L’amore di Ducezio

[…] In Ducezio è pure rappresentato nel corso del Poema l’amore; un amore altissimo, dignitoso, ma soggetto a grandi prove di affanni assai dolorosi, e terminato nel fine della vita con la più virtuosa prova del suo animo generoso e patriottico.
La donna da lui amata si rappresenta in una illustre donzella, figlia di uno dei primarii di cospicua città principale dei Siculi, Trinacia; fatta prigioniera dal re d’Inessa, per averla a nozze. Ucciso il tiranno, la donzella è salva per Ducezio, vincitore di quella città; il quale è rapito di meraviglia e di affetto alle qualità, che scopre in essa, alla presenza del padre, amico di Ducezio. Colta nelle greche arti, amante delle muse, calda di amore per la patria grandezza, rifuggente da nozze con Greci, com’era desiderio del padre, che l’aveva promessa a un giovane di Atene, ella comprese ciò che Ducezio sentì per lei, e non ebbe d’allora che Lui nella mente. Tornata in patria, offerta la sua chioma a Cibele per voto della sua liberazione, sparì dalla città, creduta rapita in cielo da Cibele. Vestì le armi guerriere, simulandosi un combattente per seguire Ducezio, divenne araldo dello stesso suo padre, a cui mai non si scoprì. Fu appresso a Ducezio in ogni impresa che seguì; nella perdita di Ducezio fu fatta prigioniera, condotta in Siracusa; e si scoprì a Ducezio in secreto, nel momento che questi era per lasciare la Sicilia ed esule recarsi a Corinto. Liberata pei canti che modulava in greco della poetessa Saffo, sempre in abito guerriero, sconosciuta si stette fra i monti della sua patria Trinacia, sino a che Ducezio tornò da Corinto in Sicilia. Ma infermata qualche tempo, trovò poi Ducezio nella nuova città, fondata da lui, Calacta, quando già costui era nello stremo di sua vita. Viene conosciuta e con immenso affetto accolta; ma Ducezio prima della sua morte la destina sposa del suo successore amatissimo da lui, Arconide, Principe di Erbita; al che ella a stento aderisce, per far pago il desiderio di Lui. Le nozze con Arconide, nuovo Re dei Sicoli, si celebrarono in Erbita, dopo la morte di Ducezio.
Una tale eroina, colma di ogni virtù, fattasi amazzone, fedele in ogni cimento, in ogni pruova, nelle battaglie, prigioniera, sconosciuta in solitarie montagne, amante di Ducezio e delle sicule glorie; non è anche essa un soggetto di grande poesia?
Né può tenersi inverosimile leggenda eroica la sua simulazione in veste guerriera, a riscontro di quella che adoperò la donna di Assiria, che, morto il figlio Ninia, per succedere all’impero Babilonico, prese l’abito del figlio, e per buon tempo, creduta tale, governò, fu alla direzione di eserciti, conquistò vaste regioni, in sembianza del più intrepido guerriero; e assicurata dallo amore dei sudditi, si scoprì, e le fu riconosciuto il dritto e la potenza di governare il più vasto reame. Achille, da giovanetto, recato dalla madre in Sciro, in veste di donna, restò alcun tempo sconosciuto fra le altre donzelle; né lo tradiva il volto e il guardo, tutt’altro che di gentile giovinetta.
Ciò in tempi assai più remoti; né altri esempi mancarono in età posteriori, come quello del giovane romano figlio di patrizio, che per molti anni visse incognito e tale morì, nella stessa casa paterna, reduce da volontario esilio.

Brano tratto da: Corrado Sbano, La prima lotta d’indipendenza in Sicilia, o Ducezio e i siculi, Noto, Zammit, 1889, Prefazione, pp. 16-19.

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