Bonaviri e Sciascia la Sicilia in posa

di Paolo Mauri, “La Repubblica”, 1999.02.11, p. 38.

E’ diventato un nuovo genere letterario quello delle biografie miste di documenti e immagini o fotobiografie come quella ormai classica di Pessoa allestita da Maria José de Lancastre che uscì in Portogallo diversi anni fa e fu subito entusiasticamente accolta da Contini sulle pagine del Corriere. Il genere fotobiografico è, va da sé, squisitamente novecentesco anche se per i secoli passati si possono combinare ritratti e documenti con esiti forse ancora più cospicui, come nel caso del Manzoni per immagini opera di Pietro Citati e Este Milani o del ritratto dal vero di Carlo Porta firmato da Dante Isella. Tocca ora a Giuseppe Bonaviri il monumento archivistico e fotografico che Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla hanno preparato, auspice il Comune di Mineo, per la cooperativa editrice La Cantinella (pagg. 506, lire 48.000) e quasi in contemporanea ad un altro siciliano, Leonardo Sciascia, è dedicato – sempre in chiave di omaggio fotobiografico e critico – l’ultimo Almanacco Bompiani curato da Matteo Collura (pagg. 160, lire 40.000). Parlo di monumenti perché queste biografie inevitabilmente sfiorano l’agiografia e “santificano” ogni reliquia. Mi ricordo la delusione provata nel vedere la probabile casa dei doganieri alta sulla collina nella fotobiografia di Montale curata da Franco Contorbia. Qui, nel Bonaviri, mi delude invece la pietra della poesia che nella favolosa Mineo dove nacque il sarto della stradalunga rimandava a tradizioni antiche di verseggiatori popolari e dialettali, tra cui il mio quasi omonimo secentesco Paolo Maura che proprio Bonaviri ripubblicò anni fa nella raffinata collana bianca di Sellerio amministrata proprio da Sciascia. Insomma a me la pietra della poesia pareva dover essere qualcosa di più di un semplice masso di proporzioni modeste. Così come mai avrei immaginato che la “stradalunga” dell’omonimo romanzo fosse così stretta. Per dire che alla fine la fantasia dei narratori rende “vere” strade e case, ma al di là, ovviamente, dei modelli reali a cui si riferiscono. Quanto ci dice, quanto si fa “documento” importante la fotografia nel caso di uno scrittore? L’album di Bonaviri, per esempio, è quasi tutto privato, a testimonianza di una vita appartata, spesa nella scrittura e nella professione medica. Ma siccome l’opera narrativa è di fatto per Bonaviri una proiezione favolosa del proprio privato ecco che certe foto di famiglia diventano se non preziose almeno sfiziose (dico quelle dei genitori, dei nonni, delle case, dell’asino). Una foto lo ritrae con Giulio Einaudi a Mosca. “Ma lui voleva sempre uscire la sera”, raccontò una volta Bonaviri, “mentre io per abitudine vado a letto presto”. Anche nella fotobiografia di Sciascia c’è una foto dello scrittore con Einaudi e Calvino. Ambedue, Bonaviri e Sciascia esordirono da Einaudi. E per Bonaviri fu proprio Calvino a cogliere ed amare l’andamento favolistico, molto meglio di Vittorini che ha sempre l’aria del maestrino con la matita rossa e blu in mano e che quando lo vide per la prima volta credeva (o sperava) fosse un operaio-scrittore, mentre era un giovane medico, questo sì, comunista. Nell’album dedicato a Sciascia c’è anche uno scritto di Bonaviri che rifiuta l’immagine divulgata di uno Sciascia scrittore civile e cerca in lui il pudore espressivo, una tecnica di scrittura originale. Le fotobiografie, alla fine, sono un po’ per i feticisti della letteratura, per i fans club. Se le allineiamo in uno scaffale ideale, a parte le straniere e specialmente le anglosassoni, anche le nostre cominciano ad essere molte. Vengono in mente gli album Pirandello e Svevo, Pavese e Fenoglio e di recente Lanza Tomasi. Su Gadda sono stati confezionati libri fotografici (la sua Milano). Ancora manca Pasolini e si capisce. Lì l’esibizione del corpo e l’uso dell’immagine sono tutt’altro che casuali e secondari. Ricorda D’Annunzio. Non sarà, il suo, un album facile da mettere insieme.

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