Turillo Sindoni (1868-1941), l’autore mancato del monumento di Capuana

yxxSe nel momento in cui si pose il problema di individuare uno scultore cui affidare l’esecuzione del monumento di Capuana venne fuori il nome di Turillo Sindoni, non ci si può certo sorprendere. Oggi Sindoni è dimenticato, è fuori dalla rosa degli scultori siciliani di nascita che si affermarono a Roma al principio del novecento, ma negli anni Venti era un noto, iperpresente e iperattivo, autore di monumenti ai Caduti nella Grande Guerra. Proprio poco prima che si avviasse concretamente la realizzazione dell’omaggio a Capuana, nel 1924, il 12 maggio Mussolini nella sua prima visita a Ragusa, la città che di lì sarebbe diventata capoluogo di provincia, aveva inaugurato il monumento ai Caduti firmato da Sindoni e quasi contemporaneamente si era inaugurato il suo monumento ai Caduti di Augusta.
Sindoni era giunto ormai alla età matura e aveva dietro di sé una storia particolare: la carriera nella capitale non era andata proprio nel verso che egli si sarebbe aspettato, ma la produttività intensa e redditizia aveva compensato certi obbiettivi non raggiunti.
In breve. Turillo (Salvatore) Sindoni nacque a Barcellona Pozzo di Gotto (Me) nel 1868, studiò nella scuola di Disegno della Società Operaia di Mutuo Soccorso e grazie a un sussidio del Comune si trasferì a Roma, frequentò l’accademia e presto aprì uno studio. Non risulta essersi cimentato nei grandi concorsi per monumenti e sculture decorative (per il Palazzo di Giustizia, per il monumento a Vittorio Emanuele II ecc), ma riuscì ad ottenere qualche commissione. Citiamo il busto di Stefano Ribera, librettista, scrittore, giornalista e patriota, suo concittadino, modellato nel 1887 e conservato a Messina nella Società di Storia Patria, il grande bronzo a favore della campagna “Pro Candia” (1900), il busto di Umberto I (1909) per il Centro Infanzia Umberto I a Castelfranco Veneto, luogo di origine della moglie, la nobildonna Anna Rainati, il busto del Presidente del Senato Tancredi Canonico (1908), il busto in bronzo dell’avv. Pilade Mazza, collocato nel 1911 nel Palazzo di Giustizia.
In mezzo vi fu la complessa e spinosa vicenda del monumento a Napoleone Bonaparte all’Elba, di cui rimangono testimonianze fotografiche di quanto da lui eseguito che non fanno rimpiangere il fallimento del grandioso progetto. Tutto è raccontato e illustrato in: G. Molinari, E Napoleone restò senza monumento, in “Lo Scoglio. Elba ieri, oggi, domani”, Primavera 1993, I trimestre. Durante un soggiorno di riposo all’isola d’Elba, nel 1906, Sindoni notò la mancanza in loco di un omaggio monumentale a quel grande e, con lo spirito di iniziativa e intraprendenza che lo distingueva, si propose a notabili del luogo per realizzare un monumento; trovò un terreno favorevole, si costituì un Comitato e vi fu solo da parte dei probabili committenti la richiesta che egli modellasse seduta stante un bozzetto della statua di Napoleone, per dare un saggio di ciò che sapeva e intendeva fare. Ne venne fuori un bozzetto sgraziato che nel momento in cui dal consenso si passò alle polemiche contro il monumento, divenne il “pupazzo napoleonico”, oggetto di motivato sarcasmo e caricature (malgrado l’artista si fosse affrettato a distruggerlo).
Sindoni realizzò nel suo studio a Roma due bozzetti della statua su piedistallo decorato, e uno dei due, un lavoro decoroso, fu approvato ed ebbe buone prospettive di esecuzione in tempi brevi. Scoppiarono però le ostilità alla iniziativa, orchestrate dalla stampa locale e le polemiche si estesero a giornali nazionali. Il partito del no fu mosso da ragioni più politiche e ideologiche che artistiche, perché, se il lavoro di Sindoni raccolse apprezzamenti di artisti e personaggi di cultura e ufficiali, fu l’ambiente locale, esponenti della Sinistra e in particolare gli anarchici, nella autorevole persona di Pietro Gori, a proclamarsi contrari a glorificare nella Portoferraio operaia e marinara la figura fisica e storica del “macellaro sublime”. “La piazza è del popolo”, ratificò Gori, e se si vuole un guerriero abbiamo Garibaldi.
Nel mezzo della tempesta, Sindoni e il suo monumento, non più infelice di tanti altri: attaccato e dileggiato, si vide costretto a querelare prima il giornale elbano “L’Ilva” poi il romano “La Vita” e ad affrontare una causa giudiziaria e una sentenza che, se lo assolveva come artista, restava sempre un duro colpo all’immagine, una pessima pubblicità, un danno economico e un un brutto scivolone professionale. La difficile vicenda si trascinò fino al 1911 e Sindoni si ritirò dalla competizione, anche quando, nel 1914, centenario della venuta di Napoleone all’Elba, parve ancora possibile tirare su a Portoferraio il monumento, che se ne stava nello studio dell’artista. Ma lo scoppio del conflitto mondiale chiuse la questione.
La dura lezione forse a aiuta a spiegare la frase con cui Sindoni si dipingeva: “Io sono artista e non fascista, né comunista, né socialista. Sono rispettato da tutti per il carattere strafottente ed indipendente”, riportata da A.Cicero, nell’articolo sul Monumento ai Caduti di Collesano (Pa) in “Espero”, dicembre 2014. Comunque la rivalsa fu piena e incondizionata: ecco il singolare profilo assunto da lui nel panorama della monumentomania in memoria di eroi e caduti nella grande guerra: Sindoni fu, negli anni venti, il più prolifico produttore di monumenti bellici (secondo solo a Torquato Tamagnini), tanto da suscitare la curiosità degli studiosi del settore: “Ci si chiede quali canali misteriosi abbiano permesso allo scultore di ottenere tanto numerose commissioni fra il 1920 e il ’22 a Roma, per il Palazzo di Giustizia, i Ministeri dell’Agricoltura, del Tesoro e dei Lavori Pubblici, senza che venissero indetti concorsi”, si legge nel volume di Guerrini-Vittucci Il Lazio e la Grande Guerra (2010), notando che “d’altra parte, Sindoni ha pure eseguito il ritratto in bronzo della Regina Elena”. Appoggi politici forti e benevolenza della Casa Reale – ben due suoi gessi figurano nelle collezioni reali del Palazzo del Quirinale: la statua di S.Agnese del 1907 e il busto di ragazzo Il pargoletto della Norma pubblicato nel volume Omaggio a Bellini, Catania 1901 -. E, da parte sua spirito di iniziativa e savoir faire in esubero.
In un territorio fertile per gli scultori – coloro che furono definiti da Ettore Janni “lavoratori della gloria“, categoria che non teme la disoccupazione (“in Emporium”, dicembre 1918), Sindoni partì presto e bene con la grande Targa per i Caduti postelegrafonici a Roma, 1920, e proseguì con una vera cascata di monumenti, concentrati prima nel Lazio e regioni limitrofe, poi ovunque e anche in Sicilia. Mise in campo espedienti e marchingegni favorevoli a lui e ai committenti: uno, lavorare su poche tipologie iconografiche, replicate o variate di poco (il soldato che stringe la bandiera e inalbera il gladio, due eroi seminudi all’antica con attributi contemporanei, l’immagine femminile della Vittoria); due, offrire condizioni vantaggiose, solo il costo dei materiali e delle lavorazione che di solito lievitava nel corso del lavoro; tre, nulla per sé tranne in certi casi un regalo in denaro finale.
Infine, sfruttò bene l’aspetto imprenditoriale di una produzione in cui l’arte cedeva il posto alle istanze politiche: non si trattava forse dei “monumenti della Riconoscenza”, titolo della rubrica della “Domenica del Corriere” che raccoglieva le fotografie delle opere realizzate, ben 18 quelle di Sindoni riprodotte dal 1919 al ’27; risarcimento a tutti degli strappi e delle perdite umane del conflitto? Fece parte del gioco riproporre il gruppo scultoreo del monumento ai Caduti del piccolo paese di Ronciglione (Vt) del 1922, due anni dopo per il monumento ai Caduti di Ragusa, caso eclatante, con risparmio di costi e di tempo. E così avvenne in vari altri casi.
Con tale spirito di baldanzosa sicurezza, Sindoni, al culmine della carriera, si propose come autore del monumento a Capuana, come dicono gli interessanti documenti conservati nell’archivio storico del Comune di Mineo.

Anna Maria Damigella

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