Il Meridione spiegato alla Nazione. Le inchieste giornalistiche di Giovanni Russo nell’Italia del Dopoguerra

di Leone Venticinque

Si propone in questa sede un profilo informativo su Giovanni Russo compilato con quanto le fonti accessibili dicono di lui e della sua opera. Il suo primo libro, Baroni e contadini, viene pubblicato per la prima volta nel 1955 dall’editore Laterza e riceve il Premio Viareggio. E’ una raccolta di scritti giovanili, articoli pubblicati sulla rivista liberale “Il Mondo” diretta da Mario Pannunzio. Russo, nato a Salerno nel 1925, si interessa e scrive su avvenimenti e problemi che coinvolgono il Meridione dal 1949 ai primi anni ’50. Riguardo ai contenuti del libro, scrive Francesco Giuliani che in quella fase storica

L’opzione occidentale italiana comincia pian piano a dare i suoi frutti e i governi centristi del periodo puntano sulla Cassa del Mezzogiorno e sulla legge stralcio per venire incontro alle forti richieste di giustizia sociale, che si riflettono, ovviamente, anche in ambito politico.
Russo, nella Prefazione, ricorda che nelle campagne i contadini premevano per ottenere la terra, mentre c’era un movimento favorevole alle riforme, che si scontrava con timori ed egoistiche resistenze.
La parte introduttiva si chiude con queste parole, che il giornalista riferisce a se stesso: “Egli spera che queste pagine, nate nell’intento di capire i protagonisti della vita dei paesi del Sud, borghesi e contadini, i loro comportamenti e le loro reazioni, mentre qualcosa andava finalmente mutando, contribuiscano a dare una visione libera da convenzioni e da schemi della società meridionale”. L’intento di Russo è chiarito in modo efficace, rivelando anche l’intenzione di andare oltre gli schematismi ideologici.

Per chi fosse interessato a rileggere quelle pagine, le riedizioni del 1979 e del 1996 – quest’ultima edita da Baldini & Castoldi Dalai – saranno d’aiuto nella ricerca del libro, che è conservato anche in molte biblioteche pubbliche d’Italia.

Nel 2003 viene pubblicato, a cura di Goffredo Fofi, un libro di Russo intitolato La terra inquieta. Memoria del Sud. Il libro contiene tra l’altro una conversazione tra Fofi e Russo, che in parte viene pubblicata dal “Corriere della Sera”. Qui di seguito l’articolo [fonte]:

Goffredo Fofi, Russo, il Mezzogiorno senza mandolini. Con gli immigrati dal Sud a Torino e in Svizzera: la scoperta dell’altra Italia fuori dal folclore – cinquant’anni di inchieste da inviato del “Corriere”. Un libro raccoglie le “pagine” che hanno raccontato la questione meridionale, “Corriere della Sera”, 5 ottobre 2003, p. 31.

È in uscita il volume di Giovanni Russo «La terra inquieta. Memoria del Sud», a cura di Goffredo Fofi (editore Avagliano, pagine 263, euro 12,50). Anticipiamo alcuni brani della conversazione tra Russo e Fofi che introduce il libro. Da “Il Mondo” al “Corriere”, le inchieste di Giovanni Russo, e in particolare quelle sul Meridione o, più tardi, sui meridionali immigrati a Torino, in Svizzera, in Germania, hanno accompagnato la mia formazione e la mia conoscenza dell’Italia. Conosco molte persone della mia generazione e di quelle subito prima e subito dopo che provano nei confronti di Russo lo stesso debito di riconoscenza, e mi ha commosso aver letto in qualche suo scritto che per lui, come più tardi doveva accadere per me, in una remota, allora, periferia umbra, il Cristo di Levi e stato la lettura determinante, il libra che ha cambiato la sua vita. Bastava questo per farmelo ricercare e apprezzare, ma ovviamente Russo ha avuto e ha altre corde al suo arco, quella di narratore. quella di testimone. quella di «militante». nel quadro di una storia politica complicata e, alla fine, costernante, come e quella della società italiana del dopoguerra. da fascista a democratica, da povera a ricca, da «sommersa» a «terziaria», e nuovamente, in vecchi modi antropologici appena incipriati di postmodernità. esposta al rischio «fascista». (…) Anno dopo anno, Russo ha saputo vedere e ha saputo raccontare un paese che sembrava fermo nel tempo e nelle regole di un potere immutabile e invece e stato trascinato — e ha voluto trascinarsi — in una modernità che gli ha dato il benessere ma lo ha messo politicamente e socialmente al rimorchio di altri. privo di autonomia e di proposta. Eppure, per vent’anni, il vero ventennio della Repubblica e della speranza, l’Italia sembrò davvero farsi per la prima volta nazione (…). Di quel ventennio operoso, combattivo, propositivo Giovanni Russo ha tracciato un ritratto sfaccettato e vivace, a cui ci rivolgiamo sia per capire (anche il prima, anche il dopo) sia per ricordare. Questo e stata l’Italia, e da questo sarebbe potato nascere ben altro di ciò che, per colpa di tutti, è invece nato.

Parliamo dei tuoi maestri. Possiamo dire che nella tua trinità Salvemini e il padre, Carlo Levi il figlio e Flaiano lo spirito santo?
Si, possiamo dirlo. Per quanto riguarda questo libro, per l’ispirazione narrativa mi è venuta dai grandi scrittori meridionali, da Alvaro a Verga. L’idea della narrativa meridionale è stata alla base della mia formazione: raccontare il Sud e parlare di una determinata situazione sociale e civile, la mia formazione è stata in pane determinata dalla lettura dei grandi meridionalisti. da Giustino Fortunato a Salvemini a Guido Dorso, e in parte dai grandi scrittori che secondo me hanno dato un’immagine della società meridionale di cui non è stato mai valutato a sufficienza l’aspetto di denuncia sociale. Tra i miei “maggiori” metterei anche Sciascia, con il quale ho avuto un lungo confronto dopo Baroni e contadini».

E con l’area più vicina al Partito Comunista, per esempio con Jovine, che rapporti hai avuto?
«Anche Jovine e stato mollo importante per la mia formazione. Il Molise di Jovine rappresentava anche una parte della mia Lucania, i paesi di contadini chiusi tra le montagne, e la borghesia che ha narrato nei suoi romanzi mi ha aiutato a capire il mondo della borghesia meridionale. Tra gli altri metterei anche De Sanctis, il De Sanctis di Un viaggio elettorale e di La giovinezza. Con Vittorini non ho avuto un buon rapporto anche se e stato lui il primo a interessarsi dei miei scritti e a voler pubblicare Baroni e contadini. Con lui ho avuto un rapporto ambivalente, ne ero attratto ma ero anche preoccupato dalla maniera con cui trasfigurava una realtà che io volevo rappresentare nella sua verità sociale». (…)

Arrivare al Mondo è stato una scelta di campo molto precisa?
«Ti dico subito a cosa fu dovuta. La scelta di entrare al Mondo non nasce tanto da una scelta di tipo terzaforzista ma da un impegno civile e politico che risale al ’43. Eravamo un piccolo gruppo di antifascisti lucani, che poco dopo il 25 luglio fondarono laggiù il Partito d’Azione, allora una “terza forza” di sinistra che polemizzava con la struttura dittatoriale rappresentata dal comunismo russo. Eravamo critici verso il totalitarismo e anche verso la rigidità delle posizioni dei comunisti italiani sul mondo meridionale. i comunisti sovrapponevano gli interessi di una ipotetica classe operaia a quelli del mondo contadino, e il riscatto dai soprusi inflitti ai contadini era subordinata all’idea di una rivoluzione comunista e alla preminenza della classe operaia secondo il rapporto operai-contadini che loro teorizzavano. Noi eravamo contrari a questo modo di guardare alle esigenze di rinnovamento del Mezzogiorno. Amendola, per esempio, fu contrario alla riforma agraria, mentre la Dc a suo modo vedeva l’esigenza di un rinnovamento e alla fine fu la Dc a dare un colpo ai baroni. La mia posizione politica mi porto in modo quasi naturale al Mondo, dove arrivai tramite Carlo Levi, perchè avevo difeso Cristo si è fermalo a Eboli dalle critiche della borghesia lucana che lo considerava un libro offensivo per la regione, un libro che rappresentava un mondo barbaro e mitico da loro sempre respinto». (…)

Passiamo dal Mondo al Corriere della Sera. La storia del Corriere è molto travagliata e ha attraversato la storia italiana. Il Corriere ha rappresentalo ufficialmente la borghesia italiana, nel bene e nel male. Quando ti sei inserito nel Corriere?
«Io scrivevo sul Mondo e sul Messaggero. Avevo bisogno di soldi. Fui assunto al Corriere nel ’54. Per evitare le pressioni politiche assumevano i nuovi redattori di nascosto, facendoli cooptare dalle vecchie guardie, Guerriero, Montanelli, Lilli, Barzini… Fece cosi anche con me il responsabile della redazione romana Raffaele Mauri. Dopo tre o quattro mesi riuscii a scrivere sulla terza pagina del Corriere. Dovevo fare l’inviato centro-meridionale e ne approfittai per portare la realtà del Mezzogiorno nell’ambito del Corriere. A poco a poco sono riuscito a far conoscere i problemi del Sud alla borghesia del Nord ma soprattutto a rompere il pregiudizio di guardare al Meridione con occhi superficiali o folklorici. Lo stesso Montanelli mi chiese consigli per alcuni suoi reportage. Sono riuscito a cambiare lo sguardo dell’inviato speciale che si doveva recare al Sud, e credo che sia uno dei pochi meriti che ho avuto al Corriere».

C’è anche un altro merito. All’epoca la terza pagina dei giornali era fatta dagli elzeviristi, che erano spesso di grandissimo livello (Gadda, Landolfi, Cecchi, Montale…), da quasi tutti i grandi scrittori italiani di quelle generazioni ma anche da giornalisti che facevano inchiesta e non la cronaca. Era un tipo di giornalismo, quello dell’inchiesta, che è completamente scomparso. L’ultimo periodo di voga è stato quello della Cederna, gli anni Settanta.
Le nuove generazioni di giornalisti hanno completamente cancellato questo genere. C’è stato un periodo in cui i grandi giornali, e soprattutto il Corriere si assumevano il compito di far conoscere la realtà italiana. L’inchiesta era praticata innanzitutto dai settimanali, come Mondo e L’Espresso, ma i giornali seguivano questa tendenza. L’intuizione dell’inchiesta è dovuta a un giornalista siciliano, Alfio Russo, direttore del Corriere. A mio parere è stato Alfio Russo colui che ha veramente cambiato il Corriere trasformandolo dal giornale bacchettone e un po’ impacciato che era sotto Missiroli in un giornale che e entrato nel vivo della società italiana. C’è stata ad esempio una serie d’inchieste intitolata proprio Italia sotto inchiesta. Fu creato un gruppo di redattori specializzato nell’inchiesta e io fui uno dei primi. Non mi interessavo solo dell’Italia meridionale ma, per esempio, della classe operaia e delle industrie, delle condizioni sociali nelle città, della rilevazione di come si viveva a Napoli o nel Sud, dei rapporti tra italiani e sudtirolesi in Alto Adige, delle relazioni tra mafia e società in Sicilia… Ho fatto anche inchieste in Europa e negli Stati Uniti. L’inchiesta divenne un genere molto apprezzato. Molte inchieste si scrivevano a puntate e molte sono diventate dei libri. Il genere dell’inchiesta l’avevo messo a punto sulle pagine del Mondo, e forse ho contribuito io stesso a creare questo genere.

Nel 2009 Giovanni Russo porta un contributo teorico al neo-costituito “Nuovo Partito d’Azione” nel quale ricorda le proprie esperienze politiche dal 1943. Qui di seguito il testo, con l’introduzione di Gabriele Oliviero [fonte]:

Riceviamo e pubblichiamo volentieri sui siti internet del ‘Nuovo Partito d’Azione’ (in attesa di farlo anche sul giornale del Partito che stiamo preparando) un contributo teorico da parte di Giovanni Russo, famoso giornalista, collaboratore per lunghissimo tempo del “Corriere della Sera”, autore di libri che hanno vinto numerosi e prestigiosi premi letterari e giornalistici (Baroni e Contadini, Lettere a Carlo Levi e tanti altri) ma anche un azionista “storico”. Fu infatti tra i fondatori in Lucania dello storico Partito d’Azione. Dopo decenni di assenza dell’azionismo, Giovanni Russo ha accettato di buon grado di darci una mano per il Dipartimento Cultura del nostro Partito. Troppo spazio e troppo tempo ci vorrebbero per parlare dei suoi libri e della sua vita. Ultimamente Russo ha pubblicato “Con Flaiano e Fellini a via Veneto. Dalla «Dolce vita» alla Roma di oggi” (Rubettino, 2005),un libro che narra la vita culturale e artistica di Roma dagli anni Cinquanta agli inizi del 2000, ma soprattutto dei grandi personaggi che vissero nella Città Eterna in quella magica stagione che fu il secondo dopoguerra: da Fellini a Flaiano, da Maccari a Guttuso, da Moravia a Pasolini. Tutto è raccontato attraverso gli occhi dello scrittore, che nei primi anni Cinquanta era uno dei giovani intellettuali meridionali approdati a Roma per valorizzare il suo talento. “Con Flaiano e Fellini a via Veneto. Dalla «Dolce vita» alla Roma di oggi” fa rivivere l’atmosfera dei caffé di Piazza del Popolo e di via Veneto e ricostruisce gli avvenimenti più significativi di mezzo secolo di storia. Russo ha vissuto tutti questi anni ispirandosi sempre alla lezione del suo maestro, il grande romanziere Carlo Levi, che fu anch’egli un dirigente importante del Partito d’Azione (diresse il quotidiano azionista “L’Italia Libera”). La speranza di tutti i dirigenti, iscritti e simpatizzanti dell’NPA è che Giovanni Russo, dopo aver, tantissimi anni fa, fondato il Partito d’Azione nella stessa regione in cui Carlo Levi ambientò il suo universale capolavoro “Cristo si è fermato ad Eboli”, non ci faccia mancare ancora adesso il suo aiuto a costruire l’azionismo politico degli anni Duemila con il ‘Nuovo Partito d’Azione”, diretto e ormai da tutti riconosciuto erede di quello degli anni Quaranta del secolo scorso.

AZIONISMO
1.L’annunzio che Vittorio Emanuele III aveva accettato le dimissioni a primo ministro del cavaliere Benito Mussolini, trasmesso per radio, lo ascoltai a Potenza il 25 luglio 1943 insieme a un gruppo di amici coetanei dai 17 ai 19 anni che, avendo letto la “Storia del liberalismo” di De Ruggiero, la “Storia d’Italia” di Croce e “L’apologia dell’ateismo “ di Giuseppe Renzi, vagheggiavano di fondare un movimento politico e culturale che riflettesse il loro vago antifascismo. Non so come, Michele Cifarelli che era uno dei più noti esponenti del Partito d’Azione a Bari, ci scovò. Venne a Potenza e ci convinse a fondare il Partito d’Azione di cui conservo ancora la tessera n. 6 e ricordo quasi tutti coloro che c’erano. Ci impegnammo con grande fervore nell’organizzazione del nuovo Partito e nella propaganda della Repubblica in vista del referendum che si tenne nel 1946 insieme alle elezioni per la Costituente. Per noi giovani fu un periodo eccezionale. Riuscimmo a mobilitare una parte della borghesia tra cui influenti avvocati e anche molti contadini e artigiani che vivevano nei quartieri popolari della città. Ricordo ancora la vigilia delle votazioni per il referendum quando attraversammo il corso di Potenza, via Pretoria, con in testa alcuni degli avvocati più influenti di tendenza laica e dietro molta gente del popolo. A piazza Sedile ci fu un discorso di Manlio Rossi Doria, che trascinò all’entusiasmo.
2. Vorrei ricordare le ragioni ideali che portarono me e i miei amici chiusi nel mondo della provincia lucana, ad aderire al Partito d’Azione in quel lontano luglio del 1943. Erano le riflessioni di Calamandrei, espresse nel settimanale “Il Ponte”, la rivista che ha rappresentato insieme al Mondo, una voce così significativa nella cultura e nella politica italiana, insieme con il pensiero di Leo Valiani che s’ispirava a Benedetto Croce e che sottolineava come da lui e da Adolfo Omodeo si apprende l’importanza dell’impegno morale della libertà come una conquista della vita pratica. In questa atmosfera morale ci sono le radici dell’azionismo che risalgono a Piero Gobetti e che si riflettono in personaggi come Umberto Morra, Carlo Levi e anche Giovanni Spadolini che condividevano l’affermazione gobettiana dell’intransigenza. A questo proposito non posso non ricordare altre due personalità, Aldo Garosci, l’intimo collaboratore di Carlo Rosselli, e Paolo Vittorelli, rispettivamente direttore e vicedirettore del primo giornale in cui ho cominciato a scrivere l’”Italia socialista”. Li cito perchè sono l’esempio di come gli intellettuali del Partito d’Azione, checché ne dicano oggi i cosiddetti revisionisti, non erano mai stati legati da nessuna dipendenza ideologica e politica diversa dagli ideali ispiratori di Giustizia e Libertà. Altri maestri e esempi di etica politica sono Aldo Capitini e Guido Calogero , che appartengono a quel filone culturale e politico, anch’esso confluito nel Partito d’Azione.
Capitini è stato un apostolo laico che ha ispirato la politica della non violenza, e Calogero, come si sa, è uno dei maggiori pensatori e filosofi del ‘900; è lui che ha teorizzato il rapporto tra libertà e giustizia e che è protagonista della famosa polemica con Benedetto Croce che appose al liberalsocialismo la definizione di ircocervo. Il liberalsocialismo di Calogero era ricco di motivi politici e di spunti suggestivi per noi giovani che uscivano dagli schemi tradizionali anche se contraddicevano lo storicismo di Croce. E come non ricordare l’insegnamento di Ugo La Malfa, il più fedele alle idee di Croce e dei grandi meridionalisti come Giustino Fortunato e Guido Dorso e quello, ovviamente, di Carlo Rosselli e di Ferruccio Parri.
Tutti questi uomini hanno incarnato i valori etici e ideali, ancor oggi validi dell’azionismo.
Quindi la riunione di oggi non è una patetica rievocazione di reduci animata da rimpianto ma il segno che gli ideali e i fini dell’azionismo sono ancora attuali perché, al contrario di quanto Sergio Romano ha affermato nella sua rubrica del Corriere della Sera del 2 marzo 2005, il partito d’Azione non si proponeva affatto di rifare l’uomo italiano: questa missione era invece quella rappresentata dal comunismo e dal fascismo.
3.Noi giovani che allora aderimmo al Partito d’Azione lo facemmo proprio perché eravamo contro il tentativo comunista e fascista di creare nella politica ma anche nella vita letteraria e nell’arte lo stile fascista o comunista e cioè, come proclamavano, “l’uomo nuovo” forgiato secondo le regole di queste ideologie. L’azionismo invece mirava alla trasformazione della società perché vi regnassero Giustizia e Libertà.
La crisi della ideologia marxista e l’esperienza fallimentare del comunismo ispirato alla dittatura di classe hanno fatto riemergere il valore di Giustizia e Libertà e delle sue interpretazioni non solo politiche ma anche culturali, sicché l’ircocervo di cui Croce allora condannava la intima contraddizione, oggi non è più tale.
Come affermava Gennaro Sasso in occasione della presentazione di un mio libro su Carlo Levi, “oggi è di moda dire peste e corna degli azionisti, accusarli di tutti i mali della Repubblica come se non ci fossero altri esempi molto più autorevoli a rappresentare questi mali”.
Come ha scritto Paolo Bagnoli nel suo libro “L’Italia eretica” l’idea del Partito d’Azione è l’idea di un’Italia di minoranza ma che rappresenta le radici morali di un Paese che non è condannato al disprezzo dell’etica, al servilismo, al conformismo.
I fascisti e i comunisti volevano asservire l’uomo alle loro ideologie, mentre gli azionisti, anche quelli che poi aderirono al PCI, volevano soltanto un’Italia nuova coerentemente agli ideali per cui, durante la Resistenza si batterono nelle formazioni di Giustizia e Libertà che non combattevano in nome della Rivoluzione marxista ma per la democrazia italiana. Purtroppo il loro progetto idealistico non ebbe fortuna e l’azionismo crollò come forza politica ma è rimasto come forza morale sicché oggi può pretendere di riproporre i suoi ideali in un Paese dove prevale proprio la mancanza di ideali.

A Giovanni Russo sono dedicate alcune pagine del libro di Mirko Grasso Scoprire l’Italia. Inchieste e documentari degli anni ’50 (Kurumuny, 2007), del quale è visibile in rete un’ampia anteprima con estratti. Si vedano in particolare le pagine 57-61.

Circa il rapporto tra Giovanni Russo e Leonardo Sciascia si veda il seguente articolo:

Antonio Motta, Sciascia, le “parrocchie” e il mondo contadino. Sei domande a Giovanni Russo, “Il Giannone”, III, n. 5, gennaio-giugno 2005. [fonte]

Mi vuoi raccontare quando e come conoscesti Leonardo Sciascia?
La mia conoscenza di Leonardo Sciascia risale al periodo in cui pubblicai con Laterza Baroni e contadini nel 1955. Fu lui che mi scrisse una lettera che conservo ma non sono riuscito a ritrovare, per comunicarmi che Vito Laterza l’aveva incaricato di scrivere il libro, che poi è uscito con il titolo Le parrocchie di Regalpetra, e che gli aveva consigliato di rivolgersi a me per chiedermi come avevo condotto e impostato le mie inchieste di Baroni e contadini.
Sciascia non era allora affatto noto. Gli telefonai e mi disse che Laterza gli aveva indicato come modelli i miei scritti. Seguì una corrispondenza tra noi e si stabilì un rapporto di reciproca stima ed amicizia epistolare. Credo che il nostro primo incontro avvenne dopo la pubblicazione de Le parrocchie di Regalpetra, non ricordo più in quale occasione, molto probabilmente a Palermo dove spesso mi recavo in quegli anni per raccontare sulle vicende siciliane come inviato del «Corriere della Sera». Più volte, successivamente, ci siamo visti e ricordo ancora una colazione a casa sua nel 1970 quando il «Corriere» promosse l’inchiesta sulle regioni e io fui incaricato di scrivere, insieme ad altri colleghi, sulla Sicilia. Sciascia e sua moglie mi ricevettero nella loro bella casa di Palermo e mi mostrò la collezione di litografie e disegni, alcuni se non sbaglio di Guttuso e di Maccari, una collezione di cui era molto orgoglioso e che non so ora quale destinazione abbia avuto. Poi le nostre strade si sono divaricate. Avevo vinto con Baroni e contadini nel ’55 il premio Viareggio ma m’indirizzai soprattutto nel giornalismo mentre Sciascia, con i suoi famosi libri da Il giorno della civetta in poi, acquistò grande fama come narratore. C’era tra noi però, anche se non ci vedevamo spesso, un continuo colloquio sui temi del Mezzogiorno e, in generale, sulle vicende politiche italiane, in particolare, sul ruolo del PCI e sulle prospettive di una nuova Sinistra capace di offrire un’alternativa al potere democristiano.

A Goffredo Fofi, nell’antologia La terra inquieta, tu racconti che fra i maggiori meridionalisti (Giustino Fortunato, Guido Dorso, Gaetano Salvemini) che hanno avuto una sicura influenza sulla tua formazione, c’è anche Leonardo Sciascia, che è un meridionalista improprio, che però aveva una grande passione per la storia della Sicilia e del Mezzogiorno. Mi vuoi parlare di questa influenza.
Sciascia non aveva mai rinunciato a indagare la realtà del Sud e della Sicilia anche con inchieste che, come capitava anche a me nel «Mondo» prima di diventare un inviato che doveva scrivere sui fatti di cronaca o di problemi sociali a tamburo battente, avevano un respiro narrativo. Vorrei ricordare che in quel periodo uscì anche Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, un altro libro promosso da Vito Laterza per i «Libri del Tempo» che, in quegli anni, rappresentò una coraggiosa e indipendente collana di opere che lanciarono una nuova luce sulla società italiana. Sempre per Laterza Sciascia scrisse anche un saggio sulle feste religiose in Sicilia che ritengo uno dei più acuti, anche dal punto di vista antropologico, sui fenomeni e il valore della religiosità popolare nel Sud, un testo che aveva naturalmente anche accenti di carattere letterario.

L’inchiesta, Sciascia se la porta dentro per tutta la vita, anche quando diventa famoso scrittore di gialli e mafia. Nel 1964 ad esempio (a quel tempo aveva già pubblicato Il giorno della civetta e A ciascuno il suo) scrive un reportage sui paesi dell’Etna, ma ricordo anche gli articoli su Gibellina e su altre piccole storie di abbandono della Sicilia. Ancora negli anni sessanta fu tentato di andare in Belgio per fare un’inchiesta sui minatori: come vivevano, quanto guadagnavano, cosa pensavano della loro terra. Quel viaggio era stato studiato in tutti i particolari (orario dei treni, indirizzi delle pensioni), ma poi misteriosamente non si fece.
Se ho detto a Goffredo Fofi che, insieme ai grandi meridionalisti classici, ha avuto su di me influenza anche Leonardo Sciascia, non volevo però accomunare questa influenza allo stesso carattere di quella degli studiosi meridionalisti. Ciò che ho ricavato dalla lettura di Sciascia è stata la capacità di rendere narrativamente il rapporto tra la storia della Sicilia e la realtà che osservava nel suo presente e magistralmente mescolava alla creazione letteraria: era qualcosa che avrei voluto forse anch’io fare, ma che dovevo mettere da parte perché prevaleva l’esigenza giornalistica di raccontare l’attualità senza potersi soffermare sulle radici storiche. Come poi mi sono reso conto rileggendo con Fofi i miei scritti da lui raccolti, questo «atteggiamento» alla Sciascia si rifletteva anche nei miei articoli giornalistici, sicché è accaduto che Fofi ha potuto considerarli come una testimonianza non solo giornalistica ma anche narrativa.

Le parrocchie di Regalpetra (1956) è un libro contagioso che a Niccolò Gallo ricordava lo spirito battagliero del polemista Paul-Louis Courier, scrittore molto amato da Sciascia. Un meridionalista come Vittore Fiore gli dedicò un saggio sul «Mulino» dal titolo Regalpetra come Europa. Sciascia nelle Parrocchie parla degli zolfatari e dei salinari ma anche dei parroci e dei galantuomini, che hanno tenuto in scacco il mondo contadino. Sciascia sosteneva che tra mondo contadino e mondo baronale non si era sviluppata una borghesia diffusa e capillare, mancando la quale ha continuato a vivere il vecchio mondo dei privilegi contro i quali scrisse Il Consiglio d’Egitto. Insomma la mancanza di riformismo per Sciascia era la causa dell’immobilismo meridionale tanto che la sua Sicilia gli appariva «irredimibile», termine mutuato da Lampedusa.
Con Vittore Fiore ho parlato spesso di Leonardo Sciascia e de Le parrocchie di Regalpetra di cui apprezzava il tono ma soprattutto il carattere dell’indagine così rigorosa e nello stesso tempo partecipe. Con lui abbiamo anche varie volte indicato che il meridionalismo di Sciascia era da collegare soprattutto alla tradizione di Salvemini, che aveva saputo descrivere anche dei personaggi meridionali con sapienza letteraria come il suo famoso scritto Il paglietta, ritratto pieno d’ironia degli avvocati napoletani. Inoltre Salvemini dava particolare risalto alla denunzia dei difetti della borghesia meridionale ed era attento nell’esaminare i temi riguardanti l’arretratezza scolastica e la corruzione delle amministrazioni comunali, motivi che spesso fanno da sfondo alla narrativa sciasciana.

Che cosa vi divideva?
Quanto alla domanda su che cosa ci divideva sul «mondo contadino e sul rapporto tra baroni e contadini», non è il giudizio sostanziale sulle responsabilità della piccola e media borghesia dei cosiddetti «galantuomini» (che Carlo Levi, mutuando il termine da un’espressione lucana, chiamava «sciammeriche») che divide me da Sciascia, ma è forse il punto di vista da cui guardavamo al mondo contadino.
Sciascia ne vede soprattutto i caratteri psicologici e umani nei confronti dei preti e dei signori di cui descrive, da scrittore, la mentalità e i comportamenti, mentre io tendevo a occuparmi delle loro condizioni sociali e del modo come queste condizioni agivano sui rapporti tra borghesi e contadini. C’è da aggiungere che il titolo del mio libro Baroni e contadini era per così dire un’esasperazione sintetica creata da quel grande titolista che era Flaiano che lo scelse per il mio libro. Accanto a questa contrapposizione c’era in Baroni e contadini però la presenza dei «Luigini», i borghesi gretti e sfruttatori dipinti da Carlo Levi. A questo proposito sono d’accordo con Sciascia quando sostiene che tra mondo contadino e mondo baronale non s’era sviluppata una borghesia diffusa e capillare, ma vorrei dire che ciò è soprattutto vero per la Sicilia anche se si può allargare questa considerazione a tutto il Sud. Nella Sicilia per ragioni storiche e culturali i privilegi «feudali» erano più evidenti e connessi quindi, anche per questo, alla disperazione della miseria contadina e alla cultura «mafiosa». Nel Mezzogiorno continentale era invece più diffusa la borghesia dei piccoli e medi proprietari terrieri che si era sostituita ai baroni e ai grandi proprietari terrieri, emigrati quasi tutti a Napoli o a Roma continuando a lasciare nel mondo della «civiltà contadina» le masse bracciantili o dei piccolissimi proprietari.
Il discorso meriterebbe un’analisi più approfondita e vasta e sarebbe molto interessante proprio per cogliere le caratteristiche della narrativa di Sciascia e della sua ispirazione.

Sciascia lesse Baroni e contadini e ne ebbe un grande sollievo. Lo ricordava come un libro coraggioso e moderno. Me ne parlava ancora negli anni ottanta. Non ricordo però che ne abbia scritto. Né trovo che tu abbia scritto delle Parrocchie. Rileggendo a cinquantanni di distanza Baroni e contadini e Le parrocchie di Regalpetra vi trovo l’esile filo della speranza e del riscatto per un Mezzogiorno antico e lasciato in abbandono, prima dal fascismo, poi dai governi del dopoguerra.
Sciascia mi dimostrò sempre considerazione e stima e mi parlò sovente, nei nostri incontri a Roma, di ciò che lo aveva colpito nel mio libro, anche se non ne scrisse mai. Io non ho parlato delle Parrocchie, ma invece ho spesso nei miei scritti citato altri libri di Sciascia.
Vorrei concludere ricordando anche un’intervista televisiva, che ho fatto a Leonardo Sciascia negli anni ’70 sulla mafia, molto importante perché coraggiosamente egli con il suo pessimismo ne parlava come di un fenomeno che non era possibile combattere con i modi in cui veniva affrontato dai governi nazionali. Ma qui bisognerebbe allargare il discorso alla polemica di Sciascia sui «professionisti dell’Antimafia», un tema molto impegnativo.
Voglio solo dire che anche in quella polemica Sciascia fu anticonformista. Ebbi occasione di scriverne proprio nel «Corriere della Sera» in cui Sciascia aveva pubblicato il suo famoso articolo sui professionisti dell’Antimafia.
Un’altra conferma che il vuoto lasciato da Leonardo Sciascia non solo come narratore ma soprattutto come scrittore civile non è mai stato colmato.

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One thought on “Il Meridione spiegato alla Nazione. Le inchieste giornalistiche di Giovanni Russo nell’Italia del Dopoguerra

  1. UN LUMINOSO FASCIO DI LUCE TESO A DIRADARE LE OMBRE CHE CI RIPARANO
    DALLE BRUCIANTI ESPERIENZE DELLA NOSTRA STORIA, E CI COSTRINGONO AD AGIRE CONSAPEVOLMENTE E A NON RIPIEGARSI SU SE’RIABILITANDO TEMPI PASSATI.

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