Giacomo Tamburino – “Non posso, non debbo, non voglio”

«Non posso, non debbo, non voglio»: il nuovo libro di Giacomo Tamburino
Un secolo di vicende familiari nella Mineo post borbonica

Lucia Varvaro (“La Sicilia”, domenica 23 ottobre 2011, p. 29)

[pullquote]E’ un libro di storie di amori, felici o tragici, storie umane scandite da rigide convenzioni che il tempo cominciava già a sgretolare[/pullquote]

E’ il racconto (editore Maimone) di un secolo di vicende familiari ricostruite catturando e cucendo ricordi. Sullo sfondo la cittadina di Mineo, il tramonto dell’epoca borbonica, i nuovi fermenti politici. In primo piano, in un universo poliedrico ed intenso, una doppia trilogia di figure femminili trattate con arguzia, con accorata pietà e mordente ironia. Queste giovani donne ci passano accanto e all’inizio ci appaiono lontane ma l’abilità dello scrittore le fa diventare tessere di un più grande mosaico, di vicende che si ripetono e scopriamo così che in fondo all’arco di quelle vite ce ne sono altre, compresa la nostra. Sono figure diverse e la loro complessità è fatta di amore, determinazione, abbandoni e illusioni. Sono vincenti e perdenti, qualcuna di loro riuscirà anche a cambiare le convinzioni dominanti modificando il pensiero comune. In evidenza c’è anche il rapporto, ricco di luci e ombre, tra padre e figlio e la vita di quest’ultimo segnata dai tre dinieghi del titolo del romanzo “Non posso, non debbo, non voglio”. Nel genitore è preponderante il desiderio di aumentare, con matrimoni per il figlio da lui decisi e imposti, un già cospicuo patrimonio assicurando un futuro senza pensieri ai discendenti. E’ la difesa degli interessi personali per mantenere uno status come parafulmine contro le avversità del presente e del futuro. E’ il buon senso di un tempo quando tutto era previsto e prevedibile, quando le certezze imperavano e scandivano le vite. Nel figlio constatiamo all’inizio un’obbedienza assoluta con l’accettazione, senza riserve, del progetto paterno. Ma gli avvenimenti dal percorso tortuoso e difficile avranno un ruolo determinante e Giuseppe, ormai adulto, saprà fare le sue scelte. Abbandonate le influenza esterne e i dettami di una società con i suoi “ideali” da seguire a ogni costo, Giuseppe si riapproprierà della propria volontà, dei propri desideri finalmente libero e responsabile, grazie anche alla sopravvenuta norma borbonica che consentiva il matrimonio, superati i 25 anni senza il consenso paterno. E’ un libro di storie di amori, felici o tragici, storie umane scandite da rigide convenzioni che il tempo cominciava già a sgretolare. Ed è nella bella casa di Camuti, nella campagna di Mineo, che la voce narrante, don Laià, intrattiene i figli e gli amici dei figli su vicende lontane e animato dal desiderio di fare rivivere un passato remoto e farlo diventare presente: di lanciare un ponte generazionale in modo che degli avvenimenti sia disperso il meno possibile. I figli lo ascoltano prima incuriositi e poi sempre più coinvolti dalla magia dei ricordi. Giacomo Tamburino, attraverso una felice operazione di recupero della memoria, ridando vita e poesia a vecchie carte ingiallite dal tempo, riesce a narrarci una storia, anzi più storie di famiglia che ci coinvolgono e ci fanno sentire partecipi degli avvenimenti che scorrono veloci alla nostra lettura. L’autore inoltre ha il grande pregio di toccare una corda che nel profondo del cuore vibra in ognuno di noi: il desiderio che resti traccia di tutto ciò che ci è più caro. Non a caso sulla copertina del libro è riprodotto un dipinto, padre e figlio, di un anonimo siciliano che sembra ricomporre il mosaico dei ricordi, le esperienze fondamentali che forgiano le vite e che l’alchimia dei ricordi fa emergere ricche di significato e sentimento. E mi piace infine intravedere, tra le righe non scritte del libro, una sollecitazione rivolta a tutti noi, un invito a non dimenticare, per ricordare, per tramandare.

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