Mi chiamo mercoledì – articolo su Giuseppe Bonaviri

di Stefano Giovanardi, “La Repubblica”, 1988.06.12, p. 30.

La materia di cui è fatta la narrativa può presentare, un po’ come quella dei corpi celesti, dei gradi assai diversi di densità e concentrazione: non tanto, voglio dire, nel suo disporsi sulla pagina (sebbene anche in tale operazione si possa a piacimento diluire o infittire il magma linguistico), quanto nella fase pur sempre misteriosa dell’ideazione, nella selezione di temi e fantasmi immaginativi, nel gioco simbolico che più o meno riassorbe e traveste i dati del reale. Il fenomeno, naturalmente, è molto più evidente e quasi tangibile negli scrittori tendenzialmente monotematici, scrittori che quasi sempre attingono da un’unica mitologia eletta a fonte privilegiata d’ispirazione, e i cui romanzi si distinguono tra loro proprio in base ai livelli di concentrazione simbolica che quella mitologia di volta in volta assume. Per Giuseppe Bonaviri, ad esempio, la mitologia è esplicita: vi dominano il suo luogo natale (Mineo, in prossimità di Catania) e le figure dei genitori, evidentemente connesse col feticcio aurorale della nascita. Alla storia di suo padre aveva dedicato il romanzo d’esordio, quel Sarto della stradalunga che rimane la sua opera più nota e che si svolgeva per larghe campate narrative, capaci di contenere, e anzi utilizzare per acquistare maggior slancio, le frequentissime intrusioni del registro lirico, dell’evasione fantastica, dell’aggressione linguistica. Successivamente, ad esempio in Notti sull’altura, quella materia aveva cominciato a contrarsi e metaforizzarsi (Mineo diventava Qalat-Minaw e la Sicilia natia irraggiava riducendo il suo nucleo proiezioni fantastiche di sapore arabeggiante), fino a identificarsi, nel più recente L’incominciamento, con una sostanza silenziosa e quasi rimossa, del tutto esteriorizzata in mille figurine diverse, in mille lampi lirici o meditativi. Ora, in Il dormiveglia (Mondadori, pagg. 233, lire 22.000), ho l’impressione che il processo di concentrazione abbia raggiunto il suo culmine: il dato autobiografico, le figure paterna e materna, Mineo, hanno conseguito mettendola in termini astrali la densità abissale del buco nero; sono divenuti una sorta di antimateria che, in virtù di una forza gravitazionale fortissima, attrae ogni materiale esterno, ogni proiezione fantastica verso il proprio invisibile centro, facendo convergere ad altissima velocità e nel massimo disordine tutte le possibili tranches narrative. Scienziati di varia specializzazione, i personaggi del romanzo dai nomi gratuiti di Epaminonda, Joseph Cooper, Li Po, oltre all’io narrante Mercoledì collaborano tutti allo studio del dormiveglia, lo stato ambiguo del presogno in cui si può cogliere, nell’ossessione delle allucinazioni ricorrenti, una sorta di primordiale verità dell’individuo. Ma l’oggetto della loro indagine si identifica da subito con la loro stessa condizione, con i rapidi cambiamenti d’orizzonte (dalla Sicilia a Roma, e poi in Cina, negli abissi oceanici, sulla luna, a New York) e con l’affollarsi di personaggi senza volto mescolati a personaggi invece identificabili (si aggrega al gruppo l’astronauta Gagarin, e appare infine, in una parte non secondaria, Mefistofele), caratteristici di uno stato di assoluta libertà della psiche, e di annientamento del pensiero organizzato. Tuttavia in questa terribile confusione di luoghi, persone, situazioni e stati d’animo, l’io narrante Mercoledì rivela un vissuto, fissato anch’esso nei fantasmi del dormiveglia, in tutto coincidente con l’autobiografia dell’autore: di nuovo il padre sarto don Nané, la madre Papé Casaccio, Mineo. Si tratta, però, di fantasmi, emanazioni evanescenti di ciò che è morto, verità originarie che spariscono (tornano appunto al loro stato di morte) non appena il pensiero cosciente comincia a funzionare. Attraverso il dormiveglia, la mitologia della nascita si ribalta in incontrollata contemplazione della fine, e l’energia liberata dalla stasi coatta dell’elaborazione concettuale si trasforma in una vorticosa e faticosa invenzione: l’invenzione di un universo comunque dicibile, pur nel suo disordine, proprio in virtù del suo non essere pensabile, del suo non essere vita, ossia intervallo in fondo gratuito fra i due momenti arcanamente coincidenti del nascere e del morire. Forse, dall’interno di quel terrorizzante buco nero, da quel luogo inesplorato dove nascita e morte si sovrappongono e traspaiono l’una dall’altra, Bonaviri ha dipanato il suo romanzo più sincero: senza darlo tanto a parere, ha osato in qualche modo oltrepassare un labile ma decisivo punto di non ritorno. Il punto, intendo, al di là del quale la consolazione della letteratura non funziona più.

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