Il Lago dei Palici secondo Tommaso Fazello

<< Quest’è quel medesimo fiume [il Simeto, N.d.R.], tanto celebrato dagli scrittori, perché alla sua fonte che è lontana dalla sua foce trenta miglia fra terra, si dice che Giove ingravidò Talia ninfa, la quale partorì due fanciulli a un corpo, di cui fanno menzione e favola i poeti. E desiderando ella che fossero inghiottiti dalla terra per paura di Giunone, la terra subito acconsentì ai preghi della ninfa, ma poco dopo gli rimandò fuori vivi un’altra volta; ond’essi furono detti Palici, quali rinati da terra, e dai siciliani furono stimati e avuti per dèi. Onde fu loro consacrato dagli antichi il tempio e il lago, che sono al capo del fiume, e con questi furono consacrate molte altre cose, degne di meraviglia e di memoria. Ma poiché la venerazione in cui costoro furono tenuti fu non meno superstiziosa che grande, essa mi porta a ragionar di loro alquanto più diffusamente. Il lago adunque, ch’è tra l’antico castel di Mineo e l’osteriea di Guttera, e chè piccolo di giro, si vede ancora oggi e a questi nostri tempi è chiamato Naffia. Questo lago manda fuori una sorta di acque bollenti torbide, quasi a similitudine di zolfo, e le getta da tre bocche, che sono nel mezzo, le quali dagli antichi furono chiamate Deli, e queste acque vanno quasi tre braccia in alto, e bollono a quella guisa che bolle una pignatta al fuoco. Queste acque cadendo sempre nel medesimo luogo quasi perpendicolarmente non versano mai di fuori ma, ritornando sempre nel medesimo vaso, non crescono e non scemano. Onde gli antichi, spinti da falsa religione, e credendo che i fratelli Palici ne avessero cura, l’ebbero in grandissima venerazione, e facevano loro onori, e sacrifici divini, e particolarmente riverivano tre bocche, presso le quali gli antichi siciliani fecero un tempio con un portico in onore degli dei Palici, il quale d’architettura e di altri ornamenti era mirabilissimo, e venerato con grandissima religione e solennità, non solamente dai siciliani, ma da molti popoli d’Italia ancora. […] >>

Il racconto prosegue a p. 102 dell’opera di Tommaso Fazello, De Rebus Siculis Decades Duae, Palermo, Tipografia Maida, 1558. Qui l’edizione integrale dell’opera

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