Il fuoco e la carne – articolo su Luigi Capuana

di Giulio Cattaneo, “La Repubblica”, 1987.07.30, p. 22.

Nato a Mineo, in provincia di Catania, nel 1839, Luigi Capuana visse fra Firenze, Milano, a respirare la grand’aria della metropoli lombarda sull’invito insistente dell’ amico Verga, e Roma, prima di tornare definitivamente in Sicilia. Aveva notevoli qualità di critico, certamente superiori alle capacità inventive, come è evidente dagli Studi sulla letteratura contemporanea dove è un saggio molto sottile su un autore difficile come Carlo Dossi. Uomo dalle molte curiosità, fotografo, acquafortista, incisore su zinco, entomologo, appassionato di spiritismo, Capuana fu l’assertore più convinto e teoricamente più agguerrito del verismo sostenendo il metodo impersonale che vide realizzato nelle opere di Verga, di De Roberto e, naturalmente, nelle proprie. Ma l’attrazione per il soprannaturale si accompagnerà sempre in Capuana all’ interesse per il documento umano come attesta, fra altre novelle giovanili, Il dottor Cymbalus, assai vicino ai racconti fantastici di Tarchetti e di altri scapigliati. Del ’93 è il volume Le appassionate dove sono presi in considerazione casi di coscienza dolorosi o tragici. Questo zibaldone narrativo si distingue da Le paesane dell’ anno successivo che si richiamano alle Rusticane e a Vagabondaggio di Verga. Le appassionate sono l’opera di un provinciale alla ricerca di piaceri acri e nuovi, di ibridismi intentati, che sogna la grande avventura con la donna fatale incontrata di preferenza nel continente e magari straniera da confidare forse all’amico Verga nel Salottino dei sogni, luogo immaginario di ritrovo. Questi casi di coscienza dolorosi o tragici hanno titoli già indicativi come Tortura o Mostruosità. Tortura è il primo dei due racconti usciti nel volumetto Sotto la pergola nella collana Il cigno nero dell’ editore Lucarini, a cura di Riccardo Reim (pagg. 60, lire 9.000) e contemporaneamente pubblicato da Sellerio (pagg. 68, lire 5.000), con una postfazione di Carlo A. Madrignani, il critico più attento di Capuana. In Tortura è la vicenda di una donna che, nell’ assenza del marito, subisce una aggressione del cognato che imprime a tradimento un bollo di fuoco nelle sue carni di moglie immacolata. Di qui uno straziante travaglio del sangue, dei nervi, dell’intelligenza che tornavano a ribellarsi contro l’oltraggio, quasi continuasse tuttavia l’opera sua vituperosa. Naturalmente Teresa esce incinta dall’ oltraggio con la repulsione per il nascituro e il racconto si snoda come un lungo sogno orrendo finché tutto si accomoda alla meno peggio con la morte del bambino, il suicidio del cognato sopraffatto dal rimorso, partito per l’ America ma morto in Australia e la pazzia di lei col ritorno della ragione dopo sei mesi. Il marito non sa nulla. Il tono del racconto è tutto esclamativo, costellato di espressioni come infamia, orribile impressione, delitto, invincibile ribrezzo, baci maledetti, sputo di disprezzo, l’empio germe vitale, agonia. Ammiratore di Angelo Camillo De Meis, studioso hegeliano di storia della medicina, di cui aveva letto, subendone una decisa influenza, il libro Dopo la laurea del ’68, Capuana è fra i pochissimi, se non l’unico scrittore italiano dell’Ottocento nel quale il rapporto fra letteratura e scienza ha un rilievo preciso. Nei suoi romanzi, da Giacinta del ’79 a Profumo del ‘ 91 è naturale la presenza di un medico che esamina con fredda curiosità un bel caso. Il dottor Follini, discepolo del De Meis, se non credeva nell’ anima immortale, credeva nell’ anima e anche nello spirito e il medico cattolico fra i personaggi di Profumo concilia le osservazioni scientifiche con uno spiritualismo del quale lo scrittore sentiva l’ esigenza, nonostante la sua originaria visione dell’ uomo coerentemente meterialistica. Così in Tortura un medico studia il funesto germe d’esaltazione nervosa della protagonista che acconsente alle cure alternandole con le frequenti confessioni in chiesa in una singolare convergenza di consigli da parte del medico e del prete, quasi d’accordo. La prima stesura del racconto è del 1888 per il “Corriere di Napoli” e Tortura apre cinque anni dopo Le appassionate con qualche modifica come il passaggio dalla pazzia senza rimedio di Teresa alla guarigione, per la verità anche troppo rapida. Del ’92 è L’innocente di D’Annunzio nel suo momento tolstojano col quale Tortura ha qualche somiglianza. Teresa era soggiaciuta per l’annientamento d’ogni forza, vinta da un immenso stupore, quasi fosse stata non già vittima, ma testimone di quel delitto! mentre Giuliana dell’Innocente cedeva ad un abile seduttore con l’anima che non consentiva, scontando con l’inferno un minuto di debolezza. Teresa ha il sospetto di una sua debolezza e di un cieco assentimento di sensi. La moglie non più immacolata non poteva pensare, senza raccapriccio, alla continua presenza di quell’ insultante testimone dell’ ignominia di lei e l’impura Giuliana ha in orrore il nascituro. In Tortura sono personaggi qualsiasi, di scarso rilievo intellettuale, ma Tullio Hermil dell’Innocente è uno spirito eletto, uno spirito raro, che commenta tuttavia il fatto come un comune mortale ottocentesco fra raccapriccio, ribrezzo, parossismo d’inutile disperazione, vergogna, miseria, agonia, tortura senza nome. L’ ignominia è solo della donna e, nonostante le autoaccuse, lo spirito eletto e raro, sempre maschio, vede nobilitato ogni suo atto dalla rarità delle proprie sensazioni. Usciti tutti e due sul “Corriere di Napoli” della Serao e di Scarfoglio, Tortura e L’innocente hanno in comune soltanto motivi di contenuto: lo stile malioso di D’ Annunzio è lontano dalla scrittura enfatica di Capuana che, come sempre, non riesce a nascondere aridità e piattezza. Sotto la pergola è il secondo racconto che dà il titolo al libro dell’edizione Lucarini, ricavato da Terra natale del 1915, l’anno della morte dell’autore. L’ambiente è paesano e la storia ha origine da un delitto involontario commesso trent’anni prima, con un finale miracolistico, ma al quale è data, al solito, una spiegazione scientifica, nel solito studio accurato e coscienzioso, come notava Verga, del documento umano.

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