Le fantastiche cronache del Dottor Bilob – articolo su Giuseppe Bonaviri

di Paolo Mauri, “La Repubblica”, 1995.03.03, p. 38.

Giuseppe Bonaviri uno e due, verrebbe voglia di dire. Il Giuseppe Bonaviri uno (o due, a scelta, dipende da che parte lo si prende) fa il medico, lo faceva fino a poco tempo fa (ora ha compiuto settant’anni). L’altro fa lo scrittore, il letterato. Il Bonaviri uno estrae da una tasca della giacca il ricettario e scrive, al solito modo incomprensibile dei medici, il nome di qualche medicina. L’altro, il due, il letterato, tira fuori una poesia appena scritta, una recensione, la lettera di un editore straniero oppure un sasso colorato, un nido, raccolto durante l’ultima passeggiata. A pensarci bene quella del viandante è la collocazione ideale di Bonaviri. E’ un uomo sbucato da un tempo antico (il tempo immobile delle fiabe) con addosso l’ansia di rimisurare il mondo. Un poeta scienziato, o viceversa, sempre per quella idea di uomo binario di cui dicevo prima. Il suo primo libro, Il sarto della strada lunga (1954), fu un Gettone vittoriniano. Bonaviri racconta d’essere andato lui stesso a Boccadimagra per cercare Vittorini: allora non era facile pubblicare per un esordiente. Il sarto era suo padre, con la bottega aperta sulla strada, a Mineo, in Sicilia, lo stesso paese di Luigi Capuana. A un certo punto il vento si mette a parlare, a interloquire con gli altri personaggi. Il segreto di Bonaviri è ascoltare tutte le voci. L’ultimo suo libro si chiama Il dottor Bilob e lo ha pubblicato Sellerio in queste ultime settimane (pagg. 141, lire 15.000). Bilob è naturalmente l’autore, senza neppure troppi misteri. La storia prende le mosse dalle nozze della figlia, festeggiate nella Selva di Paliano vicino a Frosinone, dove appunto Bonaviri abita da trent’anni. Dire che vi accade di tutto è poco: si va da uno strano incontro alla stazione di Roma alla trasformazione di una ragazza-ostessa in una specie di semidea; da una curiosa teoria sull’utilizzo degli ultrasuoni enunciata dal fisico Totò si passa a una passeggiata favolosa con due cavalli di razza saracena, le cui femmine escono solo la notte per mantenere chiaro il mantello. E’ un romanzo? E’ un racconto? Io credo che Bonaviri sia soprattutto un cronista, cui piace annotare quanto accade o gli accade senza troppo preoccuparsi di dare una struttura al suo dire. (Tutti i suoi libri sono in fondo un infinito diario). In Bilob, per esempio, si parte dal dato reale, il matrimonio della figlia avvenuto nel 1984, e si nominano anche alcuni invitati (tra l’altro noti come il critico Giacinto Spagnoletti) e si dà conto del luogo dei festeggiamenti, dei preparativi, del pranzo, della musica, degli inconvenienti. Poi però il dottor Bilob va via: col corpo o anche solo con la testa, non importa, per la sua passeggiata notturna con Angelica: e la cronaca, imperterrita, continua senza che l’autore muti per nulla il suo atteggiamento di ‘scientifica’ equidistanza. Senza, aggiungiamo, sorprendersi di nulla, tutto raccogliendo (insisto) come un antico viandante che fa tesoro d’ogni cosa, la più piccola o la più grande non importa. Non capitava forse ai viandanti di un tempo di passare dalla foresta alla reggia? Di sposare magari la figlia del re? Bonaviri ama guardarsi intorno, ma anche (e forse di più) ama immaginare quel che vorrebbe vedere. Il mondo diventa allora più eccitante: la natura profuma, ma anche la ragazza Angelica profuma. Forse riesce a profumare perché lo desidera e insegue certi odori con la memoria… La mente può produrre di tutto. Un uomo (un arabo) che vende palloncini alla Stazione Termini può essere il doppio di un antico poeta o forse una sua reincarnazione. E Angelica un sogno lontano che alla fine si disfa nell’ acqua. Bilob è un uomo che maschera la sua sensualità e la sua insoddisfazione. E’ un irrequieto che si finge bambino, che vorrebbe essere bambino e per questo, se un bambino scarabocchia la casa di Angelica, Bilob adotta subito quel disegno e lo pubblica nel suo libro. Nel suo “scartafaccio”, o brogliaccio di viaggio, sarebbe meglio dire. Una strana commistione tra ragione e magia. O forse solo tra ragione e poesia?

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