Il luogo dove sarebbe sorto il monumento a Luigi Capuana a Mineo

03Il monumento a Luigi Capuana viene inaugurato il 9 ottobre 1939. Fino ai primi anni ’30 a Mineo e di fronte il palazzo Tamburino in via Umberto ex Via del Mercato, esisteva un bel palazzo, però malandato. Apparteneva alla famiglia Mazzone e nella parte ad est, il prospetto, dava sulla piazza. Era molto elegante, di stampo barocco, e al piano terra vi erano delle botteghe, così composte: la prima a sinistra era una società di operai, e siccome tra loro vi erano anche degli artigiani che realizzavano tridenti di legno, aveva preso il nome di “Società del Tridente”. La seconda era una rivendita di tabacchi, n. 1 – la prima che si è aperta a Mineo – e apparteneva al sig. Armeni, detto a Saccàra ed era il padre della signora Enza che fino a pochi anni fa aveva il tabacchino oggi gestito dal sig. Tenerezza. Il sig. Armeni in seguito veniva anche chiamato l’acqualuoru, perché fu il primo fontaniere del Comune di Mineo. Nella terza bottega operava un bastaio o vardunaru, apparteneva al padre di Don Pinuzzu Amato, detto Liesina (dal nome dello strumento usato per cucire il cuoio). Dopo la distruzione del palazzo, a loro fu consentito di costruire una casa fuori porta, nella quale sono stati utilizzati alcuni stipiti del vecchio edificio abbattuto. Dopo la realizzazione della piazzetta, gli Amato ebbero un locale sottostante, in via Ponte Tamburino. La quarta era una bottega che vendeva stoviglie per la casa, gestita dal sig. Varsallona detto u cartagirunisi.
04Nei primi anni ’30 ci fu il crollo della parte che stava di fronte al palazzo Tamburino e fortunatamente senza morti né feriti. Il palazzo allora apparteneva a due famiglie, i Mazzone e i Ialuna. La famiglia Mazzone si trasferì in Via Roma dove era proprietaria di un altro palazzo, la famiglia Ialuna si spostò altrove.
Il Palazzo Mazzone era collegato al Palazzo Blandini attraverso un ponte, il che probabilmente diede il nome alla Via Ponte Tamburino. I due edifici erano collegati perché c’era un rapporto di parentela tra le famiglie.
Dopo il crollo il palazzo non fu più ricostruito e si pensò invece di allargare la piazza così come oggi la vediamo.
Nello stesso periodo, a Mineo si era pensato di dare lustro a un suo figlio illustre, Luigi Capuana e era sorto un Comitato diretto dal Dott. Cav. Giuseppe Blandini, per la raccolta di fondi da impiegare nella realizzazione di un monumento allo scrittore.
Quando la statua fu portata a Mineo, il lavoro venne svolto dal padre del sig. Sebastiano Mangiarratti. Egli aveva due cavalli robusti, che vennero scelti per il trasporto della grande cassa che conteneva la statua bronzea di Capuana.
Durante la settimana prima di compiere il viaggio, i cavalli vennero rifocillati giorno e notte con abbondante cibo per avere le forze necessarie a muovere il carro con la statua dalla stazione ferroviaria di Mineo fino al paese su in alto, e si doveva fare molta attenzione perché la strada oltre che in salita era ancora a manto naturale, perciò dissestata da percorrere.
Quindi questa grande cassa arrivò a Mineo, e fu messa provvisoriamente in un locale vicino a dove era l’ex fondaco. Attualmente in quei locali si trova la caldaia per il riscaldamento degli uffici del Comune.
Per quanto riguarda le lastre di travertino del basamento, esse furono appoggiate al muro della chiesa del Collegio, così che era più facile trasportarle per erigere il monumento. Lo spazio accanto alla chiesa dove si trova oggi il Banco di Sicilia – Unicredit all’epoca era libero e, durante la festa patronale, vi venivano collocati dei giochi per i più piccoli.
Il giorno dell’inaugurazione, la piazza fu addobbata a festa. Ai quattro angoli furono messi quattro grandi vasi di terracotta. La forma era quella campanulata a rovescio, come un asso di coppe, e poi c’erano anche sei vasi più piccoli collocati sopra dei pilastrini sul lato di Via Ponte Tamburino, realizzati a Caltagirone dai ceramisti della famiglia Vella.
Dei quattro grandi vasi ne rimane solo uno, che per molto tempo è stato abbandonato nel deposito comunale e dopo diverse vicende è stato ricollocato nello spiazzale del Castello Ducezio. Per quanto riguarda i vasi più piccoli, anni fa furono distrutti per sostituirli con gli attuali, ma qualcuno dell’Archeoclub li ha raccolti e poi con molta pazienza ne ha ricomposto uno, esposto e visibile attualmente dentro il Museo della Memoria – Etnoantropologico.

Agrippino Todaro

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