Siamo tutti pellegrini – articolo su Giuseppe Bonaviri

di Laura Lilli, “La Repubblica”, 1987.06.07, p. 29.

Vassene lo più gente/in terra d’oltremare scriveva Ciullo d’ Alcamo. Certo, lui si riferiva al gentile crociato siciliano che lasciava la fidanzata lassa e dolente. Ma anche molti scrittori, da cent’anni a questa parte, sono fuggiti dalla nostra società sfasciata, come dice a Milano Vincenzo Consolo, in cerca di una regione, di un porto, di una felicità sociale diversa. Ai nomi di Verga, di Pirandello, di Brancati, di Vittorini, oggi si possono aggiungere almeno quelli di Vincenzo Consolo, appunto, di Giuseppe Bonaviri, di Stefano D’Arrigo. In tutti si avverte la malinconia dell’emigrato, ma anche la forza di chi vuole esprimersi malgrado ogni difficoltà. Naturalmente Vittorini col suo “Politecnico” e la sua ricerca della classe operaia del Nord è stato per molti la grande calamita. Racconta Vincenzo Consolo: Quando sono venuto qui definitivamente, nel ’68, Vittorini non c’era già più. Però avevo avuto modo di sfiorarlo, nel ’61. Avevo un compagno di università che era amico di suo figlio. Lo invidiavo. Poi, nel ’63, Mondadori pubblicò il mio primo libro, La ferita dell’aprile. Vittorini, che era già da Einaudi, faceva mezza giornata alla settimana da Mondadori, come consulente. Una sera, uscendo dalla casa editrice in via Bianca di Savoia, pioveva. Passò Giacomo Debenedetti con la lobbia. Passò Vittorini con l’ombrello e mi chiese: Dove va? Venga, l’accompagno. Mi condusse nel suo studio. Mi disse che aveva letto il mio libro e che gli era piaciuto. Però non parlammo d’altro. Eravamo timidi, silenziosi. E Giuseppe Bonaviri, a Frosinone, nel suo appartamento fitto di carte e di libri mi conduce in una stanza che è come una grotta, colma fino al soffitto di vecchie lettere. I mobili non si vedono più, solo in una vetrinetta appaiono alcuni medicinali (Bonaviri è medico). Con gesto sicuro estrae dal mucchio una busta ingiallita: Ecco cosa mi scriveva Vittorini. Prima di tutto guardi l’indirizzo: al signor Giovanni Bonaviri. Il nome è sbagliato: non mi conosceva, non c’erano raccomandazioni. Sul Sarto della stradalunga (il primo romanzo di Bonaviri, ndr) mi scriveva che la materia era scontata, ma che io avevo fatto qualcosa di nuovo. Più tardi, quando mi conobbe, fu sorpreso che fossi un medico. Pensava che fossi un operaio particolarmente intelligente. Vincenzo Consolo indossa jeans e un camiciotto a scacchi. Il suo studio-salotto è quadrato, con scaffali bianchi. Su una mensola un busto di Garibaldi, alle pareti un proclama di Emilio Morosini che dice: Italiani della Sicilia, la storia vi obbliga ad essere grandi e un bollettino di guerra del pro-dittatore Depretis. Fra i dorsi arancione dei vecchi libri Einaudi, una copia dell’Ignoto marinaio di Antonello da Messina (da cui il romanzo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, che lo ha reso famoso, ndr) disegnata da Guttuso, col volto rivolto dalla parte opposta rispetto all’ originale. Vissi una prima volta a Milano da studente, poi tornai in Sicilia: volevo fare lo scrittore di tipo sociale, come Carlo Levi o Danilo Dolci. La decisione di ripartire non fu facile. Sciascia mi diceva: vai. Un altro amico, Lucio Piccolo, mi diceva: resta. Piccolo era un tipo curioso, che girava con un cameriere che gli portava le lenzuola. Aveva esordito prima di suo cugino Tomasi di Lampedusa: lo scoprì Montale. Anzi, fu Piccolo a farsi scoprire da lui. Sapeva che c’era il concorso di poesia Terme San Pellegrino, fece stampare nove liriche e le mandò a Montale senza francobollo. Montale si indispettì, come lui prevedeva: ma lo notò e lo presentò al premio. Io sono nato sul mare a Sant’Agata di Militello, tra Palermo e Messina. Il mare per me è l’esistenza da cui volevo fuggire, per andare verso la storia. E’ importante approdare, ma conta anche il punto di partenza. E certo, oggi che i miti sono tramontati, mi accorgo che il guaio di chi è partito, è che non è più né di qui né di là. Vivo a Milano, ma Milano mi ignora. Scrivo per un giornale di Roma, i miei libri escono a Torino… Milano ha bei momenti illuministici, ma oggi fa paura. E’ la città della moda. Tutti osannano questi sarti, che in definitiva si sono arricchiti col lavoro nero. E in più si sono messi in testa di fare cultura, e la cultura diventa chiacchiera. Mi sembravano più eleganti i cummenda anni Cinquanta. Chi non si adegua è messo da parte. Giorni fa sono andato da una sarta, nello spazio-cultura del suo grande palazzo. C’era il vuoto spinto malgrado la folla, come dappertutto. Per fortuna ho incontrato Giuseppe Pontiggia, ci siamo messi in un angolo insieme. Tutta negativa, dunque, la sua fuga dalla Sicilia?. No. Io scrivo della Sicilia, perché lo scrittore scrive sempre con lo sguardo rivolto indietro. Però non è solo memoria: è anche metafora. Le mie rievocazioni non sono fine a se stesse: io vorrei che tra le righe si leggesse anche la Milano di oggi. Anzi, più della sola Milano, visto che il mondo si sta tutto omologando, come si dice. A questo proposito, la questione che lei pone, della storia letteraria scritta anche pensando alla geografia, mi sembra davvero inattuale. Scrivere delle differenze regionali ora che le regioni quasi non esistono più… Ho fatto il lettore per una casa editrice. Alla fine degli anni Sessanta c’era una sorta di vallo: non si parlava più di realtà regionali, ma nazionali, e forse di tutto il mondo. Anche Giuseppe Bonaviri, sulle prime, si mostra contrario all’idea di una letteratura per regioni. La letteratura, dice, non ha frontiere, è universale. E Stefano D’Arrigo, sulle prime, parla di prospettiva da brivido, di atteggiamento razzista. Tuttavia sia l’uno che l’altro mostrano una certa ambivalenza su questo tema. Bonaviri, in particolare, si precipita a capofitto su quello che scopro essere il suo chiodo fisso: l’ applicazione delle forze biologiche alla letteratura, all’etica e forse alla cosmogonia. Abbiamo le nostre radici, osserva. Se un bambino ha mangiato carne o pere quando c’ era un certo ambiente terragno-biologico, diventerà un adulto diverso da chi ha mangiato le stesse cose in un altro ambiente. Una mela siciliana è tutt’altra cosa da una mela polacca o anche lombarda. Perché? Prenda venti palline di colori diversi, che sarebbero gli atomi dei carboidrati. Con dei fili, in una stanza, li può disporre come vuole: danno caratteristiche dinamico-biologiche diverse… Certo, ormai c’è una commistione di culture… Però la mia scrittura è un castello con tante finestre, che guardano magari la Cina o l’America, ed è diverso da un altro castello accanto al mio che guarda l’Africa e la Germania… io ho una visione biologica delle cose che scrivo… A volte mi chiedo: se non nascesse più nessuno, sarebbe un bene o un male per il nostro pianeta?… Io volevo essere il più grande poeta di Mineo, grande come il massaro Turi Alia. A Mineo tutti erano poeti, Pitré lo chiamava il Parnaso siculo. Anche mio padre era poeta segretamente, io poi ho raccolto le sue poesie. Sull’altopiano di Camuti, sopra Mineo, c’era la pietra della poesia, Luigi Capuana l’ha fotografata. Una volta l’anno venivano i poeti a gareggiare: le forze elettromagnetiche del sottosuolo, come nel tempio di Delfi in Grecia…. Giuseppe Bonaviri fa collezione di pietre e di nidi di uccelli, e me la mostra. Mi mostra anche la finestra voltando le spalle alla quale scrive quei suoi libri magici e fantastici. Scrive in camera da letto, in poltrona, le gambe sul letto, la schiena al panorama, che è verde e collinoso. Spiega: Per me siciliano, abituato alla petraia, è troppo verde. Per questo gli volto le spalle. Nel suo bell’appartamento raccolto e un po’ nascosto alla Città Giardino, a Roma, Stefano D’ Arrigo parla adagio, misurando le parole. Lo circonda un’ autentica pinacoteca: moltissimi quadri di Guttuso giovane (‘ 47-’48) (ci vedevamo spesso prima che lui diventasse tanto mondano, dicono insieme lui e la moglie Jutta), Omiccioli, Vespignani, De Pisis, Morandi. Finirà per concludere che la storia della letteratura tracciata tenendo conto anche della geografia per uno scrittore è sempre vantaggiosa, e non ghettizzante. Federico II non si sarebbe tirato indietro. E citerà, dal suo Codice siciliano una poesia scritta per la madre: Nessuno più mi chiama in una lingua che mia madre fa bionda azzurra e sveva dal nord al seguito di Federico…. A questa conclusione arriva un poco per volta, attraverso una lunga riflessione sul tema lingua-dialetto, che, dall’autore di Horcynus Orca, era da prevedersi. Ha ragione Bufalino, dice, l’italiano è la prima e unica lingua che ci dobbiamo conquistare. All’inizio abbiamo a che fare col dialetto: che non è una disgrazia, ma una felicità, una miniera. Prima dell’Horcynus mi chiedevo accorato in quale lingua avrei scritto questo megaromanzo sulla Sicilia, sul Mezzogiorno. Avevo paura della lingua letteraria. L’italiano, più che per i romanzi, sembra fatto per inni sacri, odi… Anche il Manzoni non sapeva se avrebbe scritto di Renzo e Lucia in questa lingua letteraria o in lombardo: ci è passato anche lui, per queste strettoie. Gramsci diceva che si può parlare della propria terra restandoci o allontandosi e poi tornando. Con l’Horcynus non ho mai smesso di andare e tornare. Ci sono 2.500 fonemi tra Scilla e Cariddi. Io avevo corrispondenti a Cariddi, a Torre Faro… quando avevo un fardello di dubbi, andavo, e tornavo con alcuni capitoli belli e scritti. Così ho creato questa lingua nuova, mediterranea. In nessun altro modo avrei potuto raccontare la storia di un marinaio che torna da una guerra non sua (la guerra mondiale, ndr) per morire in una delle tante, ricorrenti guerre sue. Partecipa a una regata per guadagnare tanto da farsi una palamitara, mette insieme un equipaggio di ragazzi e, per una fatalità, una sentinella che sta su una nave americana lo uccide. Come mi è venuta l’idea dell’ Orca? Volevo dare conoscenza della morte, e della morte marina. Far apparire questo animale che raramente arriva nel Mediterraneo e porta la morte insieme alla morte che io avevo pensato per ‘Ndria Cambria. Mi è parso che sarebbe stato un maremoto di bellezza. Volo-nolo, voglio e non voglio: questo, dunque forse a ragione sembra essere l’atteggiamento di alcuni tra i maggiori scrittori siciliani nei confronti di chi li guardi anche attraverso la lente geografica. Certo, però, non si può dire che abbiano tagliato i legami con la loro terra.

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