I moti siciliani di fine ‘800 e la politica tra i contadini

Giuseppe Di Fazio, Dalla rabbia alla proposta, “La Sicilia”, anno LXVII, n. 128, mercoledì 11 maggio 2011, p. 1.

Quando, a fine Ottocento, i contadini siciliani misero a ferro e fuoco l’Isola per protestare contro lo stato di schiavitù in cui erano costretti a vivere, molti furono colti di sorpresa. Il governo, anzitutto, che pensò bene di decretare lo stato d’assedio inviando l’esercito. Poi, la Chiesa che si allarmò perché i suoi fedeli passavano armi e bagagli coi rivoluzionari. Infine, i socialisti. Sì, i socialisti, che non si aspettavano una rivoluzione guidata dai contadini. Tanto che Anna Kuliscioff il 19 gennaio 1894 si sentì in dovere di scrivere al “maestro” Engels per chiedere se era quella la rivoluzione tanto attesa. Quei moti siciliani, per quanto guidati da personalità come Giuseppe De Felice Giuffrida, rimanevano per i socialisti milanesi un mistero difficile da sbrogliare. Engels, invece, non ebbe dubbi: non era quella una rivoluzione socialista. La rivolta fu soffocata nel sangue e i suoi leader furono arrestati e condannati a pene pesantissime.
Il testimone fu raccolto da Luigi Sturzo. I contadini esprimevano domande a cui bisognava dare risposte concrete, covavano una rabbia che occorreva incanalare in un lavoro di cambiamento della realtà sociale. La «rivendicazione», col sacerdote di Caltagirone, diventò «cooperazione», la lotta si fece lavoro. Fu così che, assieme ai preti sociali, Sturzo cominciò a fondare le casse rurali e a promuovere le affittanze collettive dei latifondi per superare lo strozzinaggio degli usurai e le condizioni capestro poste dai gabellotti. Fra il 1896 e il 1915 in Sicilia le casse rurali cattoliche passarono da 15 a 240 e le affittanze collettive dei latifondi mandarono in pensione i gabellotti. Fu un primo passo per ridare dignità ai contadini e nuovo slancio all’agricoltura. Quel lavoro sociale ebbe bisogno di rappresentanza politica e la trovò, anzitutto, nel Partito popolare.
A un secolo di distanza – dopo la parentesi delle grandi occupazioni delle terre degli anni Quaranta del Novecento – torna la rabbia dei contadini. Stavolta dall’altra parte della barricata non ci sono più i latifondisti né i grandi affittuari. Ci sono i politici (regionali e nazionali) incapaci di fornire risposte adeguate al collasso del mondo agricolo. C’è la concorrenza sleale del grano russo, del latte francese, della salsa di pomodoro cinese. Ma, ancora una volta, la rabbia non basta. E non paga. Deve trasformarsi in cooperazione, in una rete di relazioni capace di interloquire con la politica ma anche di affrontare con intelligenza i mercati. Solo così la protesta può trasformarsi in proposta.

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