agrumicole e nell’orticoltura d’esportazione. Ma oggi, al Sud, non esiste più un surplus agricolo (e neanche un surplus fondato sulla produzione in generale, ma esiste solo del risparmio da lavoro subalterno effettuato al Nord, o anche effettuato qui, alle dipendenze dello Stato o di imprese nazionali) e manca qualunque vocazione all’investimento privato. Nella sua faccia meridionale il sistema non dà la necessaria fiducia. Al Sud l’agricoltura è vista come un’attività marginale rispetto all’impiego pubblico e a quello nelle filiali meridionali di aziende private settentrionali, rispetto alla libera professione e al commercio di distribuzione di merci settentrionali.
Ora, per portare nuovamente alla produttività le terre meridionali ci vuole una rivoluzione politica e mentale. Infatti la filosofia comunitaria prevede interventi di orientamento (recte: di sostegno all’iniziativa privata) e mai un’opera d’intervento (che sarebbe peccaminosa). Ma, ammesso e non concesso che l’Unione Europea prenda a cuore i problemi del Sud, quale orientamento potrebbe mai rianimare la libera iniziativa di atomistici produttori, la cui fiducia è spenta ormai da quarant’anni? Quale privato piccolo capitalista s’impegnerebbe in attività perdenti a livello continentale?
Eppure la prima cosa che il Sud dovrebbe fare è riuscire a formare dei surplus permanenti che gli consentano di pagare le importazioni di grano e di carni vaccine. E se tale risultato si vuole ottenere è necessario ridare una nuova destinazione produttiva alle cimose costiere, rese irrigue dall’opera secolare dell’uomo; le terre in cui, attualmente, è insediato l’agrume, non più competitivo.
Si tratta di una scelta non facile che, se lasciata ai singoli, impiegherà cinquant’anni a farsi chiara. Solo gli studiosi possono ridefinire le nuove opportunità economicamente vincenti e solo il potere politico può agevolarne l’adozione (e non è certo fatuo per un meridionale rimpiangere il ruolo che ebbero in passato l’università di Portici e il centro agrumario di Catania).

Sull’agricoltura la tua visuale non è esclusivamente produttiva

Aggiungo un’istanza irrazionale (ovviamente per la logica capitalistica), del tutto diversa, quella che attiene alla qualità della vita. Sulle rive del Mediterraneo l’agricoltura è così antica da essere l’estensione più importante della cultura privata e collettiva. Direi che è amore, un amore simile a quello che gli uomini hanno per i cani e i gatti, che continuano a vivere con noi sebbene le case possano essere difese dai topi con mezzi chimici e dai ladruncoli con strumenti elettrici ed elettronici.
Gli storici di scuola francese credo abbiano ragione d’insistere sui caratteri di lungo periodo che coinvolgono i popoli e le terre. Nella storia economica del Sud –non solo italiano– la base sociale dell’agricoltura è l’orto, che non è fatto solo di agli e cipolle, ma anche dell’albero da frutta. L’orto non è antieconomico. La storia mostra come esso si coniughi bene con la mercatura e il commercio. Se il piccolo commercio funziona, anche le aziende atomistiche danno risultati accettabili. Se ci si guarda attorno, non è difficile capire che il lavoro nell’orto può ben essere una specie di parttime, o forse è meglio dire un dopolavoro economicamente proficuo. Il podere mediterraneo, come si ebbe in Attica e in Palestina duemila e cinquecento anni fa, esiste tuttora e ovunque nel Meridione. Oggi viene condotto specialmente da pubblici dipendenti, donne e pensionati. Di regola la produzione non è orientata dalla domanda di mercato, ma è rivolta al consumo familiare. Ma qualche eccedenza, complessivamente non insignificante, arriva sul mercato. Solitamente è genuina, ma non viene adeguatamente premiata. Ora la logica dominante sconsiglia che nelle piccole aziende si facciano investimenti di qualche serietà. Ma è un errore. Servirebbero, invece, degli interventi  promozionali idonei a dare sicurezza e guadagni a questo tipo di conduzione.
Il reddito pro-capite ne gioverebbe. Inoltre, l’impegnato impiego del tempo libero gioverebbe a migliorare la generale qualità della vita. Le famiglie avrebbero un radicamento più sano, non convulso, e i giovani crescerebbero conoscendo meno la TV pistolera e più la natura. Quello che imparano a scuola –specialmente le scienze– non resterebbe conoscenza astratta e inutile ai più. Con il doppio lavoro –e il doppio interesse– paese e campagna potrebbero unificarsi esistenzialmente, come un tempo. La campagna non sarebbe più un deserto messo a produzione e la città un’isola congestionata di abitatori motorizzati e alienati. Ne guadagnerebbe anche la salute alimentare, perché i prodotti agricoli sarebbero meno appestati di concimi, diserbanti e anticrittogamici. In effetti la prima regola di una buona agricoltura è rappresentata dal rispetto della naturale vocazione dei terreni, o per dir meglio, del particolare assetto ecologico. Torna così, inevitabilmente, il discorso politico.

Cioè?

L’agricoltura meridionale –direi la stessa vita dei meridionali– soffre della logica delle grandi dimensioni, su cui si sono orientati gli Stati europei perché essa è funzionale all’industria, che sostiene di aver  bisogno di larghi sbocchi perché possa raggiungere dimensioni di scala. Ora noi abbiamo di fronte due esiti diversi della grande scala in agricoltura: quella trionfale dell’America del Nord e quella fallimentare della Russia sovietica. Applicata in Europa, nei settori dell’allevamento bovino, del grano e della barbabietola, mi pare che abbia prodotto più disastri che utili. Infatti la qualità delle produzioni se n’è andata a ramengo; quanto, poi, al conto profitti e perdite, è visibile a tutti che non ci sarebbe una sola azienda non fallita, se la Comunità non si fosse accollata gran parte dei costi. Credo che l’esigenza di grandezza, oggi, sia più supposta –per nascondere fini di classe– che vera. È probabile –e adesso ne abbiamo anche qualche prova– che piegando la macchina all’uomo si ottenga un miglior risultato che piegando l’uomo alla macchina. Cosicché, per rianimare il Sud, non basta uscire dall’Italia Stato e dall’Europa – mercato unico dei prezzi e della moneta. Il Sud italiano dovrebbe uscire da una cultura economica e morale alla quale è subordinato, nella quale però non s’è mai veramente integrato, che viene dall’utilitarismo inglese e americano, e dal liberismo gran-proprietario, duro da digerire fra gente d’antica civiltà.

Nessun beneficio neanche dall’euro?

Per il popolo meridionale, scarso di redditi e totalmente spogliato di un apparato produttivo, sicuramente l’euro è meglio della lira. La moneta comunitaria si è rivelata parecchio più debole di quanto qualcuno (compreso me) immaginava. Tuttavia, nonostante il calo sul dollaro, l’euro aspira a conservare la sua capacità d’acquisto all’interno dell’area monetaria europea, cosa che sicuramente non si può dire della lira, che, nei cinquant’anni trascorsi, gli italiani furono loro malgrado costretti a vedere passare senza soste da una parità a una minore. E non tanto per debolezza propria, quanto perché FIAT & C. imponevano alla Banca d’Italia l’aggiotaggio al ribasso, affinché essi non perdessero i mercati a moneta forte. Certo la scala mobile imponeva la scala mobile opponeva una qualche difesa a tali giochetti, ma al Sud, dove di grandi aziende, obbligate al rispetto dei contratti collettivi di lavoro, ce n’erano (come ce ne sono) poche, il meccanismo fu un flatus vocis per la generalità degli occupati. Figurarsi per il senza lavoro! Di fronte all’inflazione, il venditore di merci reagisce subito aumentando i prezzi, il lavoratore dipendente (se manca un automatismo che fa scattare il salario) prima o poi impianta una lotta per tentare di recuperare la capacità d’acquisto perduta, ma il lavoratore senza lavoro e senza salario può solo impetrare la giustizia di Dio.
Ogni collettività produttiva (un’azienda-nazione), se vuole continuare a produrre, deve risparmiare una parte del valore prodotto (surplus) e investirlo in macchine e impianti (capitale). Accade, però, che l’azienda-Sud (coloniale rispetto all’azienda-Italia e al sistema capitalistico europeo) sia invisibilmente depredata del suo risparmio ad opera del corso nazionale della moneta; e già ora -e molto più in futuro- della moneta comunitaria.

Insomma, il mito dell’Europa non ti convince?

Per niente. È evidente che il mercato europeo è giunto ad un alto grado d’integrazione e di penetrazione. Storicamente l’ampiezza del mercato (nella categoria mercato includo le infrastrutture e tutte le economia esterne) definisce anche l’ampiezza geografica dello Stato, della funzione politica, del prelievo fiscale e dell’ordinamento militare. La categoria Stato implica a sua volta la categoria governo, e quindi la categoria sovranità. Subiremo una sovranità europea formalizzata, ma questo Stato continentale non sarà una nazione. Torneremo indietro (per qualche decennio o qualche secolo) al federalismo dell’Impero Carolingio, alla contea di Borgogna e al ducato di Allemagna, cosa di cui il federalismo fiscale di Miglio, Tremonti e Cacciari, che pedinano gli gnomi di Francoforte, è la versione pacchiana (il fottisterio legalizzato di industrie e banche). Così com’è organizzata l’Unione Europea somiglia a uno zoo. Una sommatoria di popoli impediti alla fusione e confusione dalle gabbie confindustriali e sindacali frapposte dai padroni e dai sindacalisti nazionali. Popoli senza un governo che possa porsi i problemi di fondo e senza un parlamento che possa decidere altro se chiudere o meno le finestre dell’aula. Il Sud non ha niente da sperare nella Comunità Continentale Europea. L’inclusione sarebbe, infatti, servile, e non solo a causa della scarsità di attrezzatura industriale che porta all’idea di ricostruzione, ma anche nel senso che saremmo ulteriormente costretti a piegarci a una cultura che non è nostra e che istintivamente non riteniamo meritevole d’imitazione.

Sei scettico verso qualunque versione di federalismo, che sia quello di Bossi, quello fiscale e berlusconiano di Tremonti o quello neo-ulivista del centrosinistra. Perché?

Che federalismo è mai questo che ripartisce le entrate fiscali, in modo che le regioni ricche possono spendere di più senza aumentarsi le tasse? Un federalismo che assegna il gettito dell’Iva alla regione che incassa e non a quella che la paga? La sola versione di federalismo che farebbe al caso nostro è quella che ripartisce le banche nazionali, le industrie nazionali, il turismo nazionale e straniero, la Scala di Milano, l’Arena di Verona, i mesi di pioggia, la Galleria degli Uffizi e magari il Colosseo, un tanto per regione. Dal canto nostro potremmo dare una quota parte delle giornate di sole e di quelle di scirocco, qualche milione di disoccupati e perfino una gamba dei Bronzi di Riace. Il federalismo è un’idea di Bossi. Sembra concepita da Molière nelle more tra la composizione dell’Avaro e quella del Tartufo, e alla Padania serve per non fare il soldato. Come idea liberatrice dei pesi che il Nord sostiene a favore del Sud, è solo un’idea cretina. Infatti il sistema è già strutturato in modo che il Nord abbia dal Sud quel che il Sud è capace di dare, e dà patriotticamente. E non l’opposto. Certamente il tribalismo federale non cambierà i rapporti Sud/Nord, che sono già iscritti nei meccanismi di mercato, nelle merci che tolgono lavoro, nella gestione nordista del credito. La cosa nuova dopo cinquant’anni è che il Sud non avrà più soldi da spendere. Ma anche il Nord avrà ben poco da incassare. Il Sud –che nella vita nazionale prima contava poco, perché dava senza fare la fattura, e adesso conta zero, perché funziona da imbuto: rilascia ciò che incassa, senza pretendere lo scontrino– che farà di sé?

A chi gioverà, al Sud, il federalismo?

Rimessa in riga la spesa, il Sud sarà consegnato alla classe politica locale, fatta dalle stesse persone che, avendo la residenza a Roma, fanno parte della classe politica nazionale. Cioè gli ascari.

Ossia?

Gaetano Salvemini definì ascari i sostenitori meridionali del governo padanista, impiegando per traslato il termine con cui venivano chiamati gli eritrei assoldati dall’Italia per combattere il loro stesso popolo. Un disastro di inaudite proporzioni è stata la dilatazione del pubblico impiego, un provvedimento stimolato dall’esigenza di salvare i rampolli delle classi redditiere che avevano fornito –e avrebbero dovuto ancora fornire– i reggimenti aborigeni (gli ascari) a difesa del sistema cavourrista. Dilatando il concetto salveminiano, credo sia consentito affermare che, in Italia meridionale, l’ascarismo è la cultura adottata da tutte le forze politiche e sindacali unitarie, e oggi anche dai federalisti. Consegnati in mano agli ascari, il pubblico intervento e la spesa ordinaria fornirono gli ormeggi a una classe sociale e politica già alla deriva, inchiodandola sulla testa dei sudichi, come una corona di spine. Pagato il pizzo alla Confindustria, fatte le cosiddette opere di civiltà (quasi che la civiltà potesse essere opera di Misasi e di Mancini), per il resto la spesa pubblica è servita ad appaesare i partiti padani e i sindacati nordisti. Mezzo milione –poco meno o poco più– di occupazioni improprie hanno guastato il mondo meridionale nel profondo. Il degrado morale, deliberatamente esteso alle classi subalterne, ha portato allo sfascio l’antico civismo ed ha alimentato la mafiosità. Casi esemplari ne sono le decine di migliaia di forestali calabresi –dei nullafacenti coccolati dai sindacati e dai partiti– che incendiano i boschi per assicurarsi la pagnotta, e quegli altri nullafacenti dei cosiddetti lavori socialmente cosiddetti utili (due falsificazioni cavourriste in un concetto di appena tre parole).

Che lettura dai del sistema mafioso? Questo sistema di accumulazione illegale di capitale come s’intreccia, nell’era dell’euro, con il sistema legalizzato di accumulazione capitalista?

Prima dell’ultima Guerra Mondiale, nella Sicilia occidentale e nel reggino calabrese, la mafia (sinteticamente per malavita contadina) aveva uno spazio sociale e lavorativo nelle guardianie dell’acqua per l’irrigazione dei preziosi agrumeti –preziosi non solo per i proprietari, ma anche e forse soprattutto per l’economia nazionale, essendo arance, limoni e mandarini la voce più importante delle esportazioni nazionali. Al tempo del fascismo la mafia era soltanto un problema criminale. Un problema sociale –e non solo nelle zone mafiose– era semmai la netta separatezza tra mondo urbano e mondo contadino. Gli urbani, non solo volevano che i contadini avessero una condizione sottomessa, ma una parte di loro –la piccola borghesia impiegatizia e commerciale– inclinava anche a emarginarli, a tenerli fuori: i forisi. Nel dopoguerra il problema criminale diventa secondario. Con la democrazia politica si fa spazio una cultura criminale più tollerante. Cresce invece, nelle zone agricole, la frizione sociale, in quanto il mercato nero (prima) e la più efficace penetrazione dell’economia di scambio (poi) spingono intere falangi di contadini a inurbarsi, per inserirsi nel piccolo commercio. I nuovi orientamenti politici nazionali portano infatti all’eliminazione degli impedimenti precedentemente frapposti alla penetrazione dei contadini nel territorio degli urbani; quelli legali voluti dal fascismo e quelli classisti –invisibili legislativamente, ma molto forti– dell’epoca anteriore. Il nuovo conflitto è alquanto rispecchiato, nello schieramento politico, dalle formazioni estreme: la destra monarchico-fascista a favore degli urbani e il partito comunista a favore dei contadini. Dal canto loro i partiti intermedi –democristiani, socialisti, repubblicani, liberali, socialdemocratici– accettano l’esodo contadino e cercano di mediare le frizioni, con parecchia tolleranza per l’aspetto criminale.
Alla genesi dello Stato repubblicano bisogna riportare anche la rinascita del vecchio clientelismo prefascista. Sul piano elettorale i contadini meridionali hanno lo stesso diritto al voto dei veri cittadini. Anzi negli anni del dopoguerra sono persino politicamente rappresentati da due partiti: i comunisti, che fanno immaginare la fine dei padroni-redditieri, e la democrazia cristiana che offre i mezzi per la formazione di una classe di coltivatori diretti. Ma nel corso della Ricostruzione cosiddetta nazionale l’immaginario comunista sfuma, mentre sul versante della formazione della piccola proprietà coltivatrice il processo è lentissimo.

Quale situazione si viene a determinare?

Quando l’arcaicità del progetto comunista diviene chiara, i contadini perdono almeno uno dei due punti di riferimento endogeni, essendo, gli altri partiti, delle formazioni politiche nordiste, calate al Sud con programmi fatui ed esotici. Siamo nei primi anni Cinquanta. A questo punto comincia la farsa. Il PCI ripiega senza una vera resistenza; la DC incalza, ma nel frattempo il suo progetto ruralista viene superato dai fatti, cioè dalla fuga dalle campagne in seguito alla più penetrante diffusione delle merci settentrionali. Messo in difficoltà, il partito cattolico risuscita il modello giolittiano di governo del Sud, e lo estende alla campagna.

L’espansione della mafia ha le sue radici in tale passaggio?

Sì. Per il candidato –regolarmente un urbano– i contadini sono difficili persino da raggiungere; e se raggiunti, contestano, perché l’interessata intrusione d’un urbano fa riemergere l’antica sfiducia e i temi del permanente conflitto. Comprare il consenso del capobastone contradaiolo diventa, allora, per il candidato, il passaporto per ottenere il voto contadino. Il risultato è positivo (ovviamente per la DC) cosicché, dove la mafia è assente o ha una debole presenza, l’eletto fomenta i capibastone perché si prodighino a suscitare imitazione intorno al voto di scambio. I nuovi adepti vengono accarezzati, coccolati. Nel reggino, i gruppi mafiosi, che avevano complessivamente la dimensione di qualche migliaio di adepti, passano ad averne decine di migliaia. Ma cosa riceve il boss campagnolo dal politico? Certo non terra, non siamo più all’assetto feudale. Il candidato può donare solo Stato, spesa pubblica. La sanità ospedaliera non è ancora nata e la Cassa per il Mezzogiorno è solo al decollo. D’altra parte il sistema centrale, se incoraggia il malaffare a livello locale, a livello centrale ha ancora qualche pudore. È quindi sui bilanci dell’ente locale che finisce per gravare il costo del voto mafioso. Le opere pubbliche comunali e provinciali diventano la merce di scambio, il premio per i servigi negoziati. Vedendo premiato il rurale, il piccolo borghese mugugna e porta il suo voto alla destra. Il mondo contadino in crisi senza altra uscita lecita che l’emigrazione, invece apprezza. Un salario settimanale, per una fatica molto meno pesante di quella agricola, rappresenta un passo avanti, schiude la strada all’inurbamento.
Fatto il primo passo verso i commerci e la cultura del profitto, diventa facile per il boss campagnolo capire l’affare delle bionde che qualche confratello arrivato dall’America offre. Poi, negli anni Sessanta i suoi orizzonti mercantili si allargano. La Cassa per il Mezzogiorno, gli ospedali, le strade che vengono aperte per una più agevole penetrazione delle merci settentrionali, si coniugano meravigliosamente con il voto clientelare. Il partito vincente non è una formazione politica ma il notabile elargitore di appalti. Intanto matura un’altra generazione. Gli appaltini truccati, i subappalti concessi dal grande appaltatore, sempre padano, che si adatta al sistema pur di far quattrini, e il commercio delle bionde, non bastano più a impiegare tutti. Le nuove leve scalpitano; le gerarchie, che in campagna avevano il valore di regole tradizionali, entrano in crisi. Un carattere saliente del mondo borghese, la reattività alle nuove offerte, penetra nelle arterie contadinesche. In termini mafiosi siamo ai sequestri di persona, al racket all’americana, alla polverina. La mafia, uscita penosamente dalle riserve contadine di giolittiana e mussoliniana memoria con i buoni uffici del clientelismo politico, arricchisce. Complessivamente il budget è consistente, ma individualmente non va al di là di una ricchezza locale. I boss sono ancora dei paesani. La loro ambizione è d’ottenere il rispetto dei borghesi. Si mettono, così, ad acquistare terre e vi piantano vigne e oliveti; si fanno costruire palazzi signorili, aprono alberghi, spesso lussuosi. I loro figli vanno a scuola per diventare medici e ingegneri. Insomma i figli dei corsari di Sua Maestà Britannica nominati baronetti.

In anni più recenti come si configura il fenomeno mafioso?

Sulla soglia degli anni Ottanta, quando è ancora vivo fra i contadini il bisogno sociale del riconoscimento borghese, con un po’ di sapienza politica, forse, il processo capital-mafioso avrebbe potuto essere rovesciato e –forse– azzerato. Il boss proprietario di oliveti, il figlio medico ospedaliero: alla fine, la cosa sarebbe stata digerita dai borghesi, tanto più che si era verificato un ribaltamento del predominio culturale. La mafiosità, cioè la prepotenza e l’incivismo, si era diffusa, come stile negoziale, fra i ceti borghesi. Avvenne invece che il PCI di Berlinguer –non mordendo più nelle campagne, anzi in tutto il settore meridionale del lavoro– decise di cambiare la classe di riferimento. Abbandonato il popolo alla sua secolare dannazione, passa ad amoreggiare con la piccola borghesia. La Rivolta di Reggio è la cartina di tornasole di detta involuzione. Ma cosa portare in dono a una borghesia allo sfascio e senza più ideali? Se il PCI non poteva dare in positivo, poteva dare in negativo. Il numero vincente sulle ruote di Napoli e di Palermo è il disagio dei borghesi sopraffatti dai rustici, la profonda avversione degli urbani verso il contadino invasore. Quando il PCI decide di passare dall’altra parte, diventa immediatamente il paiolo in cui l’antico odio sociale può cagliare una nuova fermentazione. È difficile dire se fu una deliberata scelta della direzione centrale, oppure l’insipienza dei quadri periferici –il tema merita approfondimento– fatto sta che l’offensiva contro la mafia si trasformò nell’imputazione di delinquenza alla cultura contadina (Pino Arlacchi). Il fatto che la quasi totalità dei magistrati venisse dal mondo urbano, e nutrisse verso i contadini l’avita avversione, fece il resto. Con tutte le morbidezze che partiti e magistratura avevano avute con il malaffare, che coinvolgeva contemporaneamente mafiosi e politici, sparare sulla mafia soltanto –assolvendo pregiudizialmente i notabili e il sistema politico e amministrativo– dette l’idea di una caccia alle streghe, di un’operazione hitleriana, di una notte di San Bartolemeo giudiziaria (i cui nefasti lasciti divennero peraltro nazionali nel caso di Tangentopoli). E infatti molti non accettarono l’idea d’invertire le colpe: di assolvere la politica e di sparare a zero su tutto il mondo rurale e di origini rurali.

Puoi fare un esempio?

Uno di questi spari, la Legge Rognoni-La Torre, ebbe la portata di un disastro sociale. Infatti i mafiosi cessarono d’investire in roba al sole, in piccole cose che in sostanza rianimavano lo stanco spirito d’impresa meridionale. La mafia piantò le sue tende a Milano. L’allarme di Piero Bassetti, al tempo presidente della Regione Lombardia, non allarmò né la banca, né la borsa, né il governo. Pecunia non olet. Quei soldi servivano all’economia nazionale, completamente piegata. Con Milano come base, i mafiosi hanno impiegato meglio i loro danari,  abbandonando ideali familiari appartenenti a un mondo antico, per ideali amerikani. I loro figli non studiano più da medico e da ingegnere, ma imparano le tavole dell’economia bostoniana. Però la mafia ha bisogno di uomini. Essendo una potenza economica pari a più volte la FIAT, usufruisce al Sud di un possesso degli uomini simile a quello della Chiesa, che vince le sue battaglie senza schierare una sola divisione. A entrambe basta condividere il territorio con lo Stato italiano. È supponibile che Stato e mafia intrattengano un tacito concordato, il quale prevede ciò che la mafia deve dare e ciò che le è concesso in cambio. I giudici in prima linea, il pentitismo, i morti, non sono finzioni, anche se allo Stato servono da alibi: coprono inconfessabili vergogne italiane, come il berretto a sonagli di Pirandello. Ma la guerra vera non c’è, ciò che vediamo sono scaramucce. La mafia è ben più vasta. Essa ha copiato il sistema capitalistico di comando, che usa la democrazia come un ballo dei pupi. Non siamo più all’onorata società, gerarchizzata, di sessant’anni fa –un corpo immobile e immobilistico– ma una dinamica ONU del malaffare, con un Consiglio di Sicurezza composto da multinazionali senza sede visibile e con un marchio di fabbrica ignoto (o non noto alla gente comune). Questo potentato, ufficialmente illecito, lascia che la plebe mafiosa si formi all’impiego dei mitra e dei bazooka. Non le  interessa uno scontro con uno Stato italiano, che, volente o nolente, le mette a disposizione le economie esterne necessarie alle sue attività, a cominciare dai clienti, dai committenti, dalle scuole, dai servizi, per finire ai porti, agli aeroporti e alle reti telematiche.
Con l’incalcolabile potenza economica di cui dispone, essa comanda lavoro (nel significato che Adam Smith dava alla parola: paga un lavoro a) milioni di meridionali. Oggi tutto il Sud è mafia, e la mafia è tutto quel che il Sud può essere. La sovranità statuale sul Sud non le serve. Ma, se per ipotesi decidesse d’averla, l’avrebbe nel corso di una sola notte. Perché è certamente in condizione di mettere assieme, in ogni paese e città, un plotone di arditi disposti a tutto. Più un corpo di riservisti allargato ai componenti di sette/ottocentomila famiglie. Molto, ma molto più delle camicie nere che il 28 ottobre del 1922 marciarono su Roma. Certo, mille plotoni non fanno un esercito. Per avere un esercito bisogna che ci sia la tenda del generale, l’accampamento per i militi, le vettovaglie, un sistema di comunicazioni, la polveriera, la torre con le sentinelle, lo stendardo, ecc. Ma più d’uno ha il dubbio che abbia già provveduto a queste cose, magari stanziando all’estero tutta la sua logistica.

Quali problemi porrebbe la mafia ad un processo sudico di liberazione?

Se l’Europa ha accettato l’Italia, vuol dire che ha accettato anche la mafia. Con le sue attività illecite, la mafia tiene legato economicamente, socialmente, militarmente, il Sud all’Italia. La sua funzionalità per l’esportazione delle armi serve a tutti i grandi paesi di Maastricht. I dollari che incassa rappresentano una voce attiva nella bilancia europea dei pagamenti, specialmente in una fase di euro calante. Semmai, per l’Europa, il pericolo è che essa cambi banchiere. Ciò ulteriormente chiarito, va da sé che, se il Sud vuole liberarsi dalla mafia, deve liberarsi dall’Italia e dall’Europa. Eliminato il doppio gioco, sarà possibile, anche se non facile, battere la mafia. Come? Se minacciata nei suoi interessi di lungo periodo, la mafia diventa pronta alla guerra, quindi non c’è altro mezzo che la guerra.

Tornando al federalismo?

Il federalismo non frenerà il rastrellamento dei surplus, l’invasione delle merci padane e comunitarie, non porrà riparo all’improduzione, non inventerà il lavoro che non c’è. Anche una speranza generalizzata, quella di diventare tutti forestali, pare svanire. Ma la sola ricchezza propria –quella che viene dalla produzione interna– non permetterà al Sud di continuare nell’attuale livello di benessere privato. Con quello che riuscirà a sborsare all’erario, poi, il Sud non potrà permettersi dei servizi sociali come quelli attuali che, sebbene funzionino male, costano tuttavia i soldi che le case farmaceutiche e le industrie sanitarie pretendono, cioè molto. Bossi, quando dice questo, dice cosa assolutamente esatta. Dove sbaglia è quando sostiene che al Sud non spettano, per il solo fatto che non ce le ha. L’attuale condizione di sviluppo e pieno impiego nel Centronord è stata pagata dal Sud, che non solo ci ha messo tanto lavoro quanto gli altri, ma ci ha aggiunto l’astinenza, a cui gli altri non si sono dovuti piegare nella stessa misura, e il dolore degli emigrati, che in nessun altro luogo hanno raggiunto eguale numero.

Insomma, eccetto che per i neo-ascari, federalismo inutile per il Sud.

Mettiamola così. A Cavour bastarono poche centinaia di migliaia di lire per comprarsi gli ammiragli, i generali, i tenenti d’artiglieria e i cadetti di marina. Il sistema padano se n’è  giovato in modo a dir poco vergognoso. Ora, stante il clima che regna a livello di classe politica, il federalismo non farà altro che dare una mano all’ascarume corrotto, il quale sin dal tempo dell’occupazione sabauda gode di una tacita impunità quando ripiana i bilanci familiari –sbilanciati dal tenore di vita padano– ficcando le mani nei cassetti dell’erario. Lo Stato –un estraneo predone– ha tanto tollerato queste ladronerie, che la morale sociale vi si è conformata.
Ma ipotizziamo pure che la nostra classe politica regionale assuma imprevedibilmente la tipologia della classe politica irlandese, e chiediamoci cosa mai potrà fare di brillante –a meccanismi di mercato immodificati– se non guidare la ritirata. Quali sarebbero mai le libertà nuove associabili al federalismo? Da una tabella elaborata dal Sole24Ore, in materia di entrate regionali si apprende che in Lombardia l’incidenza delle entrate erariali regionali è calcolata in misura dell’81%, mentre l’erario calabrese avrà un incasso pari al 23% delle attuali entrate correnti. Traducendo le parole in fatti, la Calabria avrà il 60% di minori entrate. È facile stimare che, con le entrate proprie, le Regioni meridionali, Sicilia inclusa, non riusciranno a pagare i medici, gli infermieri e le medicine. Altro che ripulire i fiumi e ripiantare i boschi! Qui, non dico dopodomani, ma da domani stesso sarà un’impresa diabolica per le Regioni assicurarci l’acqua da bere. A noi serve altro.

Cosa?

Ben altre cose che il fisco. Il nostro problema riguarda, per esempio, gli impedimenti che l’economia privata subisce dal confronto perdente con le economie evolute; la formazione e l’uso del surplus sociale; la forma d’aiuto che si dà a chi perde il lavoro; le regole che disciplinano il mercato, e chi ha il diritto di dettarle; la stessa legge, che appare uguale solo per chi ruba al popolo e diseguale per i ladri di polli; il traguardo esistenziale, che si presenta equo per chi lavora in banca, al servizio dell’usura, e iniquo per chi ha spinto per tutta la vita la carretta.

Quindi?

Se potessimo definire o quantomeno influenzare le regole del gioco mercantile, se avessimo le mani mezze libere in materia di credito, di commercio internazionale, di politica estera, di politica agricola e industriale; se avessimo voce in capitolo nel campo della sanità e dell’istruzione; se potessimo lavorare a favore di una moralità restaurata in materia di spettacoli e tempo libero; se ci fosse consentito avere in gran dispitto la Ferrari e le Juventus, o fabbricare automobili che vanno a metano e non superano i 100 chilometri l’ora; se potessimo fare del turismo una cortese forma di ospitalità non gratuita e non l’immonda speculazione che oggi è; se ai nostri figli potessimo fornire una cultura gentile ed educarli allo spirito critico; se potessimo formarli al coraggio fisico e morale, all’onore, alla lealtà, all’amore degli altri esseri sensibili e delle cose –delle stelle, del sole, della luna, del mare, dei campi coltivati e dei boschi– allora, solo allora, il federalismo avrebbe un senso.

Qual è la tua posizione sulla ricorrente richiesta, per il Sud, di reintrodurre le gabbie salariali, cioè di ridurre il costo del lavoro?

La loro abolizione ebbe il fine precipuo di legare al PCI gli operai occupati nelle industrie di Stato a Napoli, a Taranto, in Sicilia. Su tale fronte l’esito fu positivo. Per il resto fu una autentica stronzata, in quanto slegò gli occupati dalla massa dei diseredati. Il Sud proletario, in mano al populismo di destra… I fatti di Battipaglia e di Reggio sono l’esito più dissuadente della politica delle cosiddette sinistre nel Sud.
Reintrodurle ora? Non pare serva più. Non mi pare che l’industria padana, persino quella triveneta, abbia un radioso avvenire. Meno che mai le sue eventuali proiezioni al Sud. La strada ciampista che il lavoro nazionale sta percorrendo è a ritroso. Non so se il traguardo di miseria verso cui marcia è vicino o meno vicino. Io vedo la cosa in questi termini: se il capitalismo italiano va avanti con il piglio attuale, l’indifeso lavoratore padano vedrà scendere il salario ai livelli croati. Qui al Sud, fra non molto il lavoratore dipendente arretrerà allo standard egiziano. Per il livello dei salari vale, infatti, una legge simile alla legge di Law (la moneta cattiva scaccia dalla circolazione quella buona): il lavoro portato al sud del mondo scaccia le aristocrazie operaie.
Circa la condizione operaia, per rispondere non ci vuole la zingara. L’alleanza secolare tra capitalismi nazionali e aristocrazie del lavoro sta andando al macero. Non c’è Cofferati che tenga. Il panorama salariale non è più nazionale, ma globale, cosicché ogni capitano d’industria che si rispetti intende correre l’avventura dei salari albanesi o indiani. Ora, né in Germania, né in Francia e neppure in Italia c’è la possibilità di un’occupazione da primari ospedalieri che pareggi nel numero le forze del lavoro manuale, o quasi manuale, che rimangono senza lavoro. La corsa all’esternazione del lavoro subordinato ci darà quel che già vediamo: il declino inarrestabile delle remunerazioni operaie, il tramonto della parte normativa dei contratti collettivi, il ritorno al primo Ottocento per la condizione operaia, la resurrezione della questione sociale. Se questo non vi convince, osservare la curva delle nascite. Fra i produttori, il malthusianesimo volontario si ha quando regna la paura per ciò che aspetta i figli da concepire. Siccome l’Occidente è –alla fin fine– figlio di Socrate e di Cristo, la Caritas internazionale avrà anch’essa un otto per mille, con cui offrire qualche minestra calda agli indigenti.

A suo tempo parlasti di un “proletariato esterno” nel Sud. È ancora valido secondo te questo concetto? E se lo è, come si configura socialmente?

Non sono il padre dell’espressione proletariato esterno, l’ho soltanto usata come titolo di un mio libro. Padre ne è il grande storico delle civiltà –in particolare di quella mediterranea– Fernand Braudel (Il mondo attuale, Einaudi). Rifiutata in Italia sia dalla letteratura gramsciana sia dalla pubblicistica d’ispirazione padronale, era usata disinvoltamente (e suppongo lo sia ancora) in Francia. Il proletariato esterno è quello senza fabbriche; quello che non ha rivendicazioni salariali e normative da avanzare, perché, fisicamente e politicamente, non ha di fronte a sé un padrone. Sottomesso al mondo occidentale –un padrone esterno, lontano anche fisicamente e tuttavia così forte da imporre le sue regole commerciali e le sue tecnologie avanzate, tanto con le armi, quanto più attraverso una catena di mediatori locali– chiede la libertà. Ha continuato a chiederla anche dopo che i colonizzatori se ne sono andati, perché il loro dominio continuava attraverso le merci capitalistiche.
Socialmente, il mondo del proletariato esterno corrisponde a quello dell’artigianato tradizionale, che impiega come motore la forza umana e che è stato superato dal macchinismo industriale. Questo mondo, per liberarsi, deve necessariamente imparare l’uso delle tecnologie avanzate. Non essendo contagiato da pruderie liberali e amerikane posso tranquillamente ricordare il motto di Lenin secondo cui il comunismo si componeva di due cose: l’elettrificazione della Russia e il potere dei Soviet. La faticosa operazione d’assimilare e usare il sistema macchinistico si scontra, oltre che con i tempi necessari all’apprendimento e con gli immensi costi degli impianti, anche con i mediatori locali del capitalismo occidentale. Lo scontro di interessi fra mondo avanzato e mondo arretrato ha perduto i toni battaglieri di un tempo e inclina al sociologico e all’umanitario. Lo stesso termine sottosviluppo, che definiva perfettamente la causa propriamente commerciale della regressione dei paesi non industriali, non viene più usato. Anche l’espressione corrente per indicare i mercanti infeudati, la borghesia compradora, è uscita dall’uso dei colti. Così  pure quella di lumpenborghesia, borghesia stracciona, coniata da Paul Grunder Frank echeggiando Marx. In Italia, una parola adeguata esisteva già. Da noi, sotto l’etichetta di meridionalismo erano fioriti importanti studi sul sottosviluppo ante litteram.
Mi sono già dilungato sull’argomento, debbo soltanto aggiungere una mia ferma convinzione: i lavoratori meridionali sono nel budello senza uscite del sistema unitario, a causa della strategia decisa da Togliatti al suo rientro in Italia, e in appresso sempre seguita, la quale consisteva nell’assorbire la spinta alla rottura del sistema, che veniva dal proletariato meridionale, per dirottarla verso traguardi elettorali. Detta linea è limpidamente espressa dalla parola doppiezza, da lui stesso adottata, la quale doppiezza aveva come fine di non incrinare il patto tacito con cui, a partire dalla Ricostruzione nordista, la classe operaia andava consegnandosi al padronato industriale, onde non vanificare la crescita e per partecipare ai suoi benefici: e cioè l’aumento dell’occupazione e la trasformazione dei contadini in salariati. Insomma, per opportunismo, il PCI fu in Italia una stravagante frangia riformista dell’Internazionale Comunista (rivoluzionaria). La conseguenza per il proletariato meridionale fu che –non potendo essere riformista perché non è riformabile quello che non c’è– non poté neanche portare avanti una lotta pienamente riformatrice. Quanto alla contrapposizione più generale tra proletariato occidentale e proletariato esterno, mi pare che si vada perdendo quel velo di pudore con cui la pubblicistica italiana voleva dissimularla. Oggi, il proletariato occidentale va orientandosi verso posizioni già viste: Stato sociale all’interno e imperialismo all’esterno. Con il razzismo come fattore di depistaggio delle masse. Il bossismo non è una generica forma di antimeridionalismo borghese; non se la prende con Gaetano Salvemini o con me. È contro lo Stato sociale all’esterno della Padania, mentre l’operaio padano non trova difficoltà a mescolarsi con il leghista tipo. Dopo il crollo dell’URSS, il capitalismo sente molto meno il bisogno di blandire i suoi operai e in genere i suoi dipendenti. Il privilegio delle aristocrazie operaie va affievolendosi. Sempre più largamente i padroni esternano le loro fabbriche nei paesi sottosviluppati. A questo si aggiunge che gli stessi richiamano all’interno fette dell’esercito del lavoro mondiale di riserva. La curva dei salari, la condizioni di lavoro, la sicurezza del posto, vanno abbassandosi, quantomeno in termini reali (i salari, mi pare pure in gretti termini monetari). In Germania, Francia, Austria, Svizzera, Italia, la spinta xenofoba si allarga fra i lavoratori subalterni, i quali mal sopportano l’omologazione in basso. L’avversione, forse l’inimicizia tra proletariato esterno e interno va crescendo. Ciò nonostante si può immaginare il contrario, e cioè che l’omologazione in basso possa restituire quel vigore che il pragmatismo e riformismo hanno stemperato. Se la condizione operaia continuerà a cadere, potremmo –forse– essere alla crisi del riformismo. Il moto di Seattle e le sue recenti code potrebbero esserne il segnale, ma tutto dipende dalla consistenza e leggibilità di una nuova teoria della liberazione e della rivoluzione.

Ti definisci separatista e rivoluzionario in senso anticapitalista, a favore di un Sud rivoluzionario sul piano dei rapporti di lavoro e di produzione. Quali sono le tue ragioni?

Volendole riassumere. Uno, il capitalismo europeo, con atti concreti e convergenti, ha escluso il Sud dall’area del pieno impiego. Due, le formazioni politiche della sinistra italiana hanno voltato le spalle alla domanda di rappresentazione dell’esercito industriale di riserva meridionale, in forza di un patto tacito con la classe dei capitalisti padani. Tre, non c’è un solo segno che possa fare immaginare diversa la sinistra europea unita. Quattro, il capitalismo occidentale sta portando morte e devastazioni in tutto il mondo. Noi che abbiamo la ventura di non partecipare alla cultura dello sterminio senza campi di concentramento, della distruzione degli uomini e della natura portata avanti con non chalance; noi, che per nostra fortuna siamo altri, dovremmo opporre una resistenza organizzata alla suggestione che il successo economico dei capitalisti suscita. Cinque, pur essendo anche noi italiani a causa del prevalere della geografia sulla cultura, è necessario che prendiamo atto del fallimento dello Stato nazionale e dell’inguaribile padanismo delle forze politiche che si atteggiano ad oppositori del capitalismo. Perciò ci distacchiamo dall’uno e dalle altre. Il capitalismo non mira alla piena occupazione, ma al profitto. La crescita capitalistica non porta nuova occupazione nella misura che eravamo abituati a vedere. Per giunta, la crescita vertiginosa del profitto ha ripercussioni più negative che positive sulla condizione delle aristocrazie operaie. Per quanto concerne il Sud, lo sviluppo capitalistico è stato azzerato quando era già un fatto in itinere. Oggi è impossibile. Questo paese è stato consegnato e affidato alla mafia, alla quale è però negato un inserimento nelle attività cosiddette lecite (l’illecito è commerciare le Marlboro, non produrle appositamente per i commercianti in nero!). C’è poi il gioco sporco dei sindacati, che, per continuare a governare il mondo del lavoro pretendono di essere essi, ed essi soltanto, a contrattare la ritirata dei salariati e a firmare contratti sempre più giugolatori per i lavoratori, tipo l’abdicazione alla scala mobile. Non mancano infine gli interessi degli ascari, i quali, in un Sud di occupati, non avrebbero più modo di contrattarsi il voto. Ma forse peggio. Uno sviluppo del Sud potrebbe essere impedito con la violenza, attraverso qualche forma di violenza politica, perché farebbe venir meno ogni forma di disoccupazione, persino quella intellettuale. Si sa, il pieno impiego è nemico delle paghe basse. Un aumento dei salari porterebbe a consistenti aggravi nel settore del pubblico impiego e le aziende capitalistiche, in particolare le mai troppo lodate banche, vedrebbero diminuire pericolosamente i profitti. Insomma altererebbe la condizione del mercato del lavoro in Italia, provocherebbe una crescita nazionale dei salari proprio adesso che i nazionali capitalisti –dopo tanto soffrire– stanno facendo affari d’oro a duemila carati.

Una separazione non porterebbe a due Italie capitalistiche?

Sarebbe un non senso. Il capitalismo attuale è uno, e uno soltanto. È apolide, già globale. Solo il livello dei salari è nazionale e subnazionale, in corrispondenza della disoccupazione. D’altra parte l’oggetto del separatismo meridionale non è lo sviluppo, almeno in prima istanza. Ma è la fine dell’inoccupazione, cioè la piena occupazione anche a costo di trascurare la produttività del lavoro. A un lavoratore che, in una fase avanzata, produce due sedie al minuto, con una ricchezza prodotta che si irraggia per vie traverse sulla società, noi preferiamo quattro lavoratori occupati che producano ciascuno una sedia ogni due minuti. Infatti produrre –e farlo nel proprio ambiente– rappresenta l’appagamento di una vocazione generale degli uomini. La produttività deve essere contemperata con l’occupazione, altrimenti non ha senso umano. Se invece del profitto capitalistico si avesse un normale frutto del proprio lavoro, solo chi lavora meglio o produce in tempi minori guadagnerebbe di più. Chi fosse fuori mercato avrebbe il tempo di trovare un diverso lavoro, senza incorrere in una punizione stupida e rovinosa per il debitore e i creditori, qual è il fallimento. Ora, il capitalismo non può dare questo. Qui siamo al capitolo centrale del marxismo. I rapporti di produzione di tipo capitalistico sono divenuti al Sud un vincolo allo sviluppo economico. Il Sud può essere portato avanti solo da un lavoratore senza padroni. Ho sviluppato questa tesi nell’opuscolo Tutta l’égalité, il cui punto nodale è l’abolizione del lavoro dipendente, conservando però lo scambio di valori. Cioè: resterebbero in piedi il mercato e la proprietà (di macchine e attrezzi), che non sono stati inventati certamente dai capitalisti, ma dall’uomo indistinto nel processo di socializzazione e nel corso dei millenni. L’abolizione del lavoro dipendente è il fine politico e pre-politico –morale, religioso, civile, cristiano, umano– dell’indipendenza. La restituzione ai produttori della libertà ed eguaglianza che la natura proclama in ogni sua manifestazione, è anche il grimaldello per aprire la porta della piena occupazione, una porta fragile e tuttavia tenuta serrata con tutti i mezzi dai liberal-capitalisti, per ricattare, a fine di dominio, gli altri esseri umani. La mano che porterebbe avanti il progetto non potrebbe essere altro che quella socialista. Un socialismo capace di avere perplessità, timori e rispetto dell’umana dignità.

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