Un fagiano tempestato di rubini

Racconto di Annamaria Matera, concorso letterario “La gaia mensa – Villa Petriolo 2010” [fonte]

Eravamo tornati nella casa di campagna solo per controllare che tutto fosse a posto. Mi aggiravo nella fresca penombra delle stanze, quando un tuono squarciò l’immobile silenzio dei campi, avvolti dalla bruma autunnale. Pochi secondi dopo, già cadevano le prime gocce, gocce grosse e pesanti, che in un attimo, si trasformarono in un furioso temporale.
– Non ci conviene andar via con questo tempo, – urlò mio marito da sotto la tettoia, dove era rimasto bloccato – potrei accendere il camino, mentre tu prepari uno dei tuoi manicaretti. Che ne dici? – continuò, strizzandomi l’occhio con complicità – Niente di complicato, una cosina semplice, per non rimanere a stomaco vuoto –
– Le conosco le tue cosine semplici! Specialmente quando siamo qui ed hai più tempo per stare a tavola! Comunque, hai ragione: tra poco sarà buio e conviene rimanere, ma accendi il camino, questa umidità non fa bene alle mie ossa e porta dentro una bottiglia di novello, ormai si può stappare; alla “cosina semplice” penso io –
La dispensa mi accoglie con i suoi colori, con i suoi profumi genuini che sanno di casa, di buono, di famiglia.
I barattoli delle conserve ben allineati, l’ingenuità delle loro decorazioni quasi mi commuovono. Hanno tutti il coperchio nascosto da un cappuccio fatto con stoffa a quadretti o a fiorellini, trattenuto da un rustico pezzetto di spago, tutti hanno un’etichetta scritta e decorata a mano.
Guardo con occhi avidi, ma non so cosa fare, poi, quasi senza accorgermene, mi ritrovo con un sacchetto di castagne secche in mano.
– Castagne. Cosa posso fare con delle castagne secche? Un dolce. Già, così mangiamo una bella torta! No. Posso farci anche.. si, un ripieno! Un ripieno. Ma cosa riempio? Ed improvvisamente, mi ricordo che nella ghiacciaia – come la chiamava mio suocero – deve esserci anche un fagiano, che il freddo avrà ben frollato ed il microonde mi aiuterà a scongelare. Lo riempirò con funghi e castagne.
Metto a rinvenire i funghi porcini in acqua tiepida e a bollire le castagne, per renderle di nuovo morbide, tiro fuori dal freezer il fagiano. Nel microonde, in pochi minuti, torna morbido anche lui; per fortuna, è già pulito, così non mi resta che preparare la farcia.
Nella pentola con le castagne, l’acqua comincia a bollire e, come per incanto, nella grande cucina si diffonde un profumo di bosco, di pini, di ricci appena aperti.
Ricordo bene quel giorno, il giorno in cui “andammo per castagne”. Ricordo il rumore degli aghi di pino – ce n’era un tappeto – che crocchiavano sotto gli scarponi da trekking, i gridolini dei bambini, i loro – Ahi! Come punge! – ogni volta che tentavano di aprire un riccio.
Mi avvicino alla pentola. L’acqua bolle e le castagne ballonzolano, facendo plop, plop; la pellicina che le ricopriva è venuta via quasi completamente. Meno male, impiegherò meno tempo a sbucciarle. Le scolo, le sbuccio bene e le schiaccio con una forchetta, in modo da ottenere una purea non troppo liscia, unisco ben strizzati i funghi e la mollica di pane, che ho fatto ammorbidire nel latte, due uova fresche della Pina, prezzemolo tritato, una spruzzata di cognac (se Fausto scopre che anche in cucina uso quello invecchiato!), sale e pepe.
Il fagiano già pulito mi fa risparmiare un bel po’ di tempo e non impiegherò molto a farcirlo, devo solo strofinarlo, all’interno ed all’esterno, con uno spicchio d’aglio, ma non mi da fastidio, perché il suo profumo forte, un po’ piccante mi piace, anche quando rimane sulle mani. Ciò che, invece, mi infastidisce è cucirlo con il filo da cucina. Non ho mai invidiato i chirurghi e devo stare anche molto attenta a chiuderlo bene, perché il ripieno non fuoriesca.
Prima di metterlo nel tegame, però, devo preparare la salsa di melagrana, cosa semplice
solo in apparenza, perché vorrei riuscire a sgranarla senza che gli schizzi rossi del suo succo arrivino fino al soffitto della mia cucina. In verità, un’anziana cugina di mia madre mi aveva insegnato un trucco per evitare questo inconveniente: pare che basti sgranarla tenendola immersa in acqua fredda, ma oggi sono calma e rilassata e sono sicura di riuscirci. In fondo, so bene che per ottenere lo stesso risultato non bisogna tagliarla con il coltello, la cui lama romperebbe i semi, facendola lacrimare, ma aprirla con un gesto deciso, rispettando la sua forma naturale e sfruttandole le piccole lesioni che si formano sulla buccia.
Trovo, e non per caso, due grosse melagrane in cantina, delicatamente adagiate sui graticci. Le ha posate lì il contadino che cura il nostro piccolo orto, sicuro che presto le avremmo trovate e gustate. Mai come quest’anno sono state gradite.
I frutti “del verde melograno dai bei vermigli fior” sembrano sorridermi e sorrido anch’io, pensando a questo meraviglioso dono della natura. Sembra un sacchetto pieno di rubini e piena di rubini è, poco dopo, la mia ciotola, in cucina.
Ne metto da parte una manciata da aggiungere alla pietanza al termine della preparazione, per guarnirla, e, nel farlo, davvero mi sembra di affondare le mani in qualcosa di prezioso. I piccoli semi rossi sono lisci, senza asperità. Me li sento scivolare fra le dita e mi piace la loro carezza fresca e profumata.
Metto i rimanenti chicchi nella mia preziosissima centrifuga e, senza nessuna fatica, ottengo un liquido rosato, ricco di mille profumi. Mi punge il naso un odore in po’ aspro, come di mela, mi pare di sentire la rosa, la fragola, odore di erbe nuove. Il succo è così invitante alla vista che mi viene voglia di berlo, ma ne assaggio solo un goccio, per dare gioia alla bocca, alla gola, poi lo verso nel tegame con qualche cucchiaio di zucchero e lo lascio ridurre un po’.
In quel piccolo mare baciato dall’aurora, adagio il fagiano ripieno, lo spruzzo con qualche goccia di aceto di lampone e copro il tegame. Lascio cuocere, girando ogni tanto il volatile, fino a quando non sento un allegro sfrigolio, allora, sollevo il coperchio e vengo letteralmente investita da un mix di profumi inebrianti. Sono profumi autunnali: caldi, morbidi, vellutati, ma soprattutto avvolgenti. Me ne sento, infatti circondata e coccolata. E’ proprio di questo che avevo bisogno, mentre il temporale, ormai scatenatosi, continua a battere contro i vetri della finestra.
– Che profumo! – esclama mio marito, annusando l’aria, mentre entra in cucina – ma cosa hai preparato?-
Glielo dico.
– Allora, cosa beviamo? Forse, il novello non va bene. Ci vorrebbe un rosso corposo…… –
– Non importa! Siamo solo io e te. Perché non tentiamo un accostamento azzardato? Per una volta, lascia stare le regole! –
Accetta con qualche riserva; è un intenditore ed è sempre molto attento nella scelta, ma si ricrede appena stappa la bottiglia. Annusa prima il sughero, poi, ad occhi chiusi, fa passare due o tre volte la bottiglia sotto il naso.
Io sono lì, ferma, in attesa di un responso. Vedo le sue narici dilatarsi, per catturare più profumo possibile, le labbra allungarsi in un sorriso compiaciuto.
– Potrebbe andar bene. Proviamo –
Versa il vino nel calice. Il liquido spumeggia, le bollicine formano una collana di piccole perle lungo il bordo, poi cominciano a spegnersi una ad una, spariscono. Lui ruota il bicchiere perché il vino possa ossigenarsi e liberare tutto il suo profumo.
– Sento le more, le prugne, vedo i pampini baciati dal sole – dice, inebriandosi.
La perfetta trasparenza del cristallo gli permette di ammirare il colore del vino e tutte le sue sfumature cromatiche. E’ soddisfatto.
– Sarà un’ottima annata! – dice
Il fagiano, irrorato con il fondo di cottura, è sul piatto di portata. Lo cospargo con i semi di melagrana che ho tenuto da parte e sorrido.
– Guarda – gli dico – che fagiano prezioso. Hai mai visto un fagiano tempestato di rubini? –
Il vino ha un gusto fruttato, a tratti erbaceo, che ben si adatta ai sapori del piatto, esaltandoli.
Oggi le nubi hanno rubato il tramonto. Ormai è buio. Per rischiarare la stanza, basterebbe la fiamma del camino, ma accendo una lampada, qualche candela.
L’autunno è fuori.

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