Il Lago dei Palici in una ode di Luigi Capuana

[Da: Corrado Di Blasi, Luigi Capuana originale e segreto, Catania 1967, pp. 179-184.]

Il Lago Naftia

<< Pinguis ubi et placabis ara Palici >>
Virgilio

Nel breve seno tutta gorgoglia la faccia del lago,
e di riflessi verdi coronansi le polle.
Dormon le sponde, gialli distendonsi i campi d’attorno
sotto la greve afa meridiana.
Incombe la mefite, ritorcon gli uccelli da lunge
impauriti l’ala e passano, stridendo.
Legate alla pastura nitriscon le nere cavalle.
Lenti dei vitelli rispondono i muggiti,
mentre, poggiato a un masso, poggiata l’ascella al bastone,
zufola un mandriano, cantano le cicale.
E per l’azzurro cielo, sull’alta quiete dei colli,
si librano due bianche sottili nuvolette;
e lì, alla montagna, co’ tronchi pinàcoli e le
greche ruine, viva ruina, siede
pigra fra i densi ulivi, in tanto sorriso di sole,
Mene la decaduta, Mene di Ducezio.
Gorgoglia il lago e il roco rumor di quell’onda somiglia
ad affiochita voce, a voce di altri tempi,
quando per la campagna dal sole incesa imminente
della rapita figlia Cerere urlava il nome,
ansante, e colle nari divine seguendo la traccia,
aspirava gl’indizi del rapitore iddio.
Al gorgogliar dell’onda la morta pianura si desta
e rizzasi l’orrore del sacro bosco intorno;
e sulle gigantesce sue basi sollevasi altiero,
col suo frontone, con le colonne di granito,
il tempio dipinto dal roseo color dell’aurora;
fremon le querce ai mattutini spiri.
Salgono in lunghe file pei gradi marmorei i devoti,
ed offron le primizie sulla placabil’ara,
treman pel sacro recinto e sconvolgono i petti
i solenni del rito carmi sacerdotali,
voi invocando, figliuoli di Giove nel seno,
della alma Terra tolti di Giuno all’ira;
voi che le bionde messi, che tutto dei campi il lavoro,
gli armenti e le saltanti mandrie governate;
d’ogni civile patto, di schiavi abbracciantisi all’ara
proteggitori; tremendi agli omicidi.
Gorgoglia il lago e il roco rumor di quell’onda somiglia
ad affiochita voce, a voce d’altri tempi,
quando alla vostra intorno placabile ara, o Palici,
degli insorgenti servi primo scoppiava il grido;
e la pianura, i colli petrosi e le rocce
di Làmia vocali fremevano di armati
voi testi, clamando, votantisi i liberi a morte,
con barbariche lingue maledicenti a Roma.
Dormon le sponde, dorme la triste campagna d’attorno
e sotto gli occhi muore la visione.
Fra gl’invadenti cardi, fra l’erbe maligne, ricerco
invano un’ombra dello splendore antico;
voi, autoctoni, voi, divi fratelli, scacciava,
dal santuario la trionfante Croce.
Ed abbatteva l’ara, le immani colonne e l’ascoso
immite lago tutto scopriva al sole.
Or voi demòni appella tremante il villano e si segna
quando del suo miraggio desta la Fata il riso,
e nella torbid’onda, di ville, di campi, di monti lontani,
di titane, di boschi, di combattenti schiere
instabile si versa, si versa la muta ruina
finché del sole non la disperda il raggio.
Nel breve seno tutta gorgoglia la faccia del lago,
e di riflessi verdi coronansi le polle.

I Semiritmi, pubblicati da Luigi Capuana nel 1888, editore Treves, si accrescono idealmente di un’ode, che il narratore non credette opportuno di pubblicare, o forse perdette di vista fra le sue innumerevoli carte; titolo Il lago Naftia. Si tratta di trentuno distici scritti, a due colonne, in un comune foglio protocollo  (cm. 31×21), e firmati: testo, correzioni, firma, tutto è di mano del Capuana. Il foglio, segnalato (1962) da Enzo Maganuco al dr. Pietro Rizzo, Prefetto di Catania, è stato, per interessamento di quest’ultimo acquistato dal Comune di Mineo e affidato alla “Biblioteca Capuana”.

Un Capuana anticipatore del verso libero
Quando fu scritta l’ode? Forse nel periodo 1880-82, quando il Capuana pubblicava nel “Fanfulla della domenica”, da lui diretto, alcune poesie del presunto poeta danese Willhem Getziier, che poi era lo stesso burlone di Mineo. Ma forse anche prima. Fin da giovane, infatti, il Capuana era stato colpito dal fenomeno della Fata Morgana, consueto al Lago Naftia, al punto da chiederne notizie allo zio Antonio, da Firenze, nel 1866. Don Antonio così rispondeva al ventisettene nipote: << Ora vengo a darti le notizie che ho potuto raccogliere sui fenomeni cher di quando in quando s’osservano vicino il lago di Naftìa. Era un giorno di dicembre 1865, prima di levarsi il sole, Giuseppe Inzirillo unitamente ad altre persone, nelle terre Santo Lio, le vedeano che dalla trazzera vicino al Lago che conduce a quella di Favarotta, passava un forte armento di bovi… indi osservavano un copioso numero di carrette piene di covoni… appresso vedevano un vasto canneto, poco stante una fiumana di alberi, finalmente tre sontuosi palazzi >>… Dalla lettera dello zio Antonio alla composizione dell’ode dovettero passare, ad ogni modi, non meno di dieci anni, tanto Il lago Naftìa risente dell’ode carducciana Alle fonti del Clitumno, chè del 1876.
Sullo schema del Carducci, il nostro descrive un lago dalle antiche memorie, evoca numi e avvenimenti storici, alterna i latinismi ai carduccismi << sorriso di sole >>, << maledicenti a Roma >>, << splendore antico >>, << autoctoni >>, << trionfante Croce >>. E’ chiaro che tanto il modello, quanto l’indole narrativa e non lirica del Capuana, istradano il nostro interesse non al fatto poetico, ma a quello letterario e documentario in genere.
L’epigrafe virgiliana appartiene al 1. IX, 585 dell’Eneide: Virgilio adopera il genitivo singolare, mentre in latino suole prevalere il plurale (Palici, -orum), trattandosi di due gemelli, figli di Giove.
Diodoro parla d’un santuario dei Palici in luogo ricco di acque ribollenti, e dunque sulfuree. Guidio Libertini (alla voce Palici dell’Enciclopedia Italiana) propende per l’identificazione di questo luogo con il lago Naftìa, fra Mineo e Palagonia.
<< Il lago dei Palici (scrive Giuseppe Receputo nei suoi Cenni storici su Mineo, Noto, Zammit, 1933), che in seguito dagli Arabi fu chiamato Naftìa (dall’odore di nafta che esala), sprigiona nel centro tre grossi ed altri piccoli getti di gas acido carbonico, facendo gorgogliare e salire l’acqua ad una certa altezza… Quando il lago si riduce al secco, nei mesi estivi o nelle lunghe siccità, vi si scende e dai banchi del centro sentesi uscire una corrente d’aria che spazza via le foglie e tutto ciò che sembra opporsi al suo rapido passaggio. Il gas che si sprigiona è causa della mefite che si sente tutt’intorno per cui là – come accenna l’abate ferrara – non si avvicinano animali e non vi accorrono uccelli >>. Del fenomeno si avvalsero i sacerdoti e gli auguri del paganesimo, come avveniva nella famosa caverna di Delfo. Gli oracoli pertanto consigliarono – prosegue il Receputo utilizzando le notizie di storici antichi e nuovi – la costruzione di un tempio nel lago dei Palici, che veniva così chiamato, per il tramandarsi di una fra le tante mitologiche vicende passionali di Giove. Narra infatti la leggenda che Giove, invaghitosi della ninfa Talia, per timore del risentimento di Giunone, abbia sepolto la ninfa stessa proprio in quel luogo ove nacquero i due gemelli Palici (cioé nati di nuovo).
Nascosti fra il lago, le rocce e i fitti alberi, i numi gemelli ebbero un tempio, culto e sacerdoti. Riferendosi agli sviluppi ulteriori della leggenda e attingendo dalle molte fonti sull’argomento, il Receputo ci mette in grado di penetrare la sostanza mitologica e storica del manoscritto capuaniano. Antigono tramandò la fondazione del tempio come risalente all’Olimpiade XXXVI. Stefano Bizantino – alla voce Palica – descrive il procedere dei giuramenti, che venivano effettuati fra il tempio e il lago, da coloro che chiamavano a vindici della loro innocenza i giovanetti Dei. Colui che profferiva il giuramento doveva, stando in piedi e tenendo gli occhi al cielo, toccare con le mani uno dei crateri e perciò abbassarsi, sino al punto da sopportare la mefite o rimanerne vittima. Quando il lago era gorgogliante di abbondanti acque, il giurante scriveva la deposizione della sua innocenza su una tavoletta e, buttandola, attendeva che essa galleggiasse, per essere ritenuto libero, rassegnandosi alla condanna se la tavoletta fosse andata al fondo.
La funzione “sociale” del bosco sacro, che circondava il tempio, esce dalle nebbie della mitologia per accedere ad avvenimenti storici, sotto la dominazione romana. Gli schiavi che riuscivano (fuggendo dalle case padronali) a rifugiarsi entro la zona del tempio, venivano considerati immuni da ogni vendetta dei padroni, i quali, a loro volta, erano tenuti a contrattare con i fuggiaschi le garenzie per l’eventuale ritorno alle case patrizie. Accenniamo, di passaggio, che al tempo delle guerre servili in Sicilia – e particolarmente col pretore Licinio Nerva – avvenimenti di grossa portata ebbero pure l’ambientazione sullo sfondo mitologico-storico-religioso del Lago dei Palici, tempio che veniva chiuso al culto, sotto il regno di Onorio (395-424 d.C.), affiancando nel definitivo tramonto nell’Isola, quello di Cerere Ennessa e di Venere Ericina.


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