I Malavoglia comprati e venduti

di Paolo Mauri, “La Repubblica”, 1999.10.23, p. 36.

I visitatori della mostra dedicata a Giovanni Verga che si apre oggi a Catania (nel complesso delle Ciminiere, fino al 20 dicembre, mentre da domani a martedì si terrà un convegno) potranno scrutare senza scandalo il manoscritto dei Malavoglia: è un reperto prezioso. Verga lo aveva regalato a Luigi Capuana su sua esplicita richiesta. A Capuana piaceva far collezione di manoscritti: nelle sue mani finì anche la copia originale dei Viceré di Federico De Roberto. Capuana morì nel 1915 lasciando una moglie, Adelaide Bernardini, molto più giovane di lui. Soprattutto lasciandola in un mare di guai finanziari: cambiali, debiti, dissapori famigliari. Qualche anno dopo, morto anche Verga, donna Adelaide pensò bene di mettere in vendita il manoscritto dei Malavoglia: con loro sorpresa gli amici e gli estimatori dello scrittore, intervenuti ad una serata commemorativa al Teatro Comunale di Bologna, videro il manoscritto esposto nel foyer. Salvator Gotta, che era presente, scrisse: “Serbo ricordo di quella serata come di una fra le più notevoli della mia vita artistica”. Era intervenuto Pirandello per tenere il discorso commemorativo. Furono poi recitate La cavalleria rusticana e La lupa con Emma Gramatica, Vera Vergani ed altri. Ma l’idea che il manoscritto del romanzo fosse posto in vendita turbò molti presenti. Qualche giorno dopo Pirandello scrisse una lettera aperta al cavalier Ardizzone, direttore del Giornale di Sicilia. Vi rammentava i fatti già da noi ricordati: che il manoscritto era stato dato a Capuana e che la vedova di lui lo aveva messo in vendita. “Non voglio far commenti”, seguitava Pirandello. “Voglio esprimere soltanto il dolore che provo, cocentissimo, e per il fatto in sé, e per il male illimitato che si seguita a fare alla buona memoria di Luigi Capuana, il quale senza dubbio avrebbe sofferto indicibilmente se, prima di morire, avesse potuto prevedere questo fatto”. La lettera si concludeva con la proposta, che certo sarebbe piaciuta a Capuana, di restituirlo agli eredi o di comprarlo dalla vedova per darlo al Municipio di Catania. In un P.S., quasi a sventare altre cartacee disfatte, Pirandello diceva di sapere che anche il manoscritto dei Viceré era nelle mani della vedova Capuana. La quale, naturalmente, reagì attaccando. Mandò una risposta al Giornale di Sicilia che non fu pubblicata e scrisse poi una lunga lettera a De Roberto attaccando Pirandello e concludendo che avrebbe ceduto il manoscritto a non meno di diecimila lire che diventavano ventimila se a concorrere all’acquisto fosse stato il Municipio di Catania. De Roberto, per l’imbarazzo, prese le distanze. Il materiale manoscritto di casa Verga fu ceduto alla famiglia Perroni. Ma nel dopoguerra, quando Mondadori fece fare un microfilm, ne mancava una parte. Nel ’78 fu acquistato dalla Regione Siciliana e oggi il manoscritto dei Malavoglia e quello dei Viceré appartengono alla Biblioteca Regionale Universitaria di Catania. Le vicende dell’autografo verghiano che fin qui ho riassunto sono raccontate da Gianvito Resta nel volume-catalogo Giovanni Verga – Una biblioteca da ascoltare (edizioni De Luca), che contiene anche i saggi di Aurelio Rigoli, Sarah Zappulla Muscarà, Annamaria Andreoli, Anna Mattei e Claudio Strinati. Le carte, le carte… farfugliavano don Diego e don Ferdinando Trao nel Mastro don Gesualdo quando andavano cercando nei loro archivi le patenti di nobiltà. E le carte verghiane dove ci portano? Paradossalmente scoprono un Verga molto più milanese che siciliano. O per meglio dire: siciliano nella scoperta narrativa del mondo dei Malavoglia o di Mastro don Gesualdo, ma ormai stabilmente milanese per residenza e dunque per frequentazioni e talvolta milanesissimo persino per letture visto che nella sua biblioteca teneva, oltre ad un’edizione delle poesie del Porta (quella di Robecchi del 1887) anche El nost Milan di Carlo Bertolazzi che gliene aveva fatto dono. A Milano, inoltre, Verga aveva consacrato un volume di novelle intitolato Per le vie, novelle pubblicate dapprima sui giornali e poi in volume, da Treves, nel 1883. Il libro ebbe anche successo ma poi scomparve, nel senso che quelle novelle furono mescolate alle altre novelle verghiane e un po’ sommerse da quelle d’ambiente siciliano giustamente celebri. Eppure non si tratta di cose minori, semplicemente si tratta di un Verga che non coincide con il cliché ormai un po’ pietrificato del Verga verista d’ambito siciliano. “Come il bugigattolo dei portinai non vedeva mai il sole, e avevano una figliola rachitica, la mettevano a sedere nel vano della finestra, e ve la lasciavano tutto il santo giorno, sicché i vicini la chiamavano “il canarino del n. 15″”. La novella con questo titolo che introduce in un ambiente tipico della vita cittadina fu anche alla base di un dramma, intitolato poi In portineria che ebbe un certo successo e fu interpretato anche dalla Duse. Sebbene fosse convinto che il teatro fosse una forma artistica inferiore alla narrativa Verga non disdegnava di servirsene: un po’ come i letterati dei nostri giorni usano talvolta il cinema o la televisione. è celebre una lettera al Capuana in cui Verga fa balenare all’amico, autoreclusosi nella sua Mineo, la possibilità di guadagni facili, magari scrivendo anche soltanto un atto unico! Verga è dunque già un uomo in sintonia con la società industriale: attento al profitto e pronto al nuovo. Se si pensa alle molte stagioni attraversate da Verga non si può non vedere in lui un grande sperimentatore, più che il consapevole titolare della ricetta verista che tanto piacque ai suoi critici impegnati di metà Novecento. E difatti si può dire arrivasse prima al risultato e poi alla consapevolezza di esso, mentre andava cercando nient’altro che la sublime verità del parlato. Temperata, suggerisce Annamaria Andreoli, dal ricorso a qualche lettura alta. Chi avrebbe detto che il celebre incipit della Roba, dove un ipotetico viandante viene a sapere che i campi che sta attraversando sono tutti di Mazzarò, discenda da un’analoga situazione del Rouge et le noir? Che sarebbe accaduto di lui, se, completando il ciclo dei vinti, avesse potuto scrivere L’uomo di lusso di cui non resta a noi che l’idea? Verga era ben disposto a cambiare d’abito e d’ambiente: non per nulla le novelle milanesi seguono le grandi realizzazioni siciliane. è vero che I Malavoglia gli dettero dei dispiaceri. Il libro non si vendeva bene e i critici stentavano a capirlo. Resta, insieme al Mastro don Gesualdo, il suo libro più grande. Meriterebbe il tributo di letture ormai affrancate dalle vecchie solfe del riscatto degli umili che a qualcuno parvero una sorta di domanda di iscrizione al partito socialista ed erano invece il geniale referto intorno all’umanità di un artista che progressista in proprio davvero non fu mai.

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