Nel baraccone dell’occultismo – articolo su Luigi Capuana

di Paolo Mauri, “La Repubblica”, 1995.02.20, p. 30.

Agli inizi del secolo Luigi Capuana, che tutti conoscono come scrittore realista, anzi teorico del verismo, autore del celebre Marchese di Roccaverdina e siciliano di Mineo, scriveva una lettera aperta ad un altro scrittore, siciliano anche lui, di Agrigento, e suo grande amico, Luigi Pirandello. Tema, un argomento allora di gran moda: lo spiritismo. Pirandello aveva da poco pubblicato Il fu Mattia Pascal e il culto dell’ ironia gli suggeriva di scherzare sui fenomeni paranormali. Capuana indagava (così almeno credeva lui) con spirito scientifico quei fenomeni medesimi, sicché tra i due si svolse nel 1906, sulla “Gazzetta del Popolo” di Torino una curiosa schermaglia. “Io non ho dimenticato” argomentava Capuana “la seduta del medium Politi a cui assistemmo insieme, in casa di quel principe romano del quale in questo momento mi sfugge il nome. Vedemmo cose da far strabiliare: globi fosforescenti che erravano sotto la volta dello stanzone dove si facevano gli esperimenti; croci luminose che apparivano, sparivano, tornavano ad apparire sui muri; il profilo di un fantasma sull’ alto della tenda dietro cui stava il Politi in trance…Da allora in poi che cosa è avvenuto, caro Pirandello, da rendervi uggiosi gli spiriti? Lasciamoli fare; non sono poi così noiosi come li giudicate”. Il fatto è che Capuana, come dicevamo, era da tempo attratto dallo spiritismo: aveva addirittura scritto un libro, sotto forma di lungo monologo indirizzato all’amico e anche lui scrittore Salvatore Farina, intitolato appunto Spiritismo? Dove il punto interrogativo – disse qualcuno – serviva da parafulmine, dato che un dubbio sussisteva, anche se la voglia di toglierlo, quel dubbio, c’era e come. Era il 1884. Pochi anni dopo avrebbe firmato un altro libretto senza più dubbi intitolato Mondo occulto. Solo oggi questi due testi, insieme ad altri minori sullo stesso argomento, tornano alla luce in una edizione ampiamente introdotta e commentata, grazie a Simona Cigliana (Luigi Capuana, Mondo occulto, Edizioni del Prisma, pagg. 255, lire 32 mila). Il dibattito sull’occultismo, ricorda la Cigliana, fu in seguito sottovalutato e accantonato anche per via dell’atteggiamento sprezzante di Benedetto Croce per queste forme di stravaganza. E indubbiamente riletti oggi i testi di Capuana mostrano più la voglia inconfessata di credere, che non il vaglio critico dei fenomeni. D’altra parte egli stesso confessa d’aver tentato da ragazzo di mettere in pratica i “segreti” dell’ alta magia. Venuto in possesso grazie a un amico della formula magica che consente di possedere le tre più belle ragazze del mondo, eccolo recitare “Adonai. Pater omnipotens, sempiterne deus” e mettersi in attesa, con la finestra aperta, dopo aver compiuto tutti i rituali necessari. Naturalmente, scherza Capuana, le tre ragazze non si materializzarono e il futuro scrittore – era d’inverno – si prese una solenne infreddatura. Molti anni dopo eccolo intento ad addormentare una giovane, di nome Beppina, soggetto assai ricettivo ad esperimenti di sonnambulismo indotto. “Tu sai”, scrive Capuana sempre rivolgendosi al Farina, “che basta dire a una sonnambula: ecco un serpente! ecco un leone! eccoti trasformata in un passerotto! eccoti diventata una vecchia! perché quella provi realmente il ribrezzo della vista del serpente, il terrore della presenza del leone…”. Dunque suggestioni. E siccome siamo in epoca risorgimentale, Capuana induce la Beppina, a credere che suo padre sia il generale Garibaldi, un cui ritratto pendeva nel salotto di casa. Una sera d’agosto del 1864 dal sonnambulismo tenta infine il passaggio allo spiritismo vero e proprio. Da buon letterato chiede dunque alla Beppina di evocare addirittura lo spirito di Ugo Foscolo, morto in Inghilterra nel 1827. Non staremo qui a ricordare tutto quello che accadde nelle diverse sedute, chiamiamole così, foscoliane. A Capuana interessava chiarire un episodio della vita del poeta e pretendeva di interrogarlo grazie alla medium. Ma lo spirito resiste, appare rabbioso. “Com’è fosco!”, dice ad un certo punto la medium, certo suggestionata dal cognome. In successive sedute la medium va addirittura in estasi. Lo spirito vuole sposarla e (è pure sempre l’autore dei Sepolcri) la conduce in un sotterraneo a dormire su una cassa da morto. Un altro scrittore siciliano anche lui amicissimo di Capuana, Giovanni Verga, avrebbe guardato a quegli esperimenti dilettanteschi come ad una inaudita perdita di tempo. Ma Capuana non si fermava. Sempre in Spiritismo? trascrive la vicenda di un sedicenne che scrive (il fenomeno è ricorrente tra medium e affini) posseduto da un altro. Il caso vuole che l’altro sia in questo caso (benedetta letteratura italiana) nientemeno che Jacopone da Todi. Le prose del sedicenne sedicente Jacopone furono addirittura viste dal Carducci, che vi riconobbe una riuscita imitazione della prosa antica, ma nulla di veramente riconducibile a Jacopone. La stessa expertise emetteva l’eruditissimo Alessandro d’ Ancona. Vi trovò troppe parole non ancora in uso all’epoca del poeta umbro. Capuana aveva in parte intuito che la scrittura nasce spesso da una forza interna non controllata. Gli antichi la chiamavano ispirazione. Nietzsche ne parla chiaramente descrivendo la possessione mentale come un atto di scrittura che si manifesta come un lampo senza lasciare scelte. Se avesse letto il tedesco, Capuana avrebbe potuto imbattersi di lì a poco con i preziosi interventi di un medico svizzero, Carl Gustav Jung, che appunto nel 1902 ragionava della “psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti”. Incrociò invece la surreale versione estrema del positivismo di Cesare Lombroso, che, credendo nei “fatti” si lasciò incantare da Eusapia Paladino e si dichiarò convinto spiritista. Perché meravigliarsi? I baracconi dell’ occulto piacciono ai sognatori. Felici (e un po’ turbati) come Fellini di rimanere per sempre bambini attratti dalla magia del buio.

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