Pane e coltello – la “Terra matta” di Vincenzo Rabito

Vincenzo Rabito, Terra matta, Torino, Einaudi, 2007.

Capitolo primo

Questa è la bella vita che ha fatto il sottoscritto Rabito Vincenzo, nato a Chiaramonte Gulfi, allora provincia di Siracusa, il 31 marzo del 1899.
Mio padre Rabito Salvatore mori’ a 40 anni, di polmonite, quando avevo dieci anni, lasciando mia madre con sette figli da mantenere.
Io ero il secondo della numerosa famiglia ed ero io l’unico che sapeva quello che ci voleva per tirare avanti. Mio fratello piu’ grande, Giovanni, pensava solo per la sua pancia e quando guadagnava qualcosa soldi a casa non ne portava mai. Ero solo io quello che capiva la situazione di mia madre. Per questo quando non ci avevo niente in tasca camminavo arrabbiato e bestemmiando e quando portavo soldi a casa venivo invece ballando ballando. E per questo mia madre diceva sempre,alle vicine:
”Se non ci fosse mio figlio Vincenzo, nella mia famiglia morissimo tutti di fame!”
Una volta,nel mese di settembre,sentendo dire che a Vittoria cercavano coglitori d’uva,io e cinque miei compagni decidemmo di andare a vendemmiare.
Alle quattro della mattina partimmo a piedi e alle otto eravamo gia’ arrivati.
Prima cosa passammo dal casino,che il prezzo di una puttana era allora di 5 soldi.
Chi me li doveva dare a me cinque soldi,che mai un centesimo mi ritrovavo nelle tasche?!
Miracolo se m’avevo portato il mangiare,composto di 4 pani da un chilo l’uno.
Solo questa era la mia proprieta’!
Aspettai percio’ fuori dal casino e quando gli altri finirono di fare il comodo loro,mi dissero:  “E tu Vincenzo che fai…niente?!”.
Ero il piu’ piccolo della compagnia,13 anni forse,e per legge neanche al casino potevo entrare. Fini’ che i miei compagni misero un soldo per uno e per la prima volta ebbi il piacere di conoscere le donne.
Soddisfatti di questo primo lavoro,mangiando pane e uva,che ne avevamo raccolta in quantita’ lungo la strada,andammo in piazza a trattare coi sensali.
Fui subito fortunato. Uno che conosceva a mio padre mi disse:
“Vincenzo,ci vuoi venire a trasportare uva con il cavallo?…La paga è di 70 centesimi al giorno!”…
Anche se mi mangio 4 soldi al giorno di pane,pensai,10 soldi sempre mi rimangono, percio’ sono apposto!
Accettai e partii per Santa Teresa,vicino al paese di Acate,che allora si chiamava Biscari. Il lavoro mio era di trasportare uva dalla vigna al palmento,col cavallo. Vuoldire due grosse ceste di un quintale l’una,a viaggio. Per fortuna che a caricare e a scaricare ci pensavano i giovanotti piu’ grandi.  Ma intanto gli altri prendevano per tre volte la mia paga.  “Come posso fare per guadagnare anch’io due lire al giorno?” Pensavo sempre.
Per davvero a un certo punto il Padreterno mi volle dare una mano. Uno dei raccoglitori casco’ ammalato e il padrone mi offri’ di prendere il suo posto.
“Se sei capace di fare il suo stesso lavoro” mi disse “ti do due lire al giorno,come a tutti gli altri!”
Mi sembro’ di prendere il terno. Subito subito,col mio coltello comisano,mi misi a tagliare uva come un disperato…tanto agli altri uomini non dispiaceva se guadagnavo quanto a loro,perchè lo sapevano il bisogno che c’era nella mia casa. Tanti avevano conosciuto anche alla buonanima di mio padre e certe volte l’uva la buttavano loro nelle ceste, perchè a me mi venivano troppo alte. Due settimane ci restai,a Santa Teresa,e siccome mi avevo portato solo una camicia e un paio di pantaloni,fini’ che mi ridussi stracciato come un pezzente.
Completato il lavoro,il padrone mi diede 30 lire,tutti a soldi spiccioli e io me li misi dentro una calzetta. Poi,secondo una consuetudine antica,mi regalo’ dieci chili d’uva bianca,quattro litri di vino rosso e 50 coccia di sarda salata.  Sistemai tutto per bene dentro un panaro di frasche e partii.
Mi sentivo talmente riccone che non pensai piu’ a cercare altro lavoro.
Il mio solo scopo era ora quello di ritornare a casa.  Presi lo stradone per Chiaramonte e cominciai a camminare furiosamente,come uno appena scappato dal carcere. Neanche passaggi ai carretti domandavo, scantato che qualcuno mi levasse i soldi.
A Quaglio mi vide mio zio e mi disse:
“Da dove spunti,Vincenzo?…Cosa stai combinando,cosi malridotto?”
Non gli risposi nemmeno e continuai per la mia strada.
Arrivai a casa tanto sudato che mia madre scoppio’ subito  a piangere.
“Non vi preoccupate” le dissi “io sto benissimo!”
Posai il panaro sulla tavola e i miei fratellini cominciarono subito a spizzicare l’uva.
Presi la calzetta e la svacantai dentro un  canniscieddo, riempiendolo tutto di monetine di un soldo e due soldi,vuoldire i  5 e i 10 centesimi del Re Vittorio.
“Ora fateli a monzelli di una lira…” ci dissi ai picciriddi.
Nella mia povera casa scoppio’ un’allegria indimenticabile,quel giorno.
“Figlio mio” mi disse mia madre “Dio ti ricompensa!”
Eravamo nel 1912,c’era la guerra di Tripoli,e la miseria della Sicilia di allora nessuno se la puo’ immaginare.
Un giorno si presento’ a casa  un amico di mio padre e ci fece a mia madre questa proposta: “Gna Tura,giusto che vi trovate in una brutta situazione, perchè non mandate a Vincenzo da uno che conosco io?…è un massaro di Grammichele…se la passa bene,è pagatore,e non ha nemmeno figli… a Vincenzo se lo prende come garzonello e capace che lo tratta come un figlio suo!”.   Io mi trovavo presente e subito ci domandai:
“Massaro Raffaele,quanto mi da al mese questo padrone?”
“Due tumina di grano e 5 lire contanti!” mi rispose il massaro Raffaele u picciridditto (cosi chiamato di ‘nciuria).
Accettai,anche se mia madre non voleva,perchè sapevo che a casa eravamo senza farina e senza niente…a patto pero’ che i due tumina di grano mi venissero anticipati! Concludemmo l’affare e,dopo una settimana,il massaro Raffaele torno’ a prendermi,con due scecchi e il grano.
“Sei pronto Vincenzo” mi disse “guarda che ti ho presentato come un picciotto onesto, educato e lavoratore…non farmi fare malacomparsa col padrone!”.
Alla due di notte partimmo,mentre mia madre non si riusciva a dare pace.
Erano i primi giorni di marzo e faceva un freddo da agghiacciare. A cavallo dello scecco io pero’ mi sentivo apposto. Ero contento e il freddo non mi faceva impressione. Pensavo che stavo andando a vedere un paese nuovo e, pergiunta,con quei due tumina di grano avevo levato tanta confusione alla mia famiglia.
Per fare 30 chilometri ci mettemmo sei ore e arrivammo a Grammichele che erano gia’ le otto. Il padrone,un certo Michele Aledda,ci stava aspettando davanti alla porta e subito si dimostro’ un grande zaurdo.
“Come ti chiami?” mi domando’ con voce forte e rigorosa.
“Vincenzo!” risposi.
“Ebbene,Vincenzo…al tuo primo giorno di lavoro sei arrivato tardi!”
Massaro Picciridditto si scuso’ dicendo che per strada aveva piovuto e le trazzere erano tutte infangate,percio’ avevamo dovuto camminare piano.
La signora Carmela,intanto,la moglie di Aledda,aveva gia’ consato la tavola e ci aveva messo sopra due belle uova fritte,un pezzo di formaggio e una pagnotta appena sfornata. Quel pane di masseria caldo caldo,che pesava almeno due chili,in quattro mozziconi me lo stavo finendo tutto,tanto ero affamato. Gli altri intanto mi guardavano a bocca aperta.
Poi il Picciridditto se ne ando’ e il zaurdo di Aledda comincio’ a fare baccano:
“Avanti Vincenzo,che le mule sono pronte…ora che hai mangiato dobbiamo andare a lavorare!”
La signora Carmela invece diceva:” Michele,che ci andate a fare in campagna…sta scoppiando il temporale…fallo riposare al caruso,che è venuto da Chiaramonte e dev’essere stanco!”.
“Che stanco e stanco” faceva lo zaurdo “e che è venuto forse a piedi?!…Che fa non è forse venuto a cavallo dello scecco!?”
“Va…va…e bagnati come un maiale!” gli fece alla fine la moglie  “a me mi dispiace solo per Vincenzo e per le mule!”
Cosi ci mettemmo addosso due pesanti cappotti e partimmo,che io ci avevo il culo tutto limato e mi faceva un gran male,di quanto tempo ero stato a cavallo.
Dopo un paio d’ore,per davvero,scoppio’ un forte temporale che sembrava arrivata la fine del mondo. Trona,fulmini,acqua a vacilate,e nessun posto dove ripararsi. Sotto la pioggia fitta fitta pensavo: “Quanto aveva ragione la signora Carmela a chiamarlo bestia…io,con questo zaurdo,alla fine del mese capace che non ci arrivo!”
A Mazzarrone,che non era ancora paese,allora c’erano solo due case.
C’infilammo dentro un pagliaio e bagnati dalla testa ai piedi aspettammo che passasse la tempesta.
“Mi sa che dobbiamo tornare a casa,Vincenzo…” disse il cornuto di Aledda, quando la pioggia comincio’ a calare “vuoldire che oggi non abbiamo guadagnato nemmeno il pane che ci abbiamo mangiato!”
Non lo contava,il bastardone,che io era dalle due di notte che giravo per conto suo!
Sempre sotto l’acqua ritornammo a Grammichele e la signora Carmela, smaccatamente, disse a suo marito:  “Te l’avevo detto o no che pioveva?!”
“Statti muta Carmela…seno’ prendo la capezza della mula e ti do’ una bella allisciata!” gli rispose la bestia.
La signora accese quindi il fuoco e come una vera madre mi porto’ una tovaglia per asciugarmi.  ”Togliti le robe,Vincenzo” mi disse “e mettiti vicino al fuoco…seno’ puoi cascare malato!”.
Finito di mangiare,potevano essere le sette di sera,il padrone mi disse:  “Vattene a dormire,Vincenzo…che domani ci dobbiamo alzare all’una!”
“Ma come” mi scappo’ detto “io sono morto di sonno e vossia mi vuole fare alzare all’una?!”
“Figlio mio” replico’ quella bestia,tutto rosso in faccia  “stavolta ti voglio perdonare perchè sei piccolo… ma che fa non lo sai che al padrone non si risponde mai?!… Vattene subito a letto e non mi fare perdere la pazienza!”.
La signora Carmela intanto mi faceva segnale di stare muto e io mi quetai perchè sentivo aria di timpolate.
“Sissignora!” risposi e me ne andai a dormire nella stalla.
Nel meglio sonno mi cominciai a sentire scotolare da destra e da sinistra,come se avesse scoppiato il terremoto.  “Alzati Vincenzo!” faceva il padrone,mentre mi strappava le coperte di dosso.
M’avevo coricato vestito,la sera prima,tanto ero stanco. Cosi mi alzai subito,m’infilai le scarpe e,a come mi trovavo,senza neanche lavarmi la faccia, riempii le bisacce di mangiare e accianai sopra la mula  Il padrone intanto aveva caricato l’aratro e la semenza,e partimmo che il cielo era ora bello sgombro e stellato.
Quando arrivammo a Giurfo – cosi si chiamava la localita’ dove Aledda aveva un pezzetto di terra – erano ancora le cinque di mattina. A quell’ora, ancora col buio, che cazzo potevamo combinare?!…
Dovemmo aspettare per piu’ di un’ora l’alba,prima di cominciare a lavorare.
Il padrone andava avanti,con l’aratro,e io dietro seminavo ceci. In lontananza vedevo pure il paese di Chiaramonte,dato che Giurfo si trova vicino al fiume Dirillo,a cinque chilometri dalla Dicchiara.
“Se mi dice la testa di scappare” cominciai a pensare “da questo punto mi venisse perfetto!”.
Per cinque giorni di seguito andammo a Giurfo,sempre alzandoci alle due di notte. Io mi studiavo la strada e intanto ci dicevo al padrone “Sissignora!” e sempre lo vantavo,di quanto era sperto e di quanto era bravo,mentre era la piu’ bestia persona che avessi mai incontrato in vita mia.
Cosi arrivo’ la prima Domenica e mi tocco’ lo stesso di dovermi alzare alle Quattro, dato
che il padrone andava a messa a quell’ora. La moglie andava invece alla messa delle otto… era quella bestia che orari da cristiano non ne conosceva!
Comunque,piano piano,m’ero guadagnato la fiducia di marito e moglie,in quella casa.
Tanto che una domenica il padrone mi disse:
“Vincenzo,oggi te ne vai a messa con la signora Carmela…voglio sapere pero’ con chi si ferma a parlare…mi raccomando!”.
Insomma quella bestia era anche una bestia cornuta…
Solo che io,invece di fare la spia per lui,ci cominciai a fare il ruffiano a lei, che la signora Carmela veramente mi rispettava come un figlio.  Tutta la settimana santa me la feci accompagnando la padrona a messa e mi voltavo dall’altra parte se parlava con qualcuno. Al marito,per farlo contento,raccontavo invece che sua moglie camminava sempre con la testa calata a terra,come un’orfanella,e non dava confidenza a nessuno.
Cosi andavamo tutti d’amore e d’accordo,ma io tenevo paura che prima o poi si scoprissero le carte. Le donne sono tutte le stesse, pensavo, non si sa mai,un giorno, bisticciando col marito,alla signora Carmela non ci scappasse detto:
“Tu sei tanto stupido,Michele,che ti fai prendere per fesso persino da un ragazzino!”.
Non per nulla il proverbio antico dice: ”A corda ruppa ruppa,la sciogghi cu nun ci curpa!”.  Alla fine decisi che era tempo per me di tagliare davvero la corda.
In un momento di bonta’,ci domandai al padrone:
“Massaro Michele,che fa vossia me li dasse a me le cinque lire del mese?…Se li do direttamente a mia madre,i miei fratelli non mi ci fanno sicuro arrivare e io non vedo niente!”.  Davvero lo feci convinto e m’intascai i soldi.
Aspettavo ora la prima buona occasione per scappare.
Una bella sera mi sentii dire: ”Vincenzo,vai subito a letto…domani all’una partiamo per Mazzarrone… stasera stessa,prima di coricarti,prepara le bisacce delle mule,il mangiare e il vino!”.   Preparai tutto e m’infilai a letto vestito a com’ero.
Dopo cinque minuti,come al solito, venne la signora Carmela a vedere se ero apposto, ma io feci finta di dormire. Due ore dopo,quando tutto nella casa era tranquillo,mi alzai e aprii piano piano la porta della stalla. Il tempo era perfetto. La luna schiarava l’aria come una lucerna e per la strada non passava nemmeno un cane. Mi riempii la sacchina di tela piena di mangiare e partii addio alla fortuna.
Quanti maliservizi avevo fatto,per questo Aledda…quante bugie e quante male mattinate avevo passato…e ora mi toccava pure di scappare peggio di un delinquente.
Ecco perchè s’è venuto a cercare un garzonello fino a Chiaramonte,pensavo anche, perchè a Grammichele lo sanno tutti di che bestia si tratta!
Potevano essere le undici quando attraversai velocemente la Piazza di Grammichele e m’infilai nella trazzera che portava a Granieri. C’era una bella luna che illuminava la strada ma io ormai quella strada la conoscevo a memoria e la potevo fare anche al buio.
”Devo arrivare a passare il fiume prima dell’una”  pensavo intanto“ se Aledda non mi trova è capace di venirmi a cercare con la mula!”
Cominciai a camminare furiosamente, sempre piu’ scantato, e non mi fermai nemmeno una volta,nemmeno per pisciare.  Nel Dirillo ci entrai con tutte le scarpe e l’acqua gelata mi fece sentire un gran brivido per tutta la spina dorsale.
Alla Dicchiara c’era un grande caseggiato,con il tabacchino e il fondaco.
Il padrone si chiamava massaro Vanni ‘Nzeca. Lo conoscevo benissimo dal tempo quando era cascata la nostra casa di Chiaramonte, che la casa rotta la dovemmo vendere per la miserabile somma di 50 lire e ci trasferimmo tutti in una sua campagna di Cicimia,   che lui ci aveva dato a mezzadria.  Il primo anno facemmo un raccolto di soli 5 quintali d’olio,svenduto a 35 lire il quintale che non bastarono nemmeno a pagare l’affitto… senza contare gli attrezzi,la pasta e le altre cose che avevamo preso a credenza dallo stesso Nzeca.  Per tre anni mio padre dovette lavorare per pagare  i maledetti debiti. Per questo casco’ malato e si prese la polmonite. E per questo io bestemmio sempre al Padreterno,perchè se è vero che esiste da mio padre non si fece vedere mai!
Percio’,arrivato alla Dicchiara,a me parse proprio di trovarmi a casa.
Bussai alla porta del tabacchino e dopo cinque minuti mi venne ad aprire il massaro Vanni in persona. Forse pensava che si trattasse di un carrettiere.
“Vincenzo…” mi disse subito “e chi ti ci porta a te qua’?!…a quest’ora?!”
Anche la moglie, appena mi vide, si fece subito il segno della croce…
”Maria Santissima…ma questo che è il figlio della buonanima di Turiddu Rabito!?”.
Mi fecero immediatamente cambiare i pantaloni bagnati con un paio del mio compare Raffaele,che era un figlio loro,della mia stessa eta’,mi fecero sedere a tavola e mi presentarono un bel piatto di ceci riscaldato dalla sera prima.  Io cominciai a raccontare quello che m’era successo e intanto mio compare Raffaele,che s’era alzato anche lui,ogni tanto mi passava il barilotto del vino. ”Bevete,compare Vincenzo,che vi fa bene!” mi diceva. Una volta ristorato,me ne andai nella stalla e mi sistemai in un pezzetto di mangiatoia rimasto libero. Volevo addormentarmi,ma mio compare Raffaele non mi lasciava in pace un momento. Si e no se riuscii a farmi un’ora di sonno,quella notte.
Allo spuntare della prima luce, con tanti carrettieri che gia’ impaiavano e facevano bordello, ringraziai gli ‘Nzeca e ripartii per Chiaramonte a passo di carica.
La strada passava pero’ davanti alla campagna di una sorella di mia madre: la zia Peppa,
e decisi di farci una visita. La sacchina del mangiare e il vino li nascosi in una grotta e mi presentai a mani vacanti.
La poveretta voleva sapere tante cose,ma io le dissi solo che venivo di fare una visita a mio compare Raffaele ‘Nzeca. Lei mi regalo’ dieci uova e io, vedendo nel cortile un gallo vecchio che zoppicava, con una gran faccia tosta dissi: ”Perchè non lo date a noi questo gallo,zia Peppa?!…Per voi mi pare troppo vecchio…la carne è troppo dura per i denti vostri e per quelli dello zio Mariano… noi invece,con i nostri denti,ci potessimo macinare le pietre!”
Si mise a ridere e mi fece: ”Prenditelo,va…e portatelo a casa…che Dio vi benedica a tutti,in quella vostra famiglia sventurata!”
Le baciai la mano e partii contento come una Pasqua.
Per strada mi sucai due uova,dato che mi sentivo allentato,e un sorso di vino ci bevetti sopra. Arrivai al paese sudatissimo e con una forte tosse. Mia madre appena mi vide scoppio’ a piangere. Ogni volta che avevo la febbre lei si figurava sempre che mi stava venendo la polmonite come a mio padre. Mi fece mettere subito a letto e mi preparo’ una tazza di vino bollito e zuccherato. Raccontai tutto e lei fece: “Hai fatto bene a scappare, figlio mio…ora lascialo venire a reclamare,a quel cornuto,che ce le rompiamo noi le corna!”
Intanto il gallo della zia Peppa saltava per la stanza come un pazzo scatenato. Mio fratello Giovanni lo afferro’ e gli tiro’ il collo. Poi lo spenno’ e mia madre lo mise a bollire nella pentola. Dal letto,guardando la pentola,vedevo che ogni tanto i miei fratelli sollevavano il coperchio e si fottevano un pezzettino di carne. ”Qua’ se non mi alzo” pensai “va a finire che di questo gallo a me che l’ho portato toccano solo le ossa!”.
Cominciai a mangiare pure io e in poco tempo nella pentola ci rimase solo il brodo, buono la sera per farci la minestra.
Il Natale del 1913,mi ricordo,fu ricco di neve. Ogni giorno noi carusi  andavamo all’Arcibessi, raccoglievamo la neve nei secchi e la vendevamo a un soldo la palla.
Con questo sistema io e i miei fratelli fummo capaci di guadagnare 5 lire. Quattro li portammo a nostra madre e con 18 soldi ci comprammo una canuzza,che la chiamammo Gioiosa.
Nell’Aprile del 1914,io e Giovanni decidemmo di andare a Raddusa,dove tutti dicevano che c’era tanto lavoro. Venne con noi anche un certo Vannino Scifo,un picciotto prepotente e sciarrino. Pure a Gioiosa ci portammo. A Piazza Armerina,Scifo per fortuna se ne ando’ per i fatti suoi,e noi proseguimmo da soli, fino a Raddusa.
Qua’ andammo a trovare un paesano,di nome Lauria,un grande amico di nostro padre.
”Carusi,scippate l’erbazza dal seminato” ci disse Lauria “e io vi pago una lira al giorno!”. Cosi facemmo e poi lo stesso lavoro facemmo per altri. In un mese fummo capaci di guadagnare 20 lire a testa. Poi Gioiosa si ammalo’ di rogna e la dovemmo abbandonare campagne campagne.  Andammo quindi  a Catenanuova,a prendere il treno per Catania.
Mi ricordo che stavamo aspettando il diretto da Castrogiovanni,seduti sul passamano della stazione, quando all’improvviso spunto’ Gioiosa,tutta festante.
Cosi contenta di averci ritrovato,la povera canuzza!
Purtroppo si trovava presente il vigile sanitario della stazione. La vide tutta impestata di rogna, la prese al laccio e se la porto’ dietro le case,a spararci un colpo di rivoltella.
La pena che provai non me la potro’ mai dimenticare!
A Catania,mio fratello Giovanni si fini’ tutte le sue venti lire,tra buttane e opera dei pupi. Io invece riuscii a mandare 15 lire a mia madre. Giovanni fu capace di dirmi:
”Se non ci divertiamo quando ci sono i soldi…allora quando?!”
“Si,pero’,quando li finisci,tu li vieni poi a cercare sempre a me…” gli risposi.
Che mentalita’ storta che aveva mio fratello!
Intanto quella volta fini’ che ci afferrammo e ci buttammo per terra,in mezzo alla strada.
Tanti cercavano di separarci,ma quando seppero che eravamo fratelli, tutti dissero:
”Ah,fratelli siete…allora rompetevi le corna quanto volete!”.
Fu in quel periodo che andammo a stare per la prima volta nella pensione di donna Valduzza e di donna Ciccina, a San Cristoforo. Da allora in poi questa pensione divento’ la nostra pensione preferita.  La’ dentro si parlava sempre di Socialismo e del diritto dei lavoratori,cosi per la prima volta anch’io ho potuto capire cos’era il Socialismo.
Al Piano Fortino si riunivano tutti i braccianti di Catania. I sensali venivano e si sceglievano la manodopera. Come un certo Vincenzo Funaro che ci porto’ da Don Gaetano Lo Monaco, alla Cuccumedda,per mietere grano. Una lira e mezza al giorno ci pagarono, per due settimane. Dopo decidemmo di ritornare verso l’interno e girammo tanti paesi: Carrapepe, Leonforte,Villadoro, Pietraperzia…fino ad arrivare a Gangi, nelle Madonie. Qui ci capito’ un brutto fatto. Lavoravamo a cottimo,da un gran cornuto,e alla fine la paga ci venne di tre lire al giorno. Il disonesto padrone non ce la voleva dare perchè dice che eravamo troppo carusi per guadagnare tanto. Andammo a reclamare alla caserma dei carabinieri e il maresciallo dei carabinieri fu capace di risponderci: ”Come è possibile che avete guadagnato 3 lire al giorno… che non li guadagno neanche io… levatevi di qua’ seno’ vi metto dentro!”.
Ci dovemmo accontentare di quello che ci vollero dare…cosi era composto il mondo, a quei tempi: tutto contrario ai lavoratori!
Comunque,alla fine dell’estate,tornammo a casa con 50 lire e alla poveretta di mia madre ci levammo tanta confusione.
L’anno appresso scoppio’ la guerra. Giovanni venne richiamato,ma lo fecero rivedibile perchè era troppo corto.
“I miei figli soldato non ne fanno” pensava mia madre,facendosi il cuore “perchè sono tutti troppo corti!”.
Mia sorella Turidda intanto andava gia’ a scuola e aveva l’abbecedario. A forza di vedere in giro questo libro,per la casa, mi venne anche a me la fantasia d’impararmi a leggere e a scrivere e in poco tempo davvero ci riuscii. Quando per la prima volta scrissi su un pezzo di carta il nome di un mio compagno,chiamato Vivera, mi parse di aver vinto una grandissima battaglia.
V I V E R A scrissi e poi Rabito e poi tanti altri nomi. In breve fui capace anche di leggermi da solo il giornale…  ”Nessuno ora mi puo’ piu’ prendere per fesso!” pensavo tutto contento.
Nel giornale leggevo di migliaia e migliaia di soldati che morivano al fronte e di come la guerra piu’ va piu’ brutta diventava. Da Chiaramonte ogni giorno partivano reclute e gli uomini per lavorare si facevano sempre piu’ scarsi.  Questo per la mia famiglia fu una benedizione. Nelle campagne di Chiaramonte avevano bisogno di tanta manodopera e non dovevamo piu’ andare lontano per trovare lavoro.
Vito aveva gia’ 14 anni e percio’ eravamo ormai in tre a guadagnare. Mia sorella Turidda faceva la Quarta elementare, Paolo la seconda e le due sorelline piu’ piccole,Peppinedda e Lucia,erano ancora troppo piccole per la scuola.
Insomma,dopo tanti anni di miseria, per la prima volta cominciavamo a stare discretamente bene nella mia casa. Mia madre si stava rianimando. Pensava persino di mettere da parte qualche soldo, per comprarci una casa, un giorno, o farci la dote alle figlie femmine.  Purtroppo si sa che i conti del povero non risultano mai.
Il 1916 passo’ magnificamente e il 1917 entro’ carico di belle promesse.
A tutti e tre i fratelli ci avevano chiamato alla Contessa,tra Gela e Vittoria, per due mesi di pulire le vigne, che la paga ci veniva di 5 lire al giorno.
Per le feste di carnevale eravamo rientrati a casa e a mezzogiorno di Domenica 18 febbraio eravamo tutti seduti a pranzo, che c’erano maccheroni al sugo di maiale e lardo con i fagioli.  Non era cosa di tutti i giorni un pranzo cosi.  Attorno alla tavola  c’era tanta allegria e specialmente i piu’ piccoli non stavano mai fermi un momento di quanto erano contenti… All’improvviso sentimmo bussare alla porta.  Mia madre ando’ subito ad aprire e si trovo’ davanti un appuntato dei carabinieri.
“Non si spaventi signora” disse quello “che abita qui’ Rabito Vincenzo?”
“è mio figlio!” rispose mia madre,tutta spaventata.
“Il giorno 20 febbraio,questo vostro figlio deve presentarsi al distretto militare di Siracusa… ecco qua’ la cartolina precetto…domani sera si deve far trovare pronto in piazza,per partire…”.
Cosi ando’ a finire a veleno tutta la contentezza del maledetto giorno di carnevale.
Nel paese di Chiaramonte quello stesso giorno arrivarono 35 chiamate,per tutti i picciotti dei primi quattro mesi del 1899,che tanti non avevamo ancora compiuto 18 anni. Quelli che stavano in campagna furono avvisati dai messi del comune,vuoldire Paolo il Cavallaro, che ogni tanto vendeva all’asta gli animali delle fallenze, e Paolo Fortunato,che col tamburo vanniava il prezzo del pesce fresco paese paese. Nelle povere famiglie di Chiaramonte successe l’inferno quella Domenica di carnevale del 1917. Intanto, chi piangeva piangeva, bisognava partire per forza e non c’era Cristo che ci poteva aiutare!

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