E in Egitto i Siculi furono il popolo del Settentrione

Antiche emigrazioni – La civiltà preellenica più progredita è quella di re Iblone, che regnò a Pantalica mille anni prima di Cristo, perché influenzata dai Siculi d’Egitto

di Paolo Mangiafico (“La Sicilia”, 2 novembre 2000)

[pullquote]Nacquero in quel periodo ler maggiori città chiamate Ibla, lasciando intravedere una presenza urbana rilevante ed un potere politico di un certo interesse. E non a caso il re di questo “regno siculo” di Sicilia prende il nome di Iblone[/pullquote]

Dagli egizi venivano chiamati Sekles e facevano parte di quei “popoli del mare” o “popoli del Settentrione” che a partire dal XII secolo a. C. tentarono più volte di sopraffare la potenza dell’impero dei faraoni. Si tratta dei Siculi che partendo dalla parte della Sicilia su-orientale, dove si erano stabiliti, scacciando i Sicani, andavano alla conquista dell’Egitto. Quindi, la storia del popolo siculo non si identifica, come per tanto tempo si è creduto, esclusivamente con la storia della Sicilia, ed in particolare con i territori siracusani della costa e dell’hinterland, dove Thapsos, Pantalica e l’Anaktoron costituiscono l’espressione più significativa, ma arriva fino all’antico Egitto. La prova di tutto ciò si trova a Medinet-Habu, antico centro egizio, in una coppia di linee di bassorilievi, ed è frutto degli studi ventennali condotti da Kenneth Kitchen, dell’università di Oxford, e riproposti, tra l’altro, in un testo di Francesco Carubia. Nei piloni e nelle pareti dei templi di Tebe, inoltre, si trovano scolpiti i nomi dei “popoli del mare”, ed oltre ai Sekles, si leggono altre venti etnie, tra cui gli Asbat (asiatici), gli Eqwes (Achei), i Peleset (Palestinesi), i Serden (Sardi).
I Siculi, quindi, formarono, insieme ad altri popoli del Mediterraneo una task force per abbattere l’impero egizio ed imporre la loro conquista colonizzatrice. Una miriade di piccole e grandi stirpi, tra cui i Siculi, quindi in quel periodo tracima verso Sud con un flusso migratorio che è nettaamente opposto a quello che invece si registra nei nostri giorni sulle coste siracusane.
Pertanto, c’è un particolare momento della storia siciliana quando una parte di Siculi, tra il 1200 ed il 1100 a.C., crede nella possibilità migliore di andare oltre la Sicilia, e portandosi dietro famiglie ed armenti, si unisce ad altre etnie con il sogno di colonizzare una porzione del nord Affrica.
D’altronde, proprio in quel periodo l’Egitto è nel suo massimo splendore politico ed economico. Durante il regno di Ramesse III, faraone della XX dinastia, le attività commerciali prosperano a tal punto da richiamare gente proveniente da ogni parte. E così tra il 1179 e il 1173 a.C. i Siculi, con proprie navi al seguito, non paghi della precedente conquista del corno orientale della Sicilia, partirono alla conquista del territorio egiziano: sbarcarono nel nord Africa, insieme ai nuclei familiari, ma caddero totalmente sotto il giogo degli Egizi. Ma pur mancando la conquista, i Siculi vinsero la virtuale battaglia di integrazione con il popolo egizio, che diventava in quegli anni sempre più cosmopolita. Ed in questo furono aiutati dalla politica del faraone Ramses III, il quale dimostrò tolleranza verso quei “Popoli del Mare”, e i numerosi prigionieri, militari e coloni, o andarono a rafforzare l’esercito egizio, godendo di buoni privilegi, o andarono a finire nei possedimenti terrieri. Di questa integrazione dei Siculi con gli Egizi si ha una prova in una moneta alessandrina del IV secolo a.C. In questa moneta vi è raffigurata una barca posta in acqua (Mediterraneo? Nilo?) dove si trovano il dio egizio Serapide con a fianco la divinità egizia Iside e la mediterranea Demetra. Un quadro che rispecchia molto la realtà di quanto accadde in quel periodo ce lo fornisce il tempio di Ramesse III. Questo complesso sacro di Medinet Habu, a Luxor, vede le pareti disegnate da testimonianze della guerra dei “Popoli del Mare”. Si possono, infatti, notare le scene di una battaglia navale, ed in generale si può notare che i “Popoli del Mare”, fra cui quindi anche i Siculi, dopo avere distrutto ogni villaggio al loro passaggio, e pur se perdenti, si presentarono al cospetto del faraoni con i loro carri tirati da buoi, e sopra i carri c’erano le famiglie e tutti i loro averi.
Sempre nel complesso sacro di Medinet Habu si possono distinguere, in una incisione, i navigli siculi che solcano le acque del Nilo. Altre incisioni mostrano i Siculi vinti ed imprigionati dagli egizi, ed il mantenimento della loro vita, molto probabilmente, fu legato alla loro accettazione dei culti egizi, all’abiura della fede negli dei di origine europea. Un canto delle gesta del faraone Ramesse III recita: “Io ho distrutto i Danai delle isole, i Siculi e i Peleset sono annientati, che giunsero dal mare. Essi sono tutti eliminati, resi prigionieri e condotti nel Kemet numerosi come granelli di sabbia sulla riva”. La conoscenza della stoira dei Siculi che va oltre la Sicilia, la si deve agli Egizi che amano scrivere e descrivere in modo prolisso ogni avvenimento politico e sociale, e non solo religioso. In quel periodo i Siculi erano in migrazione forzata, per cui cercavano una terra per continuare a vivere. E questo lo si poteva fare o rischiando il proprio sangue in terra, o giungendo in pacifica migrazione, da bisognosi, facendo poi nascere nella nuova terra i propri, numerosi, figli. Di questo insediamento siculo in Egitto, nei secoli a venire ne beneficerà la Sicilia che oltre alla pastorizia e all’agricoltura, vede le sue coste prosperare di ricchi commerci che proprio i Siculi d’Egitto allacciarono con i Siculi della Sicilia. A ragione, quindi, il maggiore splendore della Sicilia sud orientale si ha dopo l’anno 1000 a.C. con il re Iblone.
Nacquero in quel periodo ler maggiori città chiamate Ibla, lasciando intravedere una presenza urbana rilevante ed un potere politico di un certo interesse. E non a caso il re di questo “regno siculo” di Sicilia prende il nome di Iblone. Infatti, similmente a quanto avviene in Egitto, il re prese il nome dalla deità adorata, probabilmente in tutta la Sicilia: la de Hyblaia. E questo culto egizio viene continuato anche dopo Iblone, con Gelone e Gerone, i due tiranni di Gela i cui nomi si correlano alla dea orientale e ad un gruppo di sacerdoti indovini, ricordati da Cicerone: <<Interprete portentorum, qui Galeotetum in Sicilia nominabantur>>.

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