Dal restauro nuove conoscenze sui “muqarnas” arabo-normanni di Palermo

di Alessandra Rosciglione, Fondazione Federico II, ca. agosto 2010 (fonte)

Ruggero II fece riversare nella realizzazione della Cappella Palatina il meglio che potevano esprimere le culture delle tre principali etnie allora prosperanti nei suoi domini siciliani, perfettamente simbolizzate dall’iscrizione trilingue del palazzo reale palermitano, in arabo, greco e latino, del 1142, relativa ad un orologio ad acqua, che è assunta a simbolo della facies culturale della Sicilia normanna. La Cappella Palatina rappresenta il maggior esempio dell’eclettismo stilistico siciliano del XII secoloed è collocata in posizione baricentrica rispetto al complesso palaziale.
Come restauratrice ho avuto l’opportunità di lavorare a diretto contatto con un’opera unica al mondo, con quel soffitto ligneo dipinto che Re Ruggero II fece realizzare dalle maestranze musulmane che vivevano alla sua corte. Ho potuto, giorno dopo giorno, assaporare l’odore del legno e respirare nello stesso ambiente in cui fu concepito un gioiello unico, le cui immagini raffigurate rappresentavano simbolicamente l’augurio di una vita felice dopo la morte.
Questa magnifica opera rappresenta il frutto di saperi e abilità di artisti provenienti soprattutto dal nord Africa che coltivavano una tradizione ben radicata nel territorio siciliano (spagnoli, magrebini, palestinesi, libanesi, bizantini, siriani, iracheni).
Il motivo a muqarnas (alveoli) sui quattro lati del soffitto proviene dalla Persia del IV secolo, dove esisteva però in forma di stucco come motivo decorativo e solo in un secondo tempo passò alla carpenteria. Questa struttura autoreggente (solo successivamente è stata ulteriormente ancorata e consolidata) è costituita da tavole molto sottili di abies nebrodensis (abete dei Nebrodi oggi esistente in pochissimi esemplari nella Madonie, vicino Palermo).
Il repertorio iconografico di cui disponevano i pittori, salvo un piccolo numero di scene, è quello che troviamo in tante opere d’arte egiziane del periodo fatimita. Le scene sono indipendenti le une dalle altre – regola imposta anche dalla struttura spezzettata del soffitto – in contrasto con la contemporanea arte cristiana che ha sempre teso verso scene narrative, relegando l’elemento decorativo in un piano secondario. Si tratta in pratica di circa 750 dipinti su tavola indipendenti l’uno dall’altro, sia dal punto vista strutturale che iconografico. Non esiste infatti alcun ordine concettuale: sembrerebbe un’apoteosi reale e la rappresentazione del paradiso coranico, la cui descrizione è assai più sensuale di quella cristiana: giardini, palazzi maestosi, splendide feste, quantità illimitate di bevande deliziose, donne e musica, cioè tutti i piaceri e le delizie dei sensi e dello spirito che attendono i credenti (a discapito del valore spirituale della vita eterna insegnato dalla cristianità).
Quello che colpisce maggiormente è la dimensione ridotta, quasi miniaturizzata, delle scene rappresentate. Sollevando lo sguardo verso l’alto, lo spettatore può cogliere solo una parte di ciò che vi è raffigurato, tutti i particolari che impreziosiscono il dipinto non sono visibili ad occhio nudo. E qui faccio una breve digressione, auspicando la distribuzione ai visitatori di piccoli binocoli all’ingresso della Cappella, senza i quali davvero tutto ciò di cui parlerò resterebbe solo frutto di immaginazione.
La cura, la meticolosità e l’amore con cui gli artisti dipinsero queste scene di vita quotidiana, consapevoli sicuramente che la distanza dal pavimento le avrebbe rese poco visibili, testimoniano lo spirito con cui lavorarono e la dedizione rivolta solo alla glorificazione di Dio (il lavoro, secondo i dettami dell’Islam, è una forma di adorazione) e del principe come corrispondente laico della celebrazione del Sovrano celeste, come il Cristo trionfante nei mosaici del presbiterio.
La parte centrale piana ha come motivo centrale i poligoni stellati ad otto spicchi concavi (motivo andaluso e bizantino). Questi poligoni sono contornati da una fascia con iscrizioni in un bellissimo cufico fatimita (tra le quali si distinguono vari tipi di carattere, a conferma delle diverse provenienze culturali degli artisti). La calligrafia è elemento decorativo ripreso dal mondo islamico dove, in quanto espressione del verbo divino, è l’arte per eccellenza e l’unica che abbia veramente il diritto di esistere. La parola, in quanto rivelazione divina, se è scritta armoniosamente, diventa amore per Dio. Ma, come tutta l’arte islamica, anche la calligrafia non è decorativa in senso fine a se stesso, ma è bella in quanto ornamento del proprio significato.
È sui quattro lati che si dispongono le numerose scene legate alla vita di corte del sovrano con una notevole ripetizione di immagini e senza un ordine preciso, nel cui repertorio iconografico possiamo distinguere alcuni soggetti più frequenti.
La categoria degli animali è molto diffusa. Molti sono uccelli, tra cui il pavone che compare sia con la ruota, sia di profilo con la coda rialzata. Altri sono rapaci dal becco adunco, alcuni dei quali tengono nel becco una foglia (tradizione sasanide – iraniana). Altri ancora sono raffigurati mentre assalgono una preda.
Anche i leoni appaiono svariate volte ed assumono diverse posizioni. Alcuni sono seduti frontalmente, altri divorano delle prede, altri lottano con un serpente e due hanno un’unica testa (motivo persiano).
Tra gli alberi il palmizio (simbolo dell’uomo giusto) è il più diffuso ed è rappresentato in forma stilizzata, secondo la tradizione musulmana.
Le figure umane si collegano, per la loro fisionomia, a degli esempi molto antichi che portano all’Asia centrale ellenizzata del III secolo. Probabilmente questo stile giunse in occidente attraverso miniature e ceramiche provenienti da Siria, Giordania ed Egitto. Il disegno lineare e preciso con cui sono eseguiti i tratti netti e nitidi dei volti lo rende uno stile fondamentalmente grafico. Elementi comuni sono: il viso arrotondato, occhi grandi, grandi pupille solitamente attaccate alla palpebra superiore, naso dritto, bocca piccola, attaccatura smerlata dei capelli, lunghi riccioli.
Tra le figure più frequenti si trovano i musici, sia uomini che donne (riccioli sulle guance), spesso seduti su dei cuscini con una gamba incrociata. Il tema della musica, molto diffusa a corte, era un’espressione di ricchezza e sensibilità.
Tra gli strumenti musicali ritroviamo il liuto (‘ud,) che si presenta in numerose varianti col manico spezzato ad angolo, talvolta suonato con l’arco o con un plettro e con un diverso numero di corde. Parente del liuto è il rab?b che rappresenta la più antica rappresentazione nel contesto della musica araba di corte, è simile ma si suona con un archetto e la cavigliera è sempre curva.
Altro strumento a corde è il salterio suonato tenendolo in verticale e inclinato (non in piano come oggi).
Unica è la raffigurazione di un’arpa-salterio (tradizione sasanide), tenuta al contrario da un personaggio non seduto su un cuscino all’orientale, come la maggior parte dei musici, ma su uno sgabello di stile occidentale.
Una specie di flauto è identificabile con il qasaba; questo appare spesso in coppia con un tamburo dalla cassa oblunga, suonato con una bacchetta Compaiono anche il tamburino rotondo e il tamburo biconico (persiano), e le nacchere.
Diffusa è l’immagine di un uomo che si appresta a bere del vino, quasi sempre tiene la coppa con la mano destra ed è seduto all’orientale con le gambe incrociate, meno spesso all’occidentale. Ha vari tipi di copricapo: a calotta, conico, corona a tre punte e turbante.
Ad accompagnare il bevitore anche delle danzatrici, i cui esempi precedenti (sasanidi) le raffigurano in posture piuttosto statiche; ciò che invece colpisce nella Cappella Palatina è il movimento sinuoso e realisticamente dinamico con cui sono realizzate, in piena sintonia con la tradizione dell’ellenismo asiatico.
Un paio di volte appare una donna trasportata su un palanchino, una volta in groppa ad un cammello (tradizione egiziana di sculture in avorio) ed un’altra sopra un elefante, iconografia rarissima nell’arte medievale italiana e meridionale e probabilmente giunta dalla Persia e l’Iraq attraverso il commercio di stoffe.
Numerose sono le immagini dei “portatori”, uomini che portano sulle spalle talvolta animali (capre o gazzelle), talvolta botti o recipienti. Altrettante le figure dei guerrieri, alcuni con scudi rotondi (alla maniera orientale), altri con scudi a cuore allungato secondo la tradizione normanna o bizantina.
Esistono poi una serie di raffigurazioni mitologiche e di animali fantastici, come grifi, sfingi e sirene.
Veniamo infine alla descrizione di quelle scene più narrative e complesse, in cui più evidenti sono i tentativi di realismo. Una è quella in cui un uomo mangia seduto su una sedia davanti ad una tavola apparecchiata di tutto punto (piatto e posate perfettamente riconoscibili), chiaramente legata alla tradizione occidentale normanna. Per la realizzazione di questa l’artista deve essersi ispirato ad una scena di corte a cui aveva assistito personalmente.
Altre scene molto belle sono i giocatori di scacchi che indossano turbanti orientali e gli uomini che raccolgono acqua da un pozzo.
Una scena è stata molto studiata poiché si lega fortemente alla cultura palaziale fatimita del nord Africa. Parliamo della scena in cui compaiono alcuni suonatori all’interno di uno spazio architettonico molto simile alla grande sala della fontana del palazzo della Zisa (1165-1180). Questa sala la si ritrova in tutti i palazzi fatimiti e prende il nome di salsabil, era un ambiente nobile in cui la presenza di un rivolo d’acqua richiamava l’immagine di una delle sorgenti del Paradiso coranico, chiamato appunto Salsabil.
L’acqua scorre attraverso uno scivolo (sadirwan) che, nell’immagine della Cappella, appare decorato da pigne, e fuoriesce da una testa di leone (mentre nella Zisa si tratta di un’aquila realizzata con tessere musive dorate). Attraverso due finestrelle in alto si affacciano infine delle donne (esattamente secondo lo stile di vita musulmano, in cui le donne potevano assistere agli spettacoli solo attraverso luoghi a loro riservati).
Tutte queste immagini, e tante altre, sono contornate da arabeschi fitomorfi e da fasce di perline a colmare i vuoti e riempire tutti gli spazi, come una sorta di horror vacui. In più a dare splendore a tutta la raffigurazione del soffitto contribuiva originariamente la foglia d’oro applicata su molte decorazioni, della quale oggi purtroppo non rimane quasi nulla.
Difficile stabilire chi fossero esattamente gli strepitosi artisti che realizzarono questo gioiello unico al mondo, sicuro è che la Sicilia di quegli anni manteneva rapporti intensi con tutto il bacino mediterraneo e l’oriente e faceva parte della koinè fatimita.

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