In viaggio dalla Francia nelle terre di Mineo, nel 1820

Mineo, che alcuni chiamano Menenon o Minœum, è una città molto antica che, secondo Diodoro, venne edificata da Ducezio, re dei Siculi; in effetti vi si sono trovate delle monete con la sua immagine [nota: le monete di Mineo il più delle volte raffigurano una testa di Cerere, due torce, una testa di Apollo, una biga, Esculapio]. La cattedrale e il convento dei Benedettini sono i principali edifici di questa città, con una popolazione che arriva a 8.000 persone o poco più. Riguardo alle antiche vestigia, non ne rimane che qualche base delle mura che circondano l’abitato e, presso alcuni cultori di cose antiche, dei vasi in terracotta, dei quali qualcuno decorato con pitture. Se la città non offre nulla di significativo, si trova tuttavia in una posizione panoramica sulla sommità di una montagna e i prodotti di questo territorio hanno la reputazione di essere molto buoni [nota: dal punto di vista geologico le montagne nei dintorni di Mineo sono composte in gran parte da rocce sedimentarie calcareo-vulcaniche, molte delle quali a forte compattezza].
Da Mineo a Caltagirone si misurano due leghe e mezza, e fu per me una scelta difficile andare a visitare quest’ultima, perché avevo davanti allo sguardo uno spettacolo che mi attirava molto di più. Avevo già visto la sommità del Monte Etna dalle cime di varie montagne nella Val di Noto, ma soltanto dalla zona di Mineo se ne poteva avere una idea completa, perché era visibile la base. Una pianura di circa 7 leghe di lunghezza per 4 di larghezza si estendeva ai miei piedi; era interamente coperta di ricchi campi di grano e bagnata da molti corsi d’acqua; sulle alture che la delimitano dal lato nel quale mi trovavo, la vegetazione era abbondante, le case molto numerose e la campagna aveva un aspetto florido, come è raro vedere nella parte meridionale della Sicilia, dove talvolta si percorrono molte leghe senza incontrare una casa o una macchia di alberi.
All’estremità della piana di cui si è parlato si colloca, verso il nord, la imponente massa dell’Etna, tutta da ammirare: sulla destra si intravede il mare e nelle vicinanze la città di Catania, che anima il quadro.
Ero molto felice di vedere l’Etna, questa meraviglia della natura, anche in virtù della straordinaria fertilità delle campagne circostanti e che i Siciliani non trovano nelle altre parti della loro isola, sebbene anche altrove il terreno sia fertile, fin dal tempo dei Romani. Ma, dopo aver contemplato per un po’ di tempo questo maestoso spettacolo, me ne allontanai perché temevo di farmi attirare dal piacere di andare subito a visitare questa parte interessante della Sicilia, cosa che era contraria al mio piano di viaggio.
[…] Da Caltagirone ripresi più o meno la stessa strada che avevo fatto venendo da Mineo, ma lasciai quest’ultima a destra, rimanendo sulla piana. Arrivai al lago di Naftia.
A una lega e mezzo da Caltagirone, dalla parte nord-est, tra Mineo e la locanda di Guturra, si trova il lago dei Palici, anche ricordato come Palica, e che oggi si chiama lago di Naftia o di Palagonia. Era conosciuto anche nell’antichità, come lago della ninfa Talia; e due giovani, che si racconta fossero i suoi figli, erano stati divinizzati; a loro era stato dedicato un tempio sulle rive del lago, consacrandoli come Dei Palici.
Questo lago, che ha una forma circolare, è molto significativo per il particolare fenomeno che manifesta continuamente: le sue acque ribollono sempre e qualche volta con molta energia; il gas acido carbonico, che costituisce la maggior parte di questa emissione, fa sollevare sulla superficie dell’acqua due getti molto alti, un terzo minore e vari altri di misura ancora più piccola; questi getti erano chiamati Deli dagli antichi. Il gas carbonico, al quale si miscela di certo anche dell’idrogeno, essendo più pesante dell’aria produce una specie di nebbia sulle acque e se ne trova anche negli anfratti delle rive: la presenza del lago dei Palici potrebbe essere percepita anche senza vederlo a causa dell’odore bituminoso che si spande nei dintorni e che viene dal petrolio che affiora sulla superficie delle sue acque. È probabile che l’acqua di questo lago, che qualche volta è piena di fango, non provenga dal fondo, perché abitualmente rimane sempre allo stesso livello e non defluisce da nessuna parte, si rinnova con le piogge.
Questo lago ha una circonferenza di circa 450 piedi e una profondità di 15; ma in estate, quando le acque sono basse, la circonferenza e la profondità diminuiscono. Allora si formano molti piccoli bacini sul fondo, che è molto molle. Gli abitanti, pensando che il lago fosse la casa di una strega, cambiarono il nome da Naftia a Nonfittia, Donafittia, o semplicemente Neffia; si dice che il fenomeno atmosferico conosciuto in Sicilia con il nome di Fata Morgana si produca talvolta sopra queste acque.
L’antica città di Palica, fondata da Ducezio, capo dei Siculi, nel quarto anno della ottantunesima olimpiade, era vicino all’omonimo lago; questa città, che secondo la testi- monianza degli antichi era molto bella, era collocata su una collina attualmente chiamata la Rocca. Palica aveva un tempio molto ricco e particolare, che ospitava i disgraziati e gli schiavi perseguitati. Diodoro lo descrive, attribuendo agli Dei Palici le meraviglie che avvengono nelle acque del lago, sulla riva del quale era costruito il tempio. Si dice ancora che era nello stesso lago che i sacerdoti sottoponevano a delle prove gli accusati, e pronunciavano poi la condanna dei colpevoli. I resti delle rovine della città coprono uno spazio molto ampio ma, a parte qualche segmento di scala tagliata nella roccia, nessun reperto offre l’aspetto di un edificio intero; e l’insieme dei frammenti, così come la zona circostante, è molto triste.

Auguste de Sayve, “Mineo”, in: Id., Voyage en Sicile fait en 1820 et 1821, Parigi, Arthus Bertrand, 1822, vol. 1, pp. 263-269. Traduzione a cura di Leone Venticinque, per la Società di Studi Menenini.

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