Lo scrittore di Mineo Croce Zimbone – un convegno

Nel maggio 2008 si è svolto a Catania e a Mineo un convegno sullo scrittore menenino Croce Zimbone, in occasione della pubblicazione del volume Un gradino in più e altri racconti. L’iniziativa è stata curata dal Dipartimento di Filologia moderna dell’Università di Catania. Quanto segue è un resoconto del convegno, al quale sono intervenuti il Prof. Giuseppe Giarrizzo, la Prof.ssa Rosa Maria Monastra, il regista Gianni Salvo.

I racconti di Croce Zimbone e “Il Verismo fra Sicilia e Grecia”

di Matteo Miano [fonte]

«Il piacere del leggere si nutra del piacere del ricordare: è il corretto omaggio a chi, per questo interesse, ha deciso di scrivere conferendo senso e spessore ai ricordi che sono nostri». Così si chiude l’autorevole prefazione del prof. Giuseppe Giarrizzo alla ristampa delle novelle di un narratore di singolari virtù, poco noto al grande pubblico.
Croce Zimbone (1912-1998), scrittore siciliano nato nella Mineo di Luigi Capuana, è autore di due raccolte di racconti date alle stampe per la prima volta molti anni fa, nel 1959 la prima e nel 1969 la seconda. Entrambi i volumi sono ora pubblicati congiuntamente in una nuova edizione grazie alla sensibilità e al contributo del Comune di Mineo e alle scelte della casa editrice Lussografica di Caltanissetta. Il volume, dal titolo Un gradino in più e altri racconti, è stato presentato a Catania e a Mineo in due giornate di studio ricche di interventi critici, tenutesi il 9 e il 10 maggio 2008, sotto l’egida del Dipartimento di Filologia moderna dell’Università di Catania. La prima giornata si è svolta nel Refettorio Piccolo delle Biblioteche Riunite “Ursino Recupero”.
«Nel panorama della letteratura italiana del secondo Novecento, Croce Zimbone si è ritagliato uno spazio di libera creatività letteraria difficilmente inscrivibile all’interno di scuole o movimenti» – ha evidenziato la prof. Gisella Padovani – «e ha condotto per circa mezzo secolo il suo discorso narrativo con la fermezza e la coerenza di un intellettuale pronto ad assumersi tutte le responsabilità della riflessione solitaria». A sua volta il prof. Mario Tropea ha sottolineato «il paradosso portato alle estreme conseguenze, cioè all’assurdo», caratteristica della novellistica di Zimbone che «per questa via, e pur con modi diversi, si incontra, al di là del grottesco gogoliano e del moralismo risentito di Brancati che pur si potrebbero richiamare in questi casi -e in misura tutta sua- con Pirandello».
Il prestigioso intervento del prof. Giuseppe Giarrizzo, tracciando infine la parabola del difficile rapporto centro-periferia, ha ribadito il valore della “costruzione di memoria” e della preservazione delle eredità culturali in una perenne “sfida dell’oblio”. A coronare la prima giornata, il regista Gianni Salvo ha letto il racconto che dà il titolo alla raccolta.
Suggestiva cornice alla seconda giornata è stata Mineo, città natale di Croce Zimbone. Scoperta una targa a ricordo dello scrittore, l’evento ha avuto seguito nei locali adiacenti alla Sala Croce Zimbone, entro la Casa-Museo Luigi Capuana. In tale occasione, l’intervento della prof. Rosa Maria Monastra, collocata l’opera di Zimbone all’interno di un più ampio quadro letterario («La favola di Villadoro emerge dall’onda lunga di una tradizione autorevole di marca schiettamente siciliana (ma nutrita di linfa europea): la tradizione cioè che si snoda attraverso i nomi di Capuana, Pirandello, Lanza, Brancati»), ha focalizzato gli orientamenti narrativi che emergono dai suoi racconti, mettendone in rilievo il «cortocircuito razionalità/irrazionalità». La fase conclusiva della presentazione è stata caratterizzata dalla lettura del racconto Spaccio d’emergenza e dall’ascolto di musica greca del gruppo Aptal.
I saggi critici dedicati a Croce Zimbone (Di Grado, Monastra, Padovani, Tropea) sono inseriti in appendice al volume dal titolo Il Verismo fra Sicilia e Grecia, undicesimo dei “Quaderni del Dipartimento di Filologia Moderna”. Il volume raccoglie i lavori di due giornate di studio organizzate dalla Cattedra di Lingua e letteratura greca moderna svoltesi a Catania e a Mineo nel dicembre 2005. Temi dell’incontro erano stati il “verismo siciliano” e la “narrazione ithografica” greca, due movimenti letterari le cui formule tematiche e stilistiche sono contraddistinte da costanti comuni nei moduli narrativi, in un periodo in cui – tanto in Sicilia quanto in Grecia – prevale il bisogno di una immagine oggettiva del reale.
Perché Sicilia e Grecia? Perché entrambe sconoscono il proletariato urbano e i bassifondi delle capitali tentacolari da “studiare” e l’interesse si volge all’ambientazione rusticana. Questa fu la vocazione del verismo italiano e dell’ithografia greca, e nel ritrarre la vita degli agricoltori gli esponenti di quella corrente letteraria ottennero – in Sicilia e in Grecia – i loro migliori risultati.
Non a caso gli scrittori più rappresentativi della stagione verista, da Verga a Capuana, da De Roberto alla Deledda, furono meridionali o isolani. Ciò che differenzia il mondo dei “Vinti” greco da quello siciliano è tuttavia la consapevolezza della propria identità nazionale e linguistica. I personaggi di Papadiamantis, Theotokis – autori oggetto di due contributi all’interno del volume – assumono toni di realismo verghiano nel ritrarre uomini e cose della propria terra; narrazioni rapide e robuste che eccellono nelle rappresentazioni ambientali senza idealizzazioni e nelle psicologie dei personaggi in un quadro finale che non ha nulla dell’idillio pastorale.
«Non si può parlare di questa narrativa senza evidenziare in essa l’esistenza del particolare realistico, o ithografico. Tale particolare, però, va visto come metafora, passaggio obbligato per attingere la realtà viva, cioè il sentire e il patire umano che, altrimenti, ci sfuggirebbero e rimarrebbero occulti rendendo vani i nostri studi», leggiamo nella premessa agli atti. E rivolgendo lo sguardo a Croce Zimbone, questa metafora connota le surreali ambientazioni e le caratterizzazioni di un manipolo di personaggi – a dir poco esilaranti – che costituiscono un pungolo costante per il lettore, coinvolto in una serie di narrazioni ora «irrazionali», nelle quali l’autore sorride delle stravaganze dei suoi simili, ora per certi aspetti «veristiche», con scenette, cioè, di sapore locale.
Le novelle si possono leggere separatamente o come un’unica storia, poiché i personaggi ruotano attorno allo stesso spazio mitico di Villadoro. Le sovrapposizioni temporali e i mutamenti di scenario, hanno richiesto uno sforzo particolare nella caratterizzazione dei personaggi, così marcata che per taluni non è esagerato parlare di caricatura. E così «quando, finalmente, si rinunzierà a rintracciare inesistenti case del nespolo [.]» afferma Antonio di Grado «e si provvederà piuttosto a ricostruire la cartografia tutta simbolica di questa Sicilia [.], allora fra quelle ‘cento Sicilie’ e tra quei campanili microcosmi andrà a buon diritto rubricata anche la Villadoro di Croce Zimbone».
Nel narrare queste storie in un ambiente ritratto con finezza di intuito e lieve sobrietà di tocco, anche nei punti più drammatici (Spaccio d’emergenza), lo scrittore mineolo affronta diversi temi: le “corna” e il tradimento (L’argomento giuridico), la satira della burocrazia (Le sinfonie del capufficio), l’adulterio (Un amore trascendentale), il travaglio filosofico-speculativo vissuto come ossessione paranoica (L’uovo del filosofo).

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