Il sasso Ghigò – articolo su Giuseppe Bonaviri

di Stefano Giovanardi, “La Repubblica”, 1990.11.02, p. 33.

La fantasia creativa di Giuseppe Bonaviri è sempre stata debitrice del mondo infantile e quindi, inevitabilmente, della dimensione autobiografica: fin dal romanzo d’esordio, l’ormai famoso Il sarto della stradalunga, vicende e caratteri dei suoi familiari si collocavano al centro dell’orizzonte narrativo e in qualche misura decidevano, proprio per il loro radicarsi negli ambienti e nella cultura siciliana della natia Mineo, anche delle scelte stilistiche e dell’aura complessiva della scrittura. La fervida immaginazione tipica dell’infanzia ha così trovato un naturale incremento nella forte vocazione mitica delle tradizioni isolane, a loro volta collegate a una sorta di ingenuità aurorale perennemente stupita dalla natura e dal mondo: un’ingenuità complicata e raffinata, che forse costituisce la cifra più autentica e indistruttibile del narratore Bonaviri. Lo conferma, ammesso che ce ne sia bisogno, questo Ghigò che va ora in libreria (Mondadori, pagg. 167, lire 27.000) e che, anziché romanzo, potrebbe più propriamente definirsi un volume di memorie familiari. Sono la madre di Giuseppe e la ventiquattresima figlia di mastro Salvatore Casaccio panettiere in Mineo: così comincia il libro, e per tutta la prima parte è Papé Casaccio, appunto madre di Bonaviri, a fare da io narrante per ripercorrere gli eventi della sua difficile gioventù, segnata dall’ emigrazione in America insieme a gran parte della famiglia e dal ritorno a casa dopo quattro anni per assistere il vecchio padre nel frattempo rimasto vedovo. Ma il racconto di Papé, pur costellato di angosce e lutti inclusa una terribile tempesta durante la traversata dell’Oceano Atlantico alla volta di New York, assume da subito l’andamento inconfondibile della favola popolare, con una prepotente inclinazione al meraviglioso che si insinua fin nelle più recondite pieghe della scrittura, dando corpo in fulminei scorci a personaggi e situazioni eccezionali: come, ad esempio, una donna di Bagheria, emigrante come Papé, che nella nave se ne stava coricata sul pavimento nudo con accanto una capra. Ed ecco, in pochi tratti, tutto intero il personaggio: Dopo aver succhiato del latte da una mammella della capra, con una strana parlata cominciò a dire: O dio delle acque, ora che lo mondo è perfetto e le nuvole abbandonano questo mare, vieni su, vieni, emergi, e riempi l’oceano del tuo soffio. Da te tutti dipendiamo, o padre. Non c’è molta differenza, mi sembra, tra l’animismo vagamente magico di questa invocazione e le fole misteriosofiche che popolano l’infanzia di Giuseppe: le ombre proiettate dagli alberi che sarebbero i pensieri tristi di Dio, il pipistrello che parla e bestemmia, il fiume che può assorbire nelle sue onde chi lo guarda, gli spiriti delle piante che si lamentano quando le si percuote e che non amano noi uomini. L’infanzia rivisitata, insomma, rimanda a Bonaviri un’eco antichissima, ancestrale nella quale è racchiusa la chiave antropologica di una sicilianità intesa come inquietante archeologia del sapere. Non è certo per caso che una considerevole parte dei ricordi infantili dello scrittore è occupata dai discorsi metafisici del padre Nané (appunto il sarto della stradalunga) o dalle estemporanee riflessioni filosofiche di donne, massari o addirittura compagni di gioco. Giuseppe, che nella seconda parte del libro si sostituisce alla madre nella funzione di io narrante, entra nella vita come si entra in un fitto reticolato di misteri e di sogni, in cui la stessa nozione di realtà presenta tratti continuamente sfuggenti, e comunque non dissimili da quelli delle piccole favole o dei grandi miti gelosamente custoditi e alimentati dalla gente dei campi. Il titolo stesso del volume, del resto, rimanda a corrispondenze arcane, quasi ad altre dimensioni: Gianluigi, viene detto a mo’ di epigrafe, nato il 30 novembre 1987, a quattro mesi disse la prima parola: GHIGO’. E Ghigò fu il sasso, ghigò il passero, ghigò il ruscello, ghigò la stella Marte. E ghigò, apprendiamo in seguito, è il grido emesso da una torma di bambini volanti che appare in una visione alla giovane Papé: un linguaggio di altri mondi che resiste al tempo e allo spazio serbando intatto il mistero del miracolo della nascita e dei primi mesi di vita che di quel miracolo sono ancora in qualche modo testimoni. Ecco: per Bonaviri lo scorrere della vita coincide con un lento dimenticare l’evento meraviglioso che le ha dato inizio. E allora, sembra dire, è compito dello scrittore ritardare il più possibile quell’oblio, riconquistandosi ogni volta le fantasie e le dimensioni dell’infanzia. Per questo, probabilmente, un libro come Ghigò, che risulta a suo modo un resoconto di vita vissuta, finisce con l’assomigliare in modo impressionante a quelle tranches di vita inventata che sono i romanzi: la stella polare della memoria di Bonaviri punta a un radicale altrove, a un orizzonte lungo il quale la vita è un segreto. Un segreto da non svelare mai.

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